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mercoledì 5 settembre 2018

Critica alla psicoanalisi - don Ennio Innocenti


Il 2019 segnerà gli ottant’anni dalla morte di Sigmund Freud. Da allora sono stati molti i critici che si sono adoperati per smontare le false assunzioni presenti nella sua dottrina, la psicoanalisi. Ricordiamo il celebre testo di Luciano Mencacci, dedicato ai “disastri” della psicoanalisi, Michael Onfray che ha analizzato il “crepuscolo” di uno degli “idoli” della modernità, le “congetture e confutazioni” di Karl Popper sulla scientificità del metodo freudiano, sino al “libro nero della psicoanalisi”. Ma è in ambito cattolico dove gli scudi si sono levati con maggior vigore, basti pensare alle primissime critiche del giovane Rudolf Allers quando ancora frequentava proprio i circoli freudiani (confluite ed organizzate negli anni seguenti nell’imperdibile The succesfull error, ora in traduzione in italiano – con soli ottant’anni di ritardo!). Ognuno di questi testi si erge contro alcuni dei molti aspetti della psicoanalisi che contrastano la natura umana, la logica e persino l’esperienza. Qualche volta (raramente) si azzardano a descrivere un ritratto arrivista e borghese del personaggio Freud, sempre però curandosi di ben accentuare gli aspetti positivi del suo lascito. Nessuno si spinge sino ad una critica radicale della personalità come don Ennio Innocenti. 
Il primo capitolo del suo Critica alla psicoanalisi (Sacra Fraternitas Aurigarum, Roma 2011, 324 pp. 20 euro; recentemente riproposto in forma ridotta dalla casa editrice Leonardo da Vinci, col titolo La psicoanalisi di Freud e Jung. Una critica epistemologica, Roma 2018) parte proprio dalla vita di Freud, o meglio, da quegli aspetti della vita di Freud che normalmente vengono taciuti o passano in secondo piano. Ne emerge un quadro drammatico, avvilente, tanto duro da dover, talvolta, dubitare della serietà della ricostruzione. Ma ogni obiezione si placa al termine dell’esposizione, quando don Innocenti cita per filo e per segno tutti i riferimenti che ha utilizzato nella sua descrizione. Che Freud cambiasse di sovente e repentinamente idea non emerge da qualche critico, desideroso di colpire un nemico, ma dalla lettura delle righe più trascurate dei suoi biografi. Così come del suo abuso di cocaina, oggi taciuto (anzi, mi è capitato persino di sentire un’accusa contro Papa Leone XIII, tacciato di depressione, che Freud avrebbe aiutato proprio con la cocaina!). Della estrema possessività nei confronti della fidanzata Martha, poi moglie, nonché della passionalità incontinente nella sfera sessuale. Innocenti solleva delle forti riserve anche sulla salute fisica, sull’umanità del “padre” della psicoanalisi, nonché sul senso di responsabilità in quanto medico. Tutto sulla base di fonti disponibili agli occhi di qualsiasi interessato. In altre parole: Freud non solo fu un arrivista, un ateo e un esibizionista, ma fu un uomo malato. Profondamente malato. Del resto, la questione – diciamolo pure sinceramente – ce la siamo posti in tanti: come può una teoria tanto fuorviata non provenire se non da un uomo egli stesso fuorviato? L’esempio di Nietzsche dovrebbe valere per tutti. E Freud ha molti legami con Friedrich Nietzsche.
