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lunedì 3 ottobre 2016

PRESENTE E FUTURO DELLA PSICOLOGIA CRISTIANA - INTERVISTA A PAUL VITZ

Il contributo di Paul Vitz alla psicologia cattolica ha destato l'interesse di diversi studiosi, anche italiani. Nel 2012 la rivista Tredimensioni ha pubblica la traduzione di un'intervista a Vitz, apparsa precedentemente in lingua originale su Edification, primo giornale della Society for Christian Psychology. Si tratta di un testo semplice e ad ampio raggio, che ben ci permette di approfondire ulteriormente il pensiero di questo autore e, quindi, dell'indirizzo dell'Institute for the Psychological Science (IPS). Ringrazio Alessandro Manenti, direttore di Tredimensioni, per la concessione.


Tredimensioni, n°9 (2012) pp. 190-197

Presente e futuro della psicologia cristiana.

Intervista a Paul C. Vitz[1] 

Nota introduttiva

Paul  C.  Vitz  è  docente  di  psicologia  presso  l’Institute  for  the  Psychological  Sciences  di Arlington  (USA)  e  professore  emerito  di  psicologia  presso  la  New  York  University.  È  autore  di numerosi  saggi  sul  rapporto  tra  religione  (in  particolare  l’antropologia  della  fede  cristiana)  e  le psicologie  contemporanee.  Sebbene  poco  conosciuto  in  Italia,  su  questo  tema  è  un  riferimento d’obbligo nella letteratura anglofona. Di particolare rilievo i suoi studi sulla psicologia umanista o della realizzazione di sé, di cui fu dapprima estimatore e poi lettore critico, in quanto da lui ritenuto un modello  che  implicitamente  mette  la  psicologia  nella  posizione  che  una  volta  era  occupata  dalla religione e propone un percorso di identità orientato al culto di se stessi (P. C. Vitz, Psicologia e culto di sé. Studio critico, EDB, Bologna 1992). Attento lettore della società postmoderna ne propone un ricupero in chiave «transmoderna», con un’interessante proposta già presentata in «Tredimensioni», VII  (2010),  pp.  133-144  (Identità  di  Sé:  la  nuova  proposta  transmoderna).  Di  interesse  più direttamente  psicoanalitico  il  suo  libro  sull’inconscio  cristiano  di  Freud  e  gli  scritti  sulla  rilevanza psicologica del concetto di padre.

Lei è uno degli psicologi più noti degli ultimi trent’anni per aver proposto una  critica  cristiana  della  psicologia  secolare.  Eppure,  all’inizio  dei suoi studi lei non era credente. Che ruolo ha giocato la psicologia nella sua conversione al cristianesimo e cattolicesimo? Può raccontarci il suo percorso di fede?

