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domenica 8 ottobre 2017

Outing di Francesco sulla #psicoanalisi

Da CulturaCattolica.it


Autore: Stefano Parenti
Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
Dopo quanto Papa Francesco ha affermato in un libro intervista leggiamo su Avvenire: «Oggi non si tratta più di poli opposti, e la cosiddetta «confessione» di papa Francesco rientra serenamente nella realtà di una Chiesa in vera «in uscita» dalle certezze mondane e non evangeliche.» Ma è tutto così liscio?
Da tempo su CulturaCattolica.it il confronto è serio e aperto



Finalmente! Il 5 Settembre 2017 viene segnalato un problema importante. A parlare è Matteo Sacchi, editorialista de Il Giornale, che s’interroga sul rapporto tra la psicoanalisi e la Chiesa Cattolica. “Embè?” potrebbe mugolare qualcuno. In effetti la questione si presenta con sfumature vintage: non è forse un argomento trito e ritrito? Magari fosse così. Che Dio esista e curi amorevolmente ognuno di noi è una verità indelebile, conoscibile anche attraverso la ragione. Ma quante mattine capita di andare al lavoro senza neanche averci pensato? Le cose più ovvie, purtroppo, rischiano di essere anche le meno riflesse. È il caso delle antropologie sottese alle correnti di psicoterapia. Quanti cattolici che “vanno in analisi” si chiedono se la prassi a cui si stanno sottoponendo sia sorretta da una dottrina conforme alla verità sull’uomo e sul mondo annunciata dal Vangelo? Ma ancor di più: quanti professionisti, dopo anni di studio spesi su libri laicisti (adottati anche dalle Università Cattoliche) ed al termine di altrettanti anni di costosissima formazione al soldo delle scuole secolarizzate, ne verificano i fondamenti antropologici e filosofici? Temo che siano ben pochi, in entrambi gli schieramenti. Ben venga allora l’articolo di Sacchi il quale, leggendo su Avvenire due posizioni contrastanti - l’una che “loda l’armonia tra fede e psicanalisi” e l’altra che “etichetta la psicologia contemporanea come anti cristiana” - pone esplicitamente la questione: “Nessuna pretesa di decidere chi ha ragione, solo il desiderio di capire come si conciliano queste due notizie”. Un breve excursus storico sarà sufficiente per capire che non è possibile alcuna conciliazione.

