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"Una psicologia medica cattolica deve essere una vera sintesi delle verità contenute nei sistemi già esistenti e inaccettabili visto il loro spirito di materialismo puro e le verità della filosofia e la teologia cattolica. Questo lavoro di sintesi non può essere compiuto che da persone istruite e nella medicina o psicologia e nella filosofia, e che possiedono una esperienza pratica e personale assai grande: cioè questo lavoro deve essere fatto da medici, specialisti di psichiatria, dunque da scienziati cattolici laici. (Rudolf Allers, 1936, lettera a P. Agostino Gemelli).

venerdì 30 marzo 2012

IMPULSI IRRESISTIBILI - RUDOLF ALLERS

Rudolf Allers
Ancora una volta abbiamo il privilegio di ospitare un articolo di Rudolf Allers, raro esempio di profondità culturale e di sensibilità cattolica nell'ambito della psicologia. "Irresistibile Impulses: A Question of Moral Psychology", scritto nel drammatico 1939 e pubblicato per il centesimo numero di The Ecclesiastical Review (ripubblicato recentemente nella raccolta di saggi a cura di Batthyany, A., Olaechea, J., Tallon, A., Work and Play, Marquette Un. Press., 2008), affronta uno dei temi più importanti di sempre: la libertà umana. Il Professore si focalizza sull'analisi dei cosiddetti "impulsi", ossia gli atti del comportamento umano agiti sotto la pressione di una forza interiore. La cultura psicologica dell'epoca, fortemente influenzata dal primo influsso della psicoanalisi, pareva attestare che tali impulsi fossero di natura irresistibile. Ciò significava, per l'uomo, doverli agire senza il deliberato consenso della coscienza; e persino, in taluni casi, senza neppure la consapevolezza dell'azione. Secondo questa dinamica, l'uomo agisce non sulla base della propria volontà, o almeno non solamente, piuttosto sulla spinta di pulsioni istintive, delle quali non ha consapevolezza e, soprattutto, alcun controllo. Viene presupposto, dunque, l'esistenza di una forza più forte della volontà umana. La persona non è libera. Non può né decidere gli atti delle sue azioni, né arginare, contrastare o persino avallare consapevolmente gli impulsi. Il Professor Allers non esita a denunciare i limiti ed i pericoli di una tale concezione dell'uomo. Su quale prova si può certificare che un impulso è irresistibile? Il Professore evidenzia due situazioni: quando la reale forza dell'impulso "soverchia tutte le altre facoltà"; quando si verifica una "presunta intollerabilità della situazione che verrà a modificarsi obbedendo all’impulso". In entrambi i casi, sottolinea Allers, l'irresistibilità è solo presunta poiché "bisogna distinguere l’irresistibilità oggettiva di un impulso e la convinzione soggettiva che sia così". Molte persone cedono agli impulsi semplicemente perché li credono irresistibili. Quando iniziano a resistergli scoprono al contrario che possono resistergli. Per tale motivo Allers sostiene che: "Non c’è impulso che possa essere considerato semplicemente come irresistibile". "La cosa più importante è che ogni caso deve essere considerato come un problema completamente nuovo, e che si devono evitare drasticamente tutte le generalizzazioni, soprattutto le opinioni formate avventatamente". 
     Vorrei soffermarmi su due aspetti di questa preziosa disamina. Quale idea di uomo sottende la teoria degli impulsi irresistibili? Senza alcun dubbio un'antropologia determinista. Non a caso Allers denuncia la paternità freudiana di tale concezione, secondo cui "l'io non è padrone in casa sua". Se l'uomo non si orientasse nel mondo sulla base dell'azione delle proprie facoltà razionali e volitive, quale forza lo muoverebbe? Il caso? La biologia? L'evoluzione? La cultura? Ogni opzione implicherebbe un determinismo: la persona si ridurrebbe così ad essere determinata (attenzione, non influenzata, bensì determinata) da una forza irrazionale-incomprensibile, da uno schema genetico, da un processo evoluzionistico, dalla società. Osservando con onestà i numerosi autori della psicologia, possiamo scoprire come approcci apparentemente distanti si