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mercoledì 24 maggio 2017

Le ricadute patogene della #pornografia

Da CulturaCattolica.it




Continuiamo ad occuparci della pornografia, perché se ne parla poco, troppo poco.


Come cristiani sappiamo bene che la pornografia è un male. La “cosificazione” della donna, il racket, l’adulterio (“chiunque guarda una donna per desiderarla…”), la masturbazione (“fornicazione”), la divinizzazione del piacere venereo, ecc. Forse sappiamo meno bene che, come tutti i mali morali, essa comporta delle ricadute patogene. Ovvero che il guardare certe immagini modifica il pensiero, l’affetto e le relazioni non solo verso Dio, ma anche sul piano umano. Sul singolo individuo essa produce una dipendenza. Studi sperimentali hanno appurato che l’esposizione ai video pornografici altera gli equilibri sistema nervoso centrale in modo del tutto analogo all’utilizzo di sostanze psicotrope, come le droghe. Più uno si mette a guardarli più ne sente la necessità di farlo nuovamente. Nelle relazioni essa modifica la percezione dell’amato, che diviene un oggetto di gratificazione sensoriale, impedendo così un vero innamoramento e la gratuità dell’amore. Questo è il motivo per cui diversi matrimoni si frantumano quando di mezzo c’è la pornografia. Anche le amicizie ne risentono, poiché chi passa tante ore davanti allo schermo tende a chiudersi in sé, a perdere l’interesse per gli altri, sino a soffrire di veri e propri stati di depressione, oltre ad altre sintomatologie come gli attacchi di panico, l’eiaculatio precox o l’impotenza, i disturbi dell’attenzione.

C’è un modo per uscirne? Molti pensano che sia sufficiente smettere. Non hanno tutti i torti. Il problema è che risulta difficile smettere: da una parte l’atto che diviene abitudine si trasforma in automatismo. Dall’altra la volontà risulta indebolita poiché, come sosteneva il grande psichiatra tomista Rudolf Allers, quando c’è di mezzo il piacere si scinde in più fini. Si rende necessario un lavoro su di sé che scavi al fondo del vizio della pornografia e colga le ragioni profonde del perché si sia scelto di diventarne dipendenti (sì, è una scelta, per quanto poco consapevole possa essere, nessuno è mai stato obbligato). È ciò che suggerisce lo psicoterapeuta americano Peter Kleponis, autore di un programma di guarigione chiamato Integrity Restored, ovvero integrità restaurata. Kleponis, che proprio in questi giorni si trova in Italia per una serie di conferenze, è autore di alcune significative pubblicazioni in cui spiega il suo metodo di lavoro. Nel suo bel libro Integrity Restored: Helping Catholic Families Win the Battle Against Pornography (Integrità Restaurata, Aiutare le Famiglie Cattoliche a Vincere la Battaglia Contro la Pornografia), che speriamo possa presto trovare un’edizione italiana, suggerisce sette punti chiave per il recupero. Descriviamoli brevemente e commentiamoli.

Primo: bisogna ammettere a sé stessi di avere una dipendenza e, quindi, di doversi impegnare per recuperare. Sembrerà scontato, ma in qualità di psicoterapeuta posso assicurare che è il passo più difficile.

Secondo: purificare l’ambiente. Buttare via giornali, dvd, immagini e quant’altro. Procurarsi un buon software di protezione che filtri qualsiasi stimolo indesiderato (lo stesso Kleponis ha collaborato alla creazione di Covenant Eyes, un’applicazione che permette di “aiutare a superare le tentazioni di internet”). A volte è il caso anche di attuare misure davvero drastiche, quali lasciare il computer al lavoro oppure buttarlo via, come fa il protagonista del bel film Fireproof


In altri casi bisogna cambiare compagnia: quando gli amici sono habitué di pornoshop, lap dance o altre situazioni pericolose. Un po’ come dice il Vangelo: “Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala…”. Eliminare i trigger, cioè i fattori d’innesco, le tentazioni.

Terzo: chiedere aiuto. Il dottor Kleponis è molto diretto a riguardo: “Chiedete a chi ha avuto successo nel recupero: e lui vi dirà che non avrebbe potuto farcela da solo”. Il primo soccorso dovrebbe essere la consolazione di un amico (con-solare significa, infatti, “stare con” la solitudine di un altro, e quindi non essere più solo). Ma talvolta si rende più semplice parlare con uno specialista o con un sacerdote il cui segreto professionale o confessionale permette di vincere più facilmente la vergogna. Kleponis però aggiunge che ben presto sarà necessario condividere il problema anche con gli amici: la fraternità, cioè le persone che sostengono il cammino della propria vita, oppure i gruppi d’incontro con persone aventi la stessa dipendenza (in America i gruppi di Alcolisti Anonimi sono molto frequentati ed il loro programma, il celebre “12 passi” è stato fatto proprio anche da gruppi specifici per la pornodipendenza). È questo, a mio avviso, il passaggio più decisivo ed altrettanto delicato. Decisivo perché il tema gli affetti costituisce il centro della vita, come ben dice San Tommaso d’Aquino: “La vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente la sostiene” (S. Th. II-II, q. 179, a. 1 co). Delicato perché viviamo in un periodo storico in cui ognuno di noi vuol farcela da sé, pensa di non aver bisogno di niente e di nessuno, ed anche perché al giudizio degli altri (ciò che la chiesa ha da sempre condannato col nome di “rispetto umano”) diamo un peso così grande da fare di tutto pur di far apparire lustra la nostra immagine.