1. Attorno agli ultimi anni del XIX secolo il giovane Sigmund Freud decide di abbandonare l’ipnosi come metodo terapeutico e di utilizzare le libere associazioni, una pratica da lui stesso ideata per la risoluzione dei sintomi nevrotici. Nasce la psicoanalisi. Nel 1904 Freud stabilisce che l’analisi è una tecnica utile non solamente per i nevrotici ma anche per i sani, perché non c’è una differenza tra normalità e patologia, se non di grado: “salute e malattia non differiscono qualitativamente, ma si definiscono a poco a poco, in modo empirico” (Psicoterapia). Con la Metapsicologia (1915), la psicoanalisi esce dal solo ambito clinico per abbracciare l’antropologia, secondo un desiderio dello stesso Freud: “Sono diventato medico perché mi vidi obbligato ad allontanarmi dal mio proposito originario [studiare filosofia], e il mio trionfo nella vita consiste nell’aver rincontrato la direzione iniziale dopo un lungo giro” (Il problema dell’analisi condotta da non medici, 1926). Il progetto è di modificare le concezioni tradizionali, come aveva confidato all’amico Fliess nel 1896: “Si potrebbe avere l’ardire di convertire la metafisica in metapsicologia” (Le origini della psicoanalisi). Organizza un “Comitato segreto”, ricalcando lo stile della loggia massonica a cui aveva partecipato negli ultimi anni del XIX secolo, per diffondere la psicoanalisi e dominarne gli sviluppi (ad ognuno dei “discepoli” il “maestro” dona un anello con una pietra che rappresenta una divinità greca). In Una difficoltà per la psicoanalisi del 1916 sostiene che “L’uomo non è nient’altro e niente di meglio che un animale”. Sul libero arbitrio la sua posizione è netta: “Già una volta mi sono preso la libertà di mettervi davanti al fatto che in voi c’è una fede profondamente radicata nella libertà psichica e nell’arbitrio, una fede che però è del tutto priva di scientificità e che deve arrendersi davanti all’esigenza di un determinismo che domina anche la vita psichica” (Introduzione alla psicoanalisi, 1917). La sua celebre tripartizione dell’anima umana considera le facoltà più elevate, in particolare l’Io, come manifestazioni deboli ed accidentali dell’Es: “L’Io non è padrone in casa propria” (Una difficoltà della psicoanalisi, 1916); “L’Io non è che una parte dell’Es che ha subito una particolare differenziazione” (L’Io e l’Es, 1923). Nel 1921 Freud precisa che l’amore dell’uomo per i genitori, i figli, i suoi simili e anche l’amore per Dio sono di natura sessuale: “Tutti questi vari amori la psicanalisi preferisce considerarli, anche in base alla loro origine, come delle inclinazioni sessuali” (Psicologia delle masse ed analisi dell’Io). Col Disagio della civiltà del 1929 espone la sua idea di senso della vita: “Il problema della finalità della vita umana è stato posto un numero incalcolabile di volte; fin qui non ha ancora avuto nessuna risposta soddisfacente, e forse non ne ha”. La ricerca del piacere è “la molla di tutte le attività umane”, così descritta: “da una parte vuole che siano assenti il dolore e il dispiacere, dall’altra che si vivano forti sentimenti di piacere”. L’orgasmo è il fine ultimo dell’uomo: “L’amore sessuato (genitale) procura all’essere umano le più forti esperienze di soddisfazione che possa vivere, è esso a fornirgli, propriamente parlando, il modello d’ogni felicità”. Nel 1927 esce L’avvenire di un’illusione in cui Freud espone la sua concezione di religione: “Se consideriamo le dottrine religiose possiamo dire, ripetendoci, che sono tutte illusioni”; “La religione sarebbe la nevrosi costrittiva universale dell’umanità”. Freud aveva esplicitamente abbracciato l’ateismo già nel 1875, quando scrisse che Dio è soltanto un “concetto vuoto”; continuerà a riproporre la medesima posizione sino alla fine (in Mosé e la religione monoteistica del 1939 ribadirà: “Resto convinto che i fenomeni religiosi sono assimilabili ai fenomeni nevrotici personali”).

2. Il primo cattolico a porsi il problema della pericolosità delle idee di Freud è lo psichiatra Rudolf Allers, il quale si impegnerà per diverso tempo, pubblicando numerosi volumi, nella disamina della teoria e della prassi psicoanalitica. In un testo del 1932 (tr. it. Psicologia e Cattolicesimo, D’Ettoris, Crotone 2009) definisce la psicanalisi una “psicologia dal basso”, poiché “essa trova l’essenza della natura dell’uomo nelle funzioni più basse”. La conclusione è lapidaria: “La psicoanalisi è assolutamente incompatibile con il pensiero cristiano”. Nel 1940 Allers dà alle stampe quello che, a tutt’oggi, è il saggio di critica più approfondito sulle dottrine freudiane (The succesful error). Vengono denunciati quattro “atteggiamenti di base” che la psicanalisi sostiene e promuove: materialismo, edonismo, soggettivismo ed impersonalismo: “Questi atteggiamenti hanno un definito e ampio influsso nel modo di concepire la natura umana, la dignità della persona umana, i fini fondamentali della vita”. Nel 1942 Allers denuncia la diffusione indiscriminata di termini psicologici (e psicoanalitici in particolare) anche in ambiti impropri e con effetti di volgarizzazione dei contenuti originari. Nel 1964, a quasi un anno dalla morte, esce postumo un articolo in cui Allers accusa l’arbitraria ricostruzione storica della vita di Freud, attorno a cui sostiene che si sia creata una falsa leggenda (ad es. che lo si definisca il padre della psicoterapia, lo scopritore dell’inconscio, ecc.).

3. Nello stesso periodo, il Vescovo Fulton Sheen, celebre per le sue trasmissioni radiofoniche e televisive, denuncia la pericolosità delle teorie freudiane. In una predica alla Cattedrale di St. Patrick di New York, il 9 Marzo del 1947, accusa la psicanalisi di “escapismo”, ovvero di alienazione dalla realtà, ed aggiunge che essa si basa su “materialismo, edonismo, infantilismo ed eroticismo”. Dedicherà altri approfondimenti ai pericoli insiti nell’analisi freudiana.

