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sabato 29 febbraio 2020

L'arte di vivere - Giovanni Cucci



Giovanni Cucci, L'arte di vivere. Educare alla felicità, Ancora, Roma 2019, 220 pp., 18 euro.

L’ultimo libro di Padre Giovanni Cucci - gesuita e docente di filosofia e psicologia all’Università Gregoriana di Roma – tratta apertamente quello che dovrebbe essere il tema più importante nell’ambito delle discipline umane e della salute mentale: la felicità. Finalmente! Verrebbe proprio da dire. Perché sulla felicità è sceso un silenzio assordante, laddove invece impazzano studi e pubblicazioni sul benessere, la serenità, l’equilibrio. La felicità è ben altra cosa: è un gradino superiore a qualsiasi dieta psicobiologica. Solo che se ne è perso il senso. Questo è il motivo per cui molti ne sono interessati: a Yale “il corso più seguito in assoluto è quello sulla felicità” (p. 5). Ma che cos’è la felicità? Padre Cucci lo spiega con un testo discorsivo, semplice e molto godibile, eppure allo stesso tempo manualistico. Attraverso il ricorso alla filosofia, agli autori della psicoterapia e della psichiatria, alle ricerche di psicologia delinea un percorso di allontanamento e di riavvicinamento (exitus-reditus potremmo dire) al cuore stesso del desiderio più profondo dell’uomo. Una lettura imperdibile. Ma procediamo con ordine.
L’autore inizia con un dato agghiacciante: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità “nel 2013 sono state 842.000 le persone che hanno voluto porre fine alla loro vita” (p. 7). “La cosa sconcertante è che tali statistiche riguardano una popolazione che gode di privilegi unici, tanto da essere considerata sotto molti aspetti la più fortunata della storia: non ha conosciuto la guerra, la fame, la carestia, le intemperie. Le società occidentali registrano guadagni enormi rispetto a chi è venuto prima di noi sotto molti aspetti: longevità, aspettative di vita, possibilità alimentari, cure mediche, accesso all’istruzione, libertà di spostamenti, diffusione capillare dei diritti, cura dell’ambiente, tutela della privacy. Nonostante ciò, la percentuale di infelicità percepita è notevolmente aumentate: siamo una generazione che si sta ammalando di solitudine” (p. 8). La visione moderna della felicità è differente da quella tradizionale. Se per la prima essa è sinonimo di fortuna e di causalità, l’antichità “tendeva a identificare la felicità non in termini di una vita lunga e colma di beni materiali (come nell’odierna concezione di «benessere»), ma piuttosto come la realizzazione di un valore supremo che pone l’uomo in una dimensione superiore” (p. 17).
Bisogna allora immergersi nelle concezioni perdute. Si tratta di un viaggio entusiasmante poiché gli antichi si sono interrogati sulla felicità in modo davvero approfondito. Platone osserva che“nell’uomo è presente un frammento del divino, che parla all’anima di una pienezza senza averla tuttavia mai sperimentata adeguatamente nelle fugaci esperienze del vissuto; è una scintilla di eternità, e dunque anche di sofferenza per ciò che si desidera senza mai raggiungerlo” (p. 25). Aristotele parla di “bene perfetto” riferendosi ad una condizione in cui non c’è più bisogno d’altro: “Una vita di questo tipo – scrive nell’Etica Nicomachea – sarà troppo elevata per l’uomo: infatti non vivrà così in quanto è uomo, bensì in quanto c’è in lui qualcosa di divino” (p. 26). È sempre lo Stagirita a coniarne una definizione sintetica e precisa: “Possiamo definire la felicità come la prosperità unita alla virtù”. Vediamo dunque che per la filosofia antica essere felici significa “partecipare di qualcosa di più grande (che) è anche riconoscere nell’uomo la presenza del divino” (p. 28). Il termine che i greci prediligevano è “eudaimonia (Il dono di un buon demone), qualcosa che non è adisposizione dell’uomo ma che nello stesso tempo egli non può fare a meno di desiderare” (p. 12).
Con questi accenti religiosi già esplicitati nel paganesimo, la Cristianità ha elevato la felicità (o beatitudine) a fine della vita umana. Ma in cosa consiste? E specialmente, è umanamente sperimentabile? “È soprattutto Tommaso a sviluppare questo aspetto della felicità” (p. 37) identificando il fine ultimo dell’uomo con la conoscenza di Dio. È ciò che si chiama contemplazione, come attesta la Summa contro i gentili: “Il nostro intelletto nell’intendere si estende all’infinito: ne è un segno il fatto che, data una qualsiasi estensione finita, il nostro intelletto è in grado di pensarne una più grande. Ora, questa apertura della nostra intelligenza all’infinito sarebbe vana se non esistesse una realtà infinita da conoscere” (p. 38). Le beatitudini sono la “carta della felicità”. Perché “«Felice» o «beato» è sinonimo di «santo»”, come attesta Papa Francesco (p. 43). “I santi sono infinitamente felici, nota Tommaso, proprio perché godono della gioia infinita di un altro, cioè di Dio” (p. 40). Povertà di spirito, afflizione, mitezza e fame di giustizia, misericordia, purezza, pace, persecuzione a causa della giustizia e di Cristo sono i tratti principali dell’uomo felice.