trovino curiosamente allineati a quest'idea di uomo determinato. Per Freud e per numerose scuole psicoanalitiche l'uomo è una macchina comandata dall'inconscio che ha come finalità il piacere. Per Carl Rogers, invece, la persona possiede una "tendenza attualizzante" che la orienta automaticamente verso la realizzazione di sé. Per le scuole sistemiche, costruttiviste ed anti-psichiatriche, invece, è il contesto familiare-culturale-sociale a determinare la concezione stessa e dell'uomo e della sua dinamica. Nessuna scuola psicologica, invece, ritiene che la persona sia fondamentalmente libera, ossia in grado di cogliere in ogni istante ed in ogni situazione il bene, il bello ed il vero e, semmai, di perseguirlo. Solo la corrente aristotelico-tomista, sulla base di una filosofia cattolica della natura umana, ipotizza tale dinamica; ma essa deve ancora essere adeguatamente indagata e divulgata all'interno della psicologia contemporanea.
     Un secondo aspetto riguarda invece il disturbo psichico vero e proprio. Preso atto che l'uomo sano è libero in potenza (bisogna tener presente il peccato originale), e che prima di parlare di impulsi irresistibili è necessario verificare quanto più è possibile la natura e le caratteristiche di questa fenomenologia, cosa dire invece della persona affetta da un disturbo psichico? Credo che questa tematica sia una delle più attuali all'interno della riflessione psicologica. A mio avviso si possono evidenziare due visioni distinte. La prima intende il disturbo psichico come l'espressione fenomenica di un vizio. Secondo la terminologia di san Tommaso d'Aquino il vizio è un abito (habitus) che contrasta la retta ragione e/o l'animalità stessa dell'uomo (aegritudo animalis). Ad esempio una persona che appetisca il carbone come cibo manifesta un'abitudine che è contraria alla natura stessa dell'uomo (che porta al nutrirsi per vivere) ed anche alla retta ragione (che giudica il carbone un elemento disgustoso ed inutile alla finalità della nutrizione). Il rimedio al vizio, seguendo gli insegnamenti dell'Aquinate, consiste in un'abitudine contraria a quella del vizio, ossia nell'esercizio delle virtù. Ciò si traduce nel controllo virtuoso dell'istinto (temperanza) e nella sua deviazione verso un oggetto più appropriato. In ambito terapeutico si parla di approccio psico-educativo o di psicoterapia come pedagogia morale (cfr. Echavarria, M.F., La praxis de la psicologia y sus nivel epistemologicos segun santo Tomas Aquinas, pag. 570, ed UCALP, La Plata). Tale dinamica sembra però non tenere conto di due aspetti. Primo: contrastare con la volontà un atto non significa modificare un appetito. Secondo: il vizio può essere solo un aspetto secondario di un problema originatosi non al livello dell'appetito sensitivo. Il comportamento sintomatico (sintomo), in tale prospettiva, consisterebbe in un'abitudine acquisita come "vantaggio secondario", ad esempio una mossa estrema per sbloccare una situazione che pare irrisolvibile (il male minore). Sembra essere questa la strada, ad esempio, delle pulsioni omosessuali (Nicolosi, J., Identirà di genere, pag. 74, ed. Sugarco): esse non si rivelano esclusivamente come un vizio, bensì nascondono una percezione di sè e del mondo che è originata da una ferita all'identità di genere, ossia un giudizio, una interpretazione, una posizione inadeguata nei confronti della realtà. Questa seconda visione del disturbo psichico (Marchesini, R., De aegritudo animae thomistico metodo, in pubblicazione)  pone maggiormente l'accento sulla ristrutturazione come modello di intervento, con l'obiettivo di modificare la percezione (il giudizio) di sé e della realtà, stabilendo così un nuovo modo di pensare e, di conseguenza, un nuovo appetito e comportamento. Tale seconda modalità di concepire il disturbo psichico, la quale non necessariamente si oppone al modello precedente qualora si ampli la concezione di vizio ad una ribellione razionale contro la propria natura finita, deve anch'essa ancora trovare una corretta concettualizzazione all'interno della riflessione psicoterapeutica.