4. A questi due esempi si oppone, sempre a cavallo tra gli anni trenta e quaranta, la riflessione del filosofo francese Jacques Maritain, il quale precisa che la filosofia di Freud non solo è “falsa”, ma anche “disperata”. La sua psicologia, però, unisce grandi errori con “intuizioni geniali”. Quindi, il metodo terapeutico freudiano si dimostra “francamente positivo” e la sua pratica può allora essere accettata (Quattro saggi sullo spirito umano nella condizione di incarnazione, 1939). Maritain propone una divisione tra teoria freudiana e prassi psicoanalitica: la prima da rigettare, la seconda da assumere.

5. Nel 1949 in Olanda la psicoterapeuta Anna Terruwe, quasi seguendo idealmente Maritain, manda alle stampe un volumetto in cui traduce alcuni concetti freudiani nel lessico tomista, con qualche modifica dei primi. Il libro ha un’ampia diffusione, tanto che viene ristampato tre volte in Olanda, ed altrettante negli Stati Uniti (quando verrà tradotto da Conrad Baars nel 1960).

6. Il Magistero prende posizione nel 1952. È Papa Pio XII in persona ad interessarsi della psicologia, con un celebre discorso in cui contrasta la psicoanalisi: “Per liberarsi da pulsioni, inibizioni, e complessi psichici, l’uomo non è libero di eccitare in se stesso, per scopi terapeutici, tutti e singoli quegli appetiti della sfera sessuale che s’agitano o si son agitati nel suo essere, e sommuovono i loro impuri flutti nel suo inconscio o nel suo subconscio. Non può farne l’oggetto delle sue rappresentazioni o dei suoi desideri pienamente consci, con tutte le scosse e le ripercussioni che sono conseguenza di un tale modo di procedere”. Qualche riga dopo il Papa attacca direttamente la corrente freudiana: “Non è provato anzi è inesatto che il metodo pansessuale di una certa scuola di psicoanalisi sia parte integrante indispensabile di ogni psicoterapia seria e degna di tal nome”.
L’anno seguente il Papa riceve in udienza i partecipanti al V Congresso Internazionale di Psicoterapia e Psicologia Clinica (13 Aprile 1953), suggerendo loro “l’atteggiamento fondamentale che s’impone allo psicologo e psicoterapeuta cristiano”. Il Pontefice avverte di “non ridurre troppo frettolosamente l’uomo concreto col suo carattere personale al livello del bruto” e mette in guardia “sul metodo praticato talvolta dallo psicologo per liberare l’io della sua inibizione nei casi di aberrazione del campo sessuale” che “vale anche per certe forme della psicoanalisi”, ovvero: “Non si dovrebbe considerarle come il solo mezzo per attenuare o guarire turbamenti psichici”. Il Papa attacca la psicoanalisi anche su altri due punti, il primo è la concezione del senso di colpa: “Ancorché il sentimento di colpa sia rimosso con un intervento medico o per auto suggestione o per influenza altrui, la colpa rimane e la psicoterapia si ingannerebbe e ingannerebbe gli altri se, per cancellare il sentimento di colpa, pretendesse che la colpa stessa non esistesse più”. Il secondo è la riservatezza: “la tutela dei segreti che l’uso della psicoanalisi mette in pericolo”.
Nel 1954 l’enciclica Sacra Virginitas riporta: “Anzitutto, si discostano dal senso comune, che la chiesa ebbe sempre in onore, coloro che considerano l’istinto sessuale come la più importante e maggiore inclinazione dell’organismo umano e ne concludono che l’uomo non può contenere per tutta la vita un tale istinto, senza grave pericolo di perturbare il suo organismo, soprattutto i nervi, e di nuocere quindi all’equilibrio della personalità”.

7. Il 1954 è anche l’anno in cui Padre Agostino Gemelli, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da lui fondata, dà alle stampe un volumetto critico sull’analisi freudiana, che già anni prima aveva fortemente contrastato: “È una malattia del nostro tempo come il comunismo, come altre fisime che hanno ubriacato i giovani” (1950).