Con la modernità questa visione della felicità si smarrisce: “L’epoca moderna presenta una grande differenza rispetto al passato nella maniera di considerare la felicità. Per gli antichi, a anche nel cristianesimo, essa era il premio dell’uomo virtuoso, strettamente connessa all’agire buono, frutto di fatica ed educazione. Inoltre era legata a una dimensione religiosa, era un dono di Dio. Nell’epoca moderna la felicità tende a diventare sinonimo di emozione, di un soggettivo «sentirsi bene», un sentire che può essere reso possibile non tanto dall’«essere buono», dalla condotta buona (che anzi presenta non di rado smentite) ma da un calcolo, una tecnica, o dall’aiuto di sostanze in grado di suscitare sensazioni di benessere” (p. 65). Ecco che attraverso la riforma protestante, l’individualismo, l’illuminismo “la felicità viene ridotta a un calcolo o, più radicalmente, se ne dichiara l’incompatibilità con la virtù” (p. 71). Per il medico illuminista La Mettrie “La felicità è individuale e particolare, e si può trovare in assenza di virtù e persino nel delitto. Crogiolati nel fango come un maiale, e sarai felice come loro” (p. 77). Non c’è poi molta distanza, se non nell’eleganza con cui viene esposta, dalla concezione di Freud ne Il disagio della civiltà: “Potremmo dire che nel piano della Creazione è incluso l’intento che l’uomo sia felice. Quello che nell’accezione più stretta si chiama felicità scaturisce dal soddisfacimento, per lo più improvviso, di bisogni fortemente compressi e per sua natura è possibile solo in quanto fenomeno episodico” (p. 72).
Un tema a parte riguarda il nesso tra la felicità e la tristezza. La modernità, ed in particolare la psichiatria, ha ridotto la tristezza a malattia psichica (depressione): “Nel manuale [dei disturbi psichici, il DSM-5], la tendenza a cancellare la distinzione tra tristezza e depressione porta a misconoscere una vasta gamma di situazioni nelle quali è invece giusto e sano avvertirla. Si pensi alla reazione per la perdita di una persona cara, o per un vento tragico: sentirsi tristi è segno di una personalità sana, capace di esprimere affetto” (p. 98). “La scomparsa della tristezza, della tristezza cum fundamento in re, come direbbe san Tommaso, o confusa con la depressione, non ha di certo migliorato la qualità della vita, ma ne ha esasperato il disagio e la sofferenza” (p. 109). Sono esplose, infatti, le compensazioni artificiali: l’abuso di farmaci, del virtuale, del divertissement. C’è invece un “insegnamento della tristezza” che non solo san Tommaso ma anche sant’Ignazio di Loyola, ad esempio, hanno esplorato e che va ripreso.
Nell’ultima parte del libro, Cucci affronta tre ambiti in cui la felicità sembra rinascere. La prima è la psicologia positiva, ovvero la corrente psicologica iniziata da Martin Seligmann, che dà ampio spazio al tema, al contrario della quasi totalità delle altre impostazioni. La seconda è il “capitale sociale” ovvero l’interesse per la comunitarietà: “L’uomo è un essere politico, dicevano gli antichi: la dimensione comunitaria costituisce una delle principali forme di protezione” (p. 129). Laddove l’individualismo attacca la felicità, le amicizie profonde, lo sport, il rapporto con i genitori (in particolare la presenza del padre) aprono le porte alla resilienza ed alla gratitudine, elementi costitutivi di una vita felice. Il terzo approfondimento è dedicato al rapporto complesso tra felicità ed economia. Cucci rileva che la società dei consumi si basa su di un materialismo diffuso: è l’accumulo dei beni che sembra rendere felici. In realtà: “Quando la persona tende a concentrarsi sui beni materiali lo fa a scapito di altri beni che vengono in tal modo disattesi, lasciando una frustrazione interiore che si cerca a sua volta di compensare con altri beni proposti dal mercato: l’insoddisfazione è una cospicua fonte di lucro. (…) L’accumulo di beni materiali, di fatto un tentativo di affrontare l’insicurezza psicologica, tende così a esacerbarla” (p. 155). Come uscire dal problema? Con la vecchia – o meglio, evangelica – consapevolezza che “C’è più gioia nel dare che nel ricevere”. “Donare rende felici. (…) Eppure quando si chiede a cosa sia associata la felicità, la maggior parte delle persone risponde: quando si ricevono soldi e li si spende per sé. Due presupposti entrambi errati, eppure presenti in ciascuno” (p. 163). La saggezza medievale è ancora una volta di aiuto: “In realtà si è felici solo quando ci si propone di fare felici altri” (felix felicitans).
Il libro si chiude con l’apertura alla dimensione spirituale. Laddove uno dei presidenti dell’American Psychological Association aveva detto che “La psicologia e la psichiatria…non solo descrive l’uomo come egoisticamente motivato, ma implicitamente o esplicitamente insegna che egli deve essere così” (p. 183) padre Cucci motiva invece come la domanda di felicità sia a tutti gli effetti una richiesta religiosa e, citando Frankl, un’esigenza di senso per la propria esistenza. Secondo una felice espressione dell’autore, già presente in altri suo lavori, l’uomo è “l’unico animale malato di assoluto” (p. 19). La consapevolezza della presenza di Dio nella vita dà senso anche alle esperienze dolorose e difficili, e sviluppa quella che Cucci chiama il senso della gratitudine: “Di fronte a eventi stressanti o difficili, chi ha coltivato uno spirito di gratitudine trova maggiore forza interiore per poterli affrontare, perché lo sguardo è teso fuori da sé, attento alle difficoltà altrui, sperimentando la sensazione di essere utile a qualcuno; questo modo di porsi protegge maggiormente dall’invidia, dall’autocommiserazione e dal ripiegamento su di sé tipici della depressione” (p. 205).

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