Per molti versi la mia conversione è stata un ritorno al cristianesimo… per esclusione. Dopo essermi sposato ed esser divenuto padre, ho iniziato a chiedermi seriamente in cosa credessi, che padre volessi essere per la mia famiglia e chi io fossi.  A  quel  tempo  avevo  presente  solo  quattro  possibili  visioni  del  mondo:  la politica  liberale,  la  religione  orientale  (e  la  relativa  spiritualità),  il  modello psicologico  del  culto  di  sé  (con  l’ambizione  professionale  per  il  successo personale) e la religione tradizionale (che per me equivaleva al cristianesimo).  Negli  anni  ‘60,  a  Standford  (California)  e  al  Greenwich  Village  di  New York,  mi  interessavo  di  politica  liberale  di  stampo  marxista-socialista  e  della spiritualità  New  Age.  Nei  due  campi  ho  conosciuto  autorevoli  esponenti  ma nessuno  mi  colpì  veramente.  La  spiritualità  New  Age  mi  sembrava  una  sorta  di turismo religioso, dove ciascuno attinge a piacere dalla spiritualità orientale fino a ridurla a un insieme di credenze più convenienti e popolari. La politica di sinistra mi sembrava troppo piena di violenza, chiusure mentali e cliché. D’altronde, la vita mi  aveva  già  vaccinato  dalla  promessa  di  un’utopia  sponsorizzata  dal  potere politico. La  cultura  che  teorizza  il  culto  di  sé  mi  attraeva  molto  di  più.  Nel  mio ambito professionale questo era un concetto assodato e, per molti versi, lo è tuttora. Tuttavia ho iniziato a nutrire il sospetto che chi idolatrava se stesso venerava in realtà  uno  stupido.  Col  tempo,  il  culto  di  sé  si  frantuma  contro  una  realtà inesorabile. Scartati  questi  tre  riferimenti,  non  mi  rimaneva  che  la  possibilità  del cristianesimo,  e  la  cosa  non  mi  entusiasmava  per  nulla.  Leggevo  sul  New  York Times  dichiarazioni  di  Billy  Graham  (n.d.t.:  uno  dei  predicatori  protestanti  più popolari negli USA) o del Papa. Ne intuivo la portata, ma non riuscivo a credervi. Mi trovavo nella strana situazione di sapere che, lì, qualcosa era vero, ma di non essere  capace  di  crederci.  Nonostante  i  nuclei  di  verità  che  coglievo  nelle  fonti cristiane,  l’idea  di  accettare  l’intero  sistema  era  più  di  quanto  potessi  tollerare. Malgrado  ciò,  dal  1973  ho  iniziato  ad  approfondire  il  cristianesimo.  All’inizio avevo  molti  dubbi  sui  fondamenti  razionali  della  fede  cristiana;  condividevo l’atteggiamento scettico tipico di molti accademici. Poi ho iniziato a leggere autori come  C.S.  Lewis  e  G.K.  Chesterton.  E  con  mia  sorpresa,  mi  è  apparso  subito evidente che il cristianesimo possedeva delle risposte: era un quadro di riferimento profondo, solido, una visione del mondo davvero coerente. Al confronto, le deboli ideologie secolari apparivano decisamente limitate.  Il vero problema che restava era la volontà. Dovevo cambiare stile di vita e ciò  diede  inizio  a  un  lungo  combattimento  che  è  ancora  ben  lungi  dall’essere risolto.  Buona  parte  dei  miei  passi  sono  stati  in  realtà  esigui,  con  solo  alcuni momenti di grande cambiamento[2].

Potrebbe richiamare alcune idee della sua critica alla psicologia secolare?

Negli  anni  ’60  e  ‘80  ho  avuto  a  che  fare  con  la  psicologia  umanista dell’autorealizzazione. Non riuscivo a credere come potesse esser presa seriamente. Dal  punto  di  vista  intellettuale  mi  sembrava  una  prospettiva  ingenua.  Dava importanza al narcisismo e cercava di sostenere che la realizzazione di se stessi è lo scopo ultimo della vita. Mi pareva di assistere alla reincarnazione dell’eresia più antica  –  «sarete  come  dei»  –  anche  se  espressa  in  termini  di  scientificità.  Nella visione  cristiana,  la  realizzazione  del  Sé  è  la  conseguenza  della  sequela  e dell’obbedienza a Cristo. Per la psicologia umanistica, la realizzazione del Sé è il risultato  dell’obbedienza  al  proprio  volere.  Proprio  quel  Sé  che  Gesù  chiede  di rinnegare. Sono stato e rimango molto critico nei confronti della psicologia umanista, a differenza della psicologia sperimentale-cognitivista o della psicoanalisi. Anche su queste ultime si potrebbero dire molte cose sui loro assunti di base ma sono seri tentativi intellettuali. La psicologia umanista possedeva ben poco delle solide basi scientifiche della psicologia sperimentale-cognitivista e mancava della profondità,  della complessità e della coscienza della dimensione tragica della vita e del male, proprie della psicoanalisi. Prendo atto che le espressioni estreme della psicologia del culto del sé in voga  tra  il  1955  e  il  1985  sono  ormai  storia  passata.  Anche  se  la  «cultura  del narcisismo»  permane  come  dato  di  fatto,  la  sua  legittimità  intellettuale  si  è considerevolmente affievolita. 

Oggi lei nutre una maggiore speranza nei confronti della psicologia? E in tal caso, per quali ragioni?