8. Sempre nel 1954, negli Stati Uniti viene dato alle stampe quello che diverrà il manuale di psicologia della personalità più utilizzato nei college cattolici: The human person. Il testo raccoglie i principali interventi di un simposio organizzato un paio di anni prima da parte di Magda Arnold ed il gesuita John Gasson, con l’obiettivo di condividere un giudizio sulla psicologia da una prospettiva cattolica. Gli autori prendono fortemente le distanze dalle concezioni di Freud: “Poiché il concetto di causa di Freud è confuso ed inadeguato, egli non arrivò mai alle origini reali del comportamento aberrante”. Successivamente Magda Arnold tornò altre volte sull’argomento: “Per Freud, l’uomo è essenzialmente una creatura dagli impulsi irrazionali” (1959). Inoltre evidenziò i rischi di una posizione “assimilazionista” come quella teorizzata da Maritain ed attuata dalla Terruwe: “Ma se il metodo della psicoanalisi non può essere utilizzato indipendentemente dalla sua filosofia, allora anche un analista Cattolico non sarà in grado di usarlo senza arrecare danno”.

9. Nel 1958 Pio XII interviene nuovamente con una terza allocuzione, in cui precisa le differenze tra l’antropologia cristiana e quella freudiana: “Noi definiamo la personalità come l’unità psicosomatica dell’uomo, in quanto determinata e governata dall’anima. […] Il costitutivo principale dell’uomo è l’anima, forma sostanziale della sua natura”. Il Pontefice mette in guardia contro le concezioni ateistiche: “La personalità cristiana si rende incomprensibile se si trascurano questi dati, e la psicologia, soprattutto quella applicata, si espone sovente a incomprensioni ed errori se li si ignora”. Inoltre elenca sei presupposti che, “a dispetto di certe posizioni sostenute da alcuni psicologi”, non possono essere abbandonati:
“1. un uomo qualsiasi dev’essere ritenuto normale fino a prova contraria;
2. l’uomo normale non possiede soltanto una libertà teorica, ma ne ha anche realmente l’uso;
3. l’uomo normale, quando impiega come deve le energie spirituali che sono a sua disposizione, è capace di vincere le difficoltà, che si frappongono all’osservanza della legge morale;
4. le disposizioni psicologiche anormali non sono sempre costringenti e non tolgono sempre al soggetto ogni possibilità di agire liberamente;
5. anche i dinamismi dell’incosciente e del subcosciente non sono irresistibili; è possibile, in larga misura, dominarli, soprattutto da parte del soggetto normale;
6. l’uomo normale è dunque ordinariamente responsabile delle risoluzioni che prende”.


10. L’operato di diversi psicoanalisti, in particolare riguardo agli effetti morali dell’analisi, porta la Santa Sede ad emettere un Monitum, pubblicato sull’Osservatore Romano il 16 Luglio 1961 a firma del notaio del Sant’Uffizio, che così recita: “Sapendo per certo che sono diffuse senza regola e per giunta divulgate molte opinioni pericolose circa i peccati contro il VI Comandamento e circa l’imputabilità degli atti umani” si prescrive agli insegnanti di teologia, dei seminari e degli istituti religiosi di non diffondere teorie differenti dalla tradizione ecclesiale, ai censori di essere cauti nel recensire e giudicare i libri, ai chierici ed ai religiosi ed ai sacerdoti di non sottoporsi alla psicanalisi senza il permesso dell’Ordinario per una causa grave.

11. Quasi a conferma delle preoccupazioni del Sant’Uffizio, nel 1967 una commissione cardinalizia incaricata da Papa Paolo VI ordina a Gregorio Lemercier, abate del monastero benedettino di Nostra Signora della Resurrezione di Cuernavaca, in Messico, di non sostenere più né in pubblico né in privato la teoria e la prassi psicoanalitica. L’abate sottoponeva all’analisi tutti i postulanti, i novizi ed i membri del monastero, e fu accusato di aver violato il segreto confessionale, di aver abusato del suo potere canonico, di aver gravemente disobbedito, di aver adulterato importanti principi morali e teologici. Lemercier, rifiutandosi di obbedire e continuando l’attività psicoanalitica, fu sospeso, poi deposto ed infine ridotto allo stato laicale.
A differenza di Lemercier, Anna Terruwe reagisce con mansuetudine al Monitum, cessando l’attività con i sacerdoti e dedicandosi allo studio di un’altra dottrina psicologica, la teoria dell’attaccamento. Da quando viene riabilitata nel 1965, poiché ritenuta “leale alla fede cattolica”, i suoi riferimenti a Freud si fanno più labili.