don Ennio Innocenti
L’intento di don Ennio Innocenti è, dunque, di fare luce sui punti oscuri, quelli scomodi e volutamente rimossi, perché: “nella Chiesa c’è bisogno di aprire gli occhi sul danno che la psicoanalisi può ancora provocare” (p. 7). Il suo libro è l’antitesi perfetta a quei tentativi di coniugare psicoanalisi e cristianesimo. Infatti, più che ai freudiani doc, agli atei o ai nuovi massoni, se così possiamo dire, il libro costituisce un pungolo per quei cattolici che si sono alimentati delle dottrine psicoanalitiche senza una verifica dei suoi fondamenti. Si tratta di una cospicua lista di psicologi che hanno tentato di assimilare i due mondi, tra cui Leonardo Ancona (freudiano) ed il celebre Anselm Grun (junghiano), ai quali vengono dedicate nel testo due ampie critiche. Benché sfumato, è un atteggiamento che ancor oggi va per la maggiore (“c’è del buono in tutto”) e che don Innocenti, forte dei suoi studi sulla gnosi moderna, smonta senza mezze misure. Del resto il “tao”, in cui il bianco è sempre presente nel nero, e vice versa, è un simbolo gnostico, non cattolico. Contro questo modo di pensare, don Innocenti si discosta sin dall’introduzione: “Da giovani eravamo speranzosi di audacissime appropriazioni ed intese e per questo la nostra attenzione era tutta rivolta agli elementi in qualche modo utilizzabili, se non assimilabili, che ci venivano offerti. Avendo dovuto approfondire, per obbligo d’ufficio, il significato della cultura moderna, abbiamo dovuto prendere atto della potenza logica di certi suoi irriducibili sviluppi specifici, sicché il dialogo l’abbiamo ormai riservato alle persone vive, disponibili e meritevoli d’amicizia; ci guardiamo dall’estenderlo alle dottrine del secolo, le quali non ne sarebbero per nulla capaci” (p. 16). Questo è il motivo per cui il libro è “un serrato confronto” piuttosto che “un fiducioso dialogo”.
Freud ed il freudismo vengono denunciati da diverse prospettive. La prima è quella della realtà dei fatti. Talvolta, infatti, basta leggere gli eventi senza preconcetti per coglierne la portata. I fatti che riguardano i seguaci del “maestro” sono stupefacenti: “[…] il suo amico Weiss s’impiccò al ritorno dalla luna di miele; Otto Gross, tanto stimato, divenne assassino e morì suicida; Frink, tenuto in altissima considerazione, impazzì dopo il disastroso matrimonio caldeggiato dallo stesso Freud; Tausk, ritenuto tanto geniale, morì suicida sconvolto da una pazzia sconcertante, come diremo; una sorte analoga toccò a Federn (il maestro del triestino Eodardo Weiss, primo psicoanalista italiano); Rank stesso, il devotissimo segretario di Freud, non poté sfuggire al suicidio, esito d’una pericolosa pazzia che lo devastò per vari anni; pazzo morì anche Reich; Stekel, cui erano state affidate alte responsabilità nella promozione del movimento psicoanalitico, si meritò da Freud la definizione di “alienato morale”; Ferenczi, personaggio ancor più autorevole, morì completamente pazzo...” (p. 16). I cristiani sono stati avvertiti dal vero Maestro di guardarsi dai falsi profeti: “Dai loro frutti li riconoscerete” (Mt 7, 16). Il libro snocciola anche alcuni particolari che dovrebbero essere degni di maggiore attenzione. Ad esempio la costituzione, da parte di Freud, di un gruppo di cinque fedelissimi, “una specie di segretissima vecchia guardia”. “A ognuno di questi pretoriani egli regalò un distintivo speciale: un anello d’oro con un cammeo raffigurante la testa di Giove” (p. 94). Il dettaglio non è irrilevante: parla dei rapporti che Freud ebbe con le logge massoniche di stampo ebreo.
Il secondo attacco è di tipo filosofico. Innocenti scrive: “A nostro avviso – e salvo miglior giudizio – è d’importanza decisiva l’identificazione filosofica della psicoanalisi come espressione dello gnosticismo” (p. 95). I principali contenuti della dottrina freudiana richiamano l’antica eresia secondo cui è con l’ingegno umano che l’uomo può diventare padrone della propria vita: “Una letteratura rinfrange questa tematica in tutti i toni: la notte è guardiana del gran tesoro; l’inconscio è il santuario divino; il sogno è il trasfiguratore del mistero: romanticismo, wagnerismo, vitalismo, irrazionalismo: tutte maschere del neognosticismo” (p. 60). Il contesto in cui nasce la psicoanalisi Innocenti lo riassume in questo modo: “In genere possiamo dire che Freud va collocato in uno degli sviluppi della filosofia illuminista: questa, infatti, degenera per due correnti parallele e concomitanti: la prima termina con il trionfo del razionalismo, del positivismo e del materialismo; l’altra termina con il predominio dell’inconscio e la riedizione dello pseudospiritualismo gnostico ed occultistico. Fra le due correnti ci sono scambi e parentele, essendo medesima la matrice. Come la filosofia, però il freudismo appare meglio collocato nella seconda corrente” (p. 82).