Effettivamente  è  così  e  –  devo  ammetterlo  –  con  mia  grande  sorpresa.  A partire dagli anni ‘90 ho notato cambiamenti importanti e positivi all’interno della disciplina psicologica. Sono state pubblicate e ampiamente accolte varie evidenze in favore del ruolo positivo della religione nella vita delle persone. Il divorzio è stato  chiaramente  riconosciuto  nei  suoi  effetti  nocivi  sulla  prole.  Ad  esempio,  il lavoro  di  R.  Enright  e  E.  Worthington[3] ha  messo  le  basi  di  una  psicologia  del perdono;  M.  Seligman  e  altri  ricercatori[4] hanno  promosso  lo  sviluppo  di  una psicologia  positiva  basata  sul  riconoscimento  dell’importanza  delle  virtù;  a  mia volta sono entrato in contatto con molti psicologi cristiani (per lo più protestanti evangelici) che mi hanno incoraggiato nel mio lavoro di integrazione tra psicologia e cristianesimo. Ritengo che oggi la psicologia sia una disciplina molto più realistica e che, di  conseguenza,  proponga  conclusioni  più  valide  e  corrette.  Il  suo  ambito esplicativo è stato ridimensionato ed è diventata molto più umile. Le scoperte della biologia hanno ridotto lo spettro dei comportamenti mentali in precedenza appaltati alla  spiegazione  psicologica  (come  il  disturbo  ossessivo-compulsivo).  Si  è  anche sempre più consapevoli dell’importanza della religione (intesa quanto meno come spiritualità) per il benessere dell’individuo. Alcuni decenni fa, chi aveva bisogno di significato  e  di  un  senso  della  vita  si  sarebbe  rivolto  soprattutto  alla  psicologia. Oggi molti riconoscono che - a differenza della religione o della spiritualità  - la psicologia non è in grado di soddisfare queste domande.

Come psicologia e teologia cristiana possono dialogare in modo costruttivo? La psicologia cosa può aggiungere alla visione cristiana del mondo?

La psicologia ci aiuta a comprendere i diversi condizionamenti della libertà umana,  gli  ostacoli  alla  fede,  ma  può  anche  essere  uno  strumento  che  facilita  il cammino  di  fede:  Giovanni  Battista  potrebbe  essere  il  patrono  di  una  visione cristiana della psicologia. Nel  mio  libro  Faith  of  the  Fatherless[5] ho  fatto  vedere  che  la  psicologia favorisce molto la comprensione di Dio in quanto Padre. Le stesse teorie di Freud possono dare un contributo alla teologia. Per Freud il complesso di Edipo marca la struttura  fondamentale  di  ciascun  individuo;  ogni  persona  possiede  istinti aggressivi e sessuali, ciascun uomo desidera uccidere il padre (e ogni altra figura d’autorità)  e  possedere  sessualmente  la  madre  (e  ogni  altra  figura  materna).  Dal punto  di  vista  cristiano,  l’antropologia  freudiana  può  essere  interpretata  come un’elaborazione concettuale dell’uomo vecchio (tale infatti è la depravazione del  peccato  originale).  La  psicoanalisi  offre  una  comprensione  profonda  della  natura finita e ferita dell’uomo.

E che contributo può dare alla psicologia la tradizione intellettuale cristiana?

Il  contributo  più  evidente  della  teologia  cristiana  alla  psicologia  è  la comprensione della natura fondamentale del soggetto, una visione di cosa significa essere una persona umana.  Ma  fornisce  anche  altri  apporti.  È  in  grado  di  rispondere  ai  dilemmi intrinseci alle teorie psicologiche. Ad esempio, è in grado di risolvere il dilemma edipico descritto dalla teoria freudiana tradizionale[6]. Gesù è l’anti-Edipo, il solo in grado  di  modificare  il  Super-Io.  Cristo  può,  ad  esempio,  anche  risolvere  un dilemma  insito  nella  teoria  junghiana.  Jung,  a  fondamento  della  psicologia maschile, aveva proposto quattro archetipi di base: il Re, il Combattente, l’Amante e  il  Saggio/Mago.  Ma  la  teoria  junghiana  è  priva  di  uno  schema  di  riferimento morale  che  indichi  come  vivere  questi  archetipi  secondo  una  modalità  positiva invece che distruttiva e come integrarli, equilibrarli fra loro. Le persone divine del Padre e del Figlio possono essere prese come modelli che unificano gli archetipi junghiani  nella  comune  matrice  del  servizio  agli  altri.  L’immagine  del  Padre rappresenta la mascolinità come esempio di generosità e dono di sé che unifica i quattro  archetipi.  L’archetipo  di  Cristo  rappresenta  la  forma  più  elevata  della mascolinità etica: Cristo il Re, Cristo l’Amante, Cristo il Combattente (nella lotta spirituale) e Cristo il Sapiente (l’operatore di miracoli). Ma ci sono tante altre teorie psicologiche  con  dilemmi  risolvibili  mediante  il  ricorso  a  risposte  teologiche piuttosto che a elaborazioni solamente psicologiche.