12. A cavallo tra gli anni sessanta e settanta anche Papa Paolo VI critica la psicanalisi diverse volte, rimproverandole di abituare “noi moderni” a guardare ed agitare solo “il torbido fondo” dello spirito umano che, ricordiamolo, secondo Freud è la vera natura dell’uomo.

13. Il lungo pontificato di San Giovanni Paolo II permette al Papa polacco di tornare più volte sul tema. In un’udienza del mercoledì, seguendo la riflessione del filosofo Paul Ricoeur, definisce Freud un “maestro del sospetto”, che accusa implacabilmente il cuore dell’uomo di “concupiscenza della carne” (29 Ottobre 1980). Nel 1987 dedica un importante passaggio alle psicoterapie: “la visione antropologica, da cui muovono numerose correnti nel campo delle scienze psicologiche del tempo moderno, è decisamente, nel suo insieme, inconciliabile con gli elementi essenziali dell’antropologia cristiana”. In particolare verso la psicoanalisi rivolge le seguenti accuse: “Le ricordate correnti psicologiche partono o dall’idea pessimistica, secondo cui l’uomo non potrebbe concepire altra aspirazione che quella imposta dai suoi impulsi o dai condizionamenti sociali”.

14. A cavallo tra gli anni ottanta e novanta, tuttavia, aumentano i pensatori cattolici che seguono teorie e metodi di Freud. L’esito porta ad episodi simili a quelli di Lemercier, come nel caso del teologo Eugen Drewermann che, in una Università Cattolica, predica la condizione universalmente nevrotica del sacerdozio (tesi espressa nel suo libro psicoanalitico Funzionari di Dio). Nel 1991 Drewermann viene prima interdetto e poi gli viene proibito l’insegnamento e la predicazione. Reagisce lasciando il sacerdozio. Come Drewermann anche altri “psicoanalisti cristiani”, seguendo le orme del “maestro” viennese, finiscono per criticare i fondamenti antropologici della Chiesa più o meno frontalmente. Si possono leggere in quest’ottica le parole di Giuseppe Mazzoccato: “È l’impianto teorico dell’antropologia cristiana che deve essere ripensato, perché si possa far luce sul modo di utilizzare i dati delle scienze psicologiche” (Malattia della mente o infermità del volere?, 2004).

Conclusione. Il Magistero e diversi laici si sono pronunciati contro la pericolosità degli insegnamenti freudiani. Molti autori che hanno corso il rischio di contaminare le concezioni cristiane con la psicoanalisi hanno finito per contrastare, nelle parole o nei fatti, gli insegnamenti della Chiesa. Sembra che l’adozione del sistema freudiano – maestro “del sospetto” – porti a dubitare dei fondamenti della fede e, quindi, ad ideologizzare l’analisi del “rimosso”: prima psicanalisti e poi, semmai, cristiani. Chi tenta delle sintesi più moderate accusa comunque una scissione tra la vita personale (fede) e la vita professionale (psicoanalisi). Lo attestano quei consultori “cristiani” in cui si prescrivono preservativi ed aborti, si avvallano adulteri e divorzi, si sottostimano la pornografia e le attrazioni sessuali per le persone dello stesso sesso. Quando si vogliono conciliare due posizioni antitetiche l’esito è la confusione. Perché “nessuno può servire due padroni”.

Stefano Parenti
Fonti italiane

Allers Rudolf, Psicologia e Cattolicesimo, D’Ettoris, Crotone 2009.
Echavarria Martin, Da Aristotele a Freud, saggio di storia della psicologia D’Ettoris, Crotone 2016.
Freud Sigmund, Opere complete, Bollati Boringhieri, Torino.
Gemelli Agostino, La psicanalisi, oggi, Vita e Pensiero, Milano 1953.
Marchesini Roberto, La psicologia e san Tommaso d’Aquino, D’Ettoris, Crotone 2015.
Maritain Jaques, Quattro saggi sullo spirito umano nella condizione d’incarnazione, Morcelliana, Brescia 1978.
Mazzoccato Giuseppe, Malattia della mente o infermità del volere?, Glossa, Milano 2004.
Parenti Stefano, Magda Arnold, psicologa delle emozioni, D’Ettoris, Crotone 2017.
Pavesi Ermanno, Follia della croce o nevrosi?, Cristianità, Piacenza 1998.

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