Quarto: counseling, ovvero ricorso ad un professionista. Gli amici accolgono e consolano, e, se sono bravi, sostengono e motivano. Ma difficilmente riescono ad introdurre alle ragioni profonde del perché ci si senta attratti da un male. La dipendenza è una forma di “automedicazione”. Ciò significa che un uomo che prova un bisogno impellente (gli americani usano il termine craving) di guardarsi immagini pornografiche è probabile che abbia sperimentato delle ferite che Kleponis definisce “emotive”. Sensazioni di incomprensione, di disvalore, di rifiuto, di esclusione, ecc. particolarmente nell’infanzia o nel periodo dello sviluppo. Quando tali ferite vengono riattivate da circostanze quotidiane di vita ecco che ri-emerge un’inquietudine, un dolore, una sofferenza. Non stiamo parlando di esperienze lancinanti, ma di percezioni di malessere diffuse, come delle zone grigie da cui l’individuo sente il bisogno di difendersi. Un modo per farlo è di gettarsi nei piaceri, che hanno l’effetto di distrarre e di anestetizzare, ovvero di medicare il dolore: sesso, droga, alcol, shopping, gioco d’azzardo, cibo, relazioni, ecc. Proprio come dice, ancora una volta, uno dei grandi psicologi di sempre, ovvero san Tommaso d’Aquino: “Qualsiasi piacere porta un sollievo capace di mitigare qualsiasi tristezza, qualunque ne sia l’origine” (S. Th. I-II q. 28 a. 1). Cogliere questo meccanismo è iniziare a diventarne liberi. Kleponis approfondisce ulteriormente la dinamica, riscontrando nei suoi pazienti alcune convinzioni di base che danno avvio alla reazione emotiva:
  1. Sono indegno di amore.
  2. Se la gente veramente mi conoscesse, mi rifiuterebbe.
  3. Non posso contare su nessuno, nemmeno su Dio, per soddisfare le mie esigenze.
  4. Devo trovare qualcosa che posso controllare in grado di soddisfare le mie esigenze.
  5. La pornografia e il sesso soddisfano le mie esigenze e sono la mia più grande fonte di conforto.
Le emozioni, infatti, sono la conseguenza di una conoscenza. Focalizzandosi dunque sugli aspetti cognitivi, Kleponis suggerisce ai pazienti di sostituire tali convinzioni con quest’altre:
  1. Sono amabile.
  2. Se la gente mi conoscesse veramente, mi amerebbe di più.
  3. Posso contare su di altri, tra cui Dio, per soddisfare i miei bisogni.
  4. Non ho bisogno di trovare qualcosa che posso controllare per soddisfare i miei bisogni.
  5. Dio e le relazioni sane soddisfano i miei bisogni e sono la mia fonte di conforto.
Noterete che lo psicoterapeuta americano parla esplicitamente di Dio. Non teme di sostenere che l’incontro con Dio è ciò che sostiene lo sforzo umano. Prescrive infatti di leggere le scritture, di partecipare quotidianamente alla Messa, di frequentare la Confessione ogni qual volta ci sia una “caduta”, di circondarsi di amicizie cristiane che “hanno un valore inestimabile”.

Il quinto punto è infatti la spiritualità. A tal proposito è bene ricordare, anticipando l’ultimo punto, che le virtù cardinali, su cui si basa l’agire umano (in particolare la temperanza, la giustizia e la fortezza per le azioni e la prudenza per lo sguardo verso la realtà) si fondano sulle virtù teologali. Senza l’amicizia con Cristo l’impegno umano rischia di esitare in uno sforzo eroico, in un superomismo disperante. Ancora una volta è il Dottore Angelico ad esprimere efficacemente tale dinamica: “Dalla natura scaturisce la paura della morte. Dalla grazia, l’audacia” (Super Secundam ad Corinthios, 5, 2).

Sesto punto: istruzione. Affinché le persone siano sempre più consapevoli di ciò che vivono Kleponis suggerisce l’approfondimento di testi sulla dipendenza in generale e quella sessuale, sulle conseguenze anche per i familiari, sulla teologia del corpo e sull’amore, sulla bellezza delle relazioni sanamente vissute: “Questo può rafforzare la risolutezza nel raggiungere il recupero”. Ricordo che anche altri professionisti, come ad esempio il celebre Viktor Frankl, suggeriscono la “biblioterapia” come sussidio efficace per la guarigione.

Settimo punto: esercitare le virtù. Se la dipendenza è un vizio, ovvero un’abitudine malsana profondamente radicata, allora la cura principale è l’esercizio della virtù, ovvero di un’abitudine sana profondamente radicata. “Questo è un approccio unicamente cattolico per il recupero e non si trova in altri programmi”, osserva, a mio avviso saggiamente, Kleponis, il quale prescrive ai pazienti la pratica quotidiana di una virtù: onestà, coraggio, umiltà, castità, perdono, ecc. “Quando un uomo si concentra giorno per giorno a vivere una vita virtuosa è più facile che eviti la pornografia”.

“Le virtù permeano tutti gli altri punti” e, aggiungerei, tutti gli altri punti permeano le virtù. Questo è il motivo per cui Kleponis precisa che i “sette punti” non sono passi o fasi, perché ogni punto è di pari importanza agli altri. “Si deve lavorare su di essi contemporaneamente”. Confido che queste indicazioni preziose possano aiutare chi ne ha bisogno.

Stefano Parenti

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