Può spiegare il concetto di «realtà transmoderna» da lei recentemente proposto? Come vi colloca la psicologia?

Quasi  tutti  i  teorici  della  cultura  concordano  nel  definire  il  nostro  tempo come un periodo di tardo modernismo decadente; con un linguaggio più elegante, lo  chiamiamo  tempo  postmoderno.  Giovanni  Paolo  II  nell’Enciclica  Evangelium Vitae  l’ha  definito  una  «cultura  di  morte».  Di  certo,  ha  dei  tratti  nichilisti  e decostruttivisti; le arti e la cultura popolare hanno varie tendenze che celebrano la morte; e i nemici dell’Occidente sanno ben individuare le nostre debolezze. Con  il  termine  «transmoderno»[7] intendo  lo  sforzo  culturale,  che  a  mio parere sta per iniziare, di prendere il meglio della modernità al fine di trasformarlo, trascenderlo  e  trasfigurarlo.  Per  trasformare  la  modernità  è  necessario interpretarne  e  contestualizzarne  gli  sviluppi  all’interno  di  uno  schema  di riferimento  più  ampio  che  non  rifiuta  la  modernità  ma  cerca  di  rimuoverne  i pregiudizi  antireligiosi  e  conservarne  le  scoperte  oggettive.  Il  transmoderno  è  in netto contrasto con il fondamentalismo. I fondamentalisti – siano essi protestanti, cattolici, mussulmani o hindu – hanno la pretesa di riportare il mondo a quello di 150, 200 o 500 anni or sono. Trasformare la modernità non significa ritornare al passato,  ma  vivere  il  presente  senza  sbarazzarsi  del  passato.  Per  trascendere  la modernità è necessaria una visione religiosa (o spirituale) e un sistema morale e ideale.  La  cultura  transmoderna  riconosce  che  la  persona  umana  non  è  una semplice  macchina,  ma  una  persona  chiamata  a  trascendere  se  stessa.  Grazie  a  questa trasformazione e a questa trascendenza, il postmoderno sarà trasfigurato in modo da trasformare la forma attuale o l’ambiente fisico in cui viviamo. Questa visione  è  implicita  nell’invito  di  Giovanni  Paolo  II  a  «varcare  la  soglia  della speranza» e ad immaginare una «nuova cultura dell’amore».  Scorgo  molti  segnali  (sobri  ma  importanti)  che  indicano  questo cambiamento già in atto. Naturalmente, gli aspetti di morte sono davanti a tutti noi ma vi sono buoni motivi per essere ottimisti. A mio parere, l’approccio cristiano alla stessa psicologia, inclusa l’importanza terapeutica del perdono, è uno di questi piccoli  eppure  significativi  esempi  della  cultura  transmoderna  che  avanza. Collocare la psicoterapia all’interno di un quadro di riferimento cristiano è in grado di  trasformare  gli  aspetti  migliori  degli  approcci  terapeutici  oggi  esistenti. L’accettazione  e  il  rinforzo  di  un’interpretazione  teistica  della  vita  spirituale  del paziente trascende la psicoterapia. Così, la prassi della psicoterapia del futuro viene trasfigurata e collocata all’interno di contesti ecclesiali, familiari e spirituali.  Di lunedì, mercoledì e venerdì guardo con ottimismo all’avanzare di questa nuova era culturale. Di martedì e sabato tendo invece ad essere più pessimista sulle sue possibilità. Di domenica metto a tacere tutte queste speculazioni teoriche!

Lei ha già accennato al dialogo positivo tra psicologia e teologia cristiana e ai segni di un mondo transmoderno che avanza. Guardando al secolo che viene, quali progressi e cambiamenti prevede per la psicologia e per il suo ambito di studio?