Molti altri attacchi vengono scagliati dalle prospettive logiche, psichiatriche ed epistemologiche anche grazie ai contributi di altri esperti di cui il libro di Innocenti si arricchisce. Le pagine più interessanti, a mio avviso, sono quelle dedicate ai rapporti con il cristianesimo. Critica alla psicoanalisi è uno dei rari libri in cui si può leggere una ricostruzione storica, approfondita, dei giudizi del Magistero sulla psicoanalisi. Tra di essi spicca una frase di Papa Paolo VI: “Quanto sarebbe meglio se certi cattolici, anziché dallo psicoanalista, andassero dal confessore per un dialogo costruttivo e liberatore sui problemi che lievitano nel fondo delle loro anime” (p. 157). Si tratta di una citazione importante, perché un’interpretazione tutt’ora in voga, diffusa da Leonardo Ancona, stabilisce che Papa Montini fosse incline alla dottrina freudiana. A noi invece paiono significative queste parole, specialmente se unite alle dichiarazioni sul “torbido fondo” agitato dalla psicoanalisi ed altri discorsi del Pontefice. Un altro elemento storico interessante ripreso da don Innocenti è il limpido giudizio di Luigi Gedda, allora Presidente dei Medici Cattolici: “All’epidemico e inconsulto diffondersi della psicoanalisi, che spesso rappresenta un esercizio abusivo dell’arte sanitaria, dobbiamo opporci con una conoscenza approfondita della medicina psicosomatica, la quale ci permette di affrontare sopra un terreno obiettivo, e non pseudoscientifico, questi argomenti di confine tra anima e corpo”. E sempre Gedda aggiunge: “Le vittime più ingenue, e più compromettenti, dell’inflazione freudiana sono, in genere, gli ecclesiastici, i quali pensano di aver un terreno rigorosamente scientifico sotto i piedi quando citano Freud e parlano di psicoanalisi” (p. 69). Che profezia!
Insomma, per un cristiano il giudizio dev’essere chiaro: “Il sistema [freudiano] non si presenta come redimibile, nel suo insieme” (p. 147). Innocenti lo attesta con una tabella semplice ed immediata, in cui si comparano le concezioni di Freud con quelle di San Tommaso.

Ma il libro di Innocenti non finisce qua. Tutta una seconda parte è dedicata a Carl Gustav Jung. Anche nei suoi confronti gli aspetti che destano maggiore sorpresa sono legati alla vita personale a familiare. Che Gustav coltivasse l’idea di una “possessione” del proprio spirito da parte degli antenati è cosa abbastanza nota. Che il nonno parlasse con gli spiriti e che anche il padre esibisse facoltà spiritiche è già meno conosciuto. Poi ci sono gli aspetti psichici: dalle celebri “visioni”, alla depressione, sino ai tentativi di suicidio. La poligamia: anche dai film recentemente prodotti (A dangerous method, ad esempio) si intuisce come per Jung il concubinato fosse ritenuto salubre, come scrive in una lettera a Freud: “Sembra che la condizione per un buon matrimonio consista nel garantire l’infedeltà” (p. 207). Anche qui non possiamo parlare di santità per il personaggio. È proprio dalla sessualità che “Jung ritrova l’opposizione gnostica dei contrari” (p. 210), che costituisce il centro della sua dottrina. Tra tutte queste informazioni, l’aspetto più inquietante di tutti è il suo satanismo, coltivato con il metodo dell’immaginazione attiva: “lasciarsi invadere, eliminata la vigilanza critica, da emozioni, affetti, fantasie, qualsivoglia contenuto dell’inconscio, confrontandosi come con una presenza oggettiva: una immaginazione attiva che diventa magia nera (Franz) per conquistare il proprio Sé attraverso l’inferno delle passioni” (p. 214).
In conclusione: Critica alla psicoanalisi è un libro che il cattolico impegnato nel campo della psicoterapia non può evitare. Forse proverà imbarazzo e fastidio nel leggerlo. Ma questo non farà altro che suscitare in lui la sana domanda se le verità del mondo in cui viviamo, storiche e metafisiche, siano davvero tali, oppure rappresentino il segno di quella coda mefistofelica che è bene riconoscere, per se stessi e per tutti coloro che si desidera aiutare.

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