Prevedo,  in  primo  luogo,  un  progressivo  sviluppo  della  psicologia  delle virtù.  Questo  sposta  l’attenzione  della  psicologia  dallo  spiegare  le  malattie  in termini di causa e traumi dal passato in termini più legati alla crescita umana anche grazie allo sviluppo delle virtù, dentro e fuori il contesto psicoterapeutico. Del reso, questo  significa  recuperare  un’idea  fondamentale  del  patrimonio  tradizione intellettuale dell’occidente e non solo. A mio parere, questo può anche riscattare una  mentalità  vittimistica  oggi  assai  diffusa  in  psicologia.  In  futuro,  l’attenzione alla  persona  che  soffre  di  disfunzioni  dovute  a  traumi  del  passato  o  a  deficit evolutivi, sarà soprattutto a ciò che ella intende fare al riguardo.  Ritengo  poi  che  il  potere  esplicativo/interpretativo  della  psicologia continuerà  a  ridursi,  fosse  anche  in  modo  modesto.  Gli  approcci  biologici, neurologici  e  genetici  alla  spiegazione  dei  problemi  mentali  continueranno  a progredire, e anche le risposte spirituali, religiose e morali alle patologie mentali guadagneranno  ulteriore  consenso.  Il  mio  parere  è  che  in  questo  secolo  la psicologia avrà un ruolo meno importante nella comprensione della persona umana rispetto a quello avuto nel secolo scorso.  In terzo luogo, ritengo che entreranno sempre di più a far parte della cultura corrente le pratiche, in positivo, della salute mentale. Abbiamo scoperto le cause di molte malattie e abbiamo imparato a prevenirle. Ma oggi stiamo scoprendo anche le  condizioni  che  promuovono  la  salute  stessa.  Stiamo  ad  esempio  imparando  a conoscere  l’importanza  delle  madri  e  dei  padri  per  la  salute  mentale  dei  figli, l’importanza  delle  relazioni  di  attaccamento  madre-bambino  per  le  relazioni successive, l’importanza del ruolo dei padri.  Grazie  a  simili  scoperte  della  ricerca  scientifica,  si  può  promuovere  una  cultura della salute mentale che cerchi di assicurare il miglior ambiente possibile per un sano sviluppo dell’infanzia. In una cultura così, l’individualismo, l’egocentrismo e l’edonismo tipici della cultura attuale sarebbero considerati segni di inquinamento mentale.  Realtà  come  la  pornografia  e  il  divorzio  verrebbero  di  conseguenza seriamente disincentivate. Un’atmosfera che favorisca la salute mentale delle future generazioni  può  divenire  parte  integrante  delle  leggi,  dei  costumi  e  delle preoccupazioni della nostra società.  




[1] Intervista  a  cura  di  E.  Ch.  Brugger,  professore  associato  di  teologia  morale  presso  il  St.  John Vianney  theological  seminary  di  Denver  (USA),  da  «Edification:  Journal  of  the  Society  for Christian  Psychology»,  1  (2009),  pp.  83-86.  Traduzione  a  cura  di  Giovanni  Terenghi,  psicologo-psicoterapeuta, Verona.
[2] Ho raccontato la storia della mia conversione al cristianesimo in A Christian Odyssey, in R. Baram (a cura di), Spiritual Journey, St. Paul Books & Media, Boston, MA 1988 pp. 375-394; The story of my life up to now, in D.J. Lee (a cura di), Storying Ourselves, Baker Books, Grand Rapids, MI 1993, pp. 111-129.
[3] R.D.  Enright  –  R.L.  Zell,  Problems  encountered  when  we  forgive  one  another,  in  «Journal  of Psychology and Christianity», 8 (1989), pp. 52-60; M. McCullough – E. Worthingon, Encouraging clients to forgive people who have hurt them, in «Journal of Psychology and Theology», 22 (1994), pp. 3-20; E. Worthington, Five steps to forgiveness: the art and science of forgiveness, Crown, New York 2001.
[4] C. Peterson – M. Seligman, Character strengths and virtues: a handbook of classification, Oxford University Press, New York 2004.
[5] P. Vitz, Faith of the fatherless: a psychology of atheism, Spence Publishing Company, Dallas, TX 1991.
[6] Id., Sigmund Freud’s Christian unconscious, Eerdmans Publishing Company, Grand Rapids, MI 1993.
[7] Cf P. Vitz – S.M. Felch, The Self. Beyond the Postmodern Crisis, ISI Books, Wilmington 2006, presentato  in  «Tredimensioni»,  7  (2010),  pp. 133-144  (Identità  di  Sé:  la  nuova  proposta transmoderna).

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