Impulsi irresistibili: Una questione di psicologia morale

Tentazione di Adamo ed Eva
Masaccio, Cappella Brancacci
Molte persone parlano di impulsi irresistibili come di una scusa valida per qualche tipo di comportamento scorretto. Più di un atto avventato viene attribuito a tali impulsi. Più di un’azione immorale si crede che sia giustificabile poiché, a quanto si dice, proviene da forze sconosciute ed irresistibili. Il criminale si dirà non colpevole, sulla base della dichiarazione che non voleva veramente commettere un crimine, ma che è rimasto vittima di un impulso irresistibile. Ed abbastanza spesso lo psichiatra confermerà la dichiarazione dell’imputato. Come il criminale si dichiara non colpevole in giudizio, così fanno molte persone nelle proprie coscienze e nel confessionale. Fanno la stessa cosa nella vita privata quando hanno offeso un’altra persona o sono criticati dagli altri. La nozione di impulso irresistibile ha trovato una via d’ingresso nella legge penale; è stata riconosciuta in generale; ognuno può servirsene. Ma questa nozione è lontana dall’essere chiara e ben definita come si vorrebbe che fosse. Poco si conosce sui criteri che possono permettere di scoprire se l’affermazione del colpevole o del peccatore sia vera oppure no. Finché non ne sapremo di più riguardo questi impulsi, potremmo accettare troppo facilmente la dichiarazione di queste persone che “non potevano farci niente”, così come potremmo essere troppo inclini a non credere loro. Vale la pena, quindi, tener conto di questo problema.
     La discussione si limiterà alle persone normali, cioè, alle persone la cui ragione e volontà non sono danneggiate da un problema al cervello o da un vera malattia mentale. La questione della responsabilità nelle persone insane è troppo complicata per essere trattata qui.
In un libro sull’Onestà, recentemente pubblicato da Richard C. Cabot [1] , c’è un riferimento che può servire come punto di partenza della discussione. Citando i lavori di Wellman su l’Arte dell’interrogatorio, il Dott. Cabot menziona un caso in cui l’imputato si è dichiarato non colpevole per il fatto di aver agito a causa di un impulso irresistibile e lo psichiatra, a cui il giudice aveva chiesto un’opinione, aveva confermato la deposizione dell’accusato; dopo di che il giudice aveva chiesto allo psichiatra se l’accusato avrebbe agito allo stesso modo nel caso in cui un poliziotto fosse stato presente. Immediatamente lo psichiatra rispose di no. Il giudice concluse che l’impulso sembrava essere irresistibile in ogni circostanza eccetto che in presenza di un poliziotto. Il giudice, l’autore del libro sull’interrogatorio, e lo stesso Dott. Cabot evidentemente credevano che un impulso per essere irresistibile deve essere così in qualsiasi circostanza. Quest’idea, tuttavia, è lontana dall’esser giusta.
     Anche le reazioni, pur appartenendo ad un livello inferiore rispetto alle vere e proprie azioni, dipendono dalle circostanze. La fisiologia definisce i riflessi come reazioni automatiche che seguono con assoluta regolarità la stimolazione di un campo recettivo, e che si manifestano senza l’interferenza della coscienza e della volontà. Sebbene questa definizione vada bene per il caso medio, essa si è dimostrata troppo limitata e troppo influenzata da una concezione puramente meccanica dell’essere vivente in generale e della vita umana in particolare. La fisiologia ha scoperto quello che qualcuno oggi chiama la “plasticità delle reazioni nervose”. Benché i riflessi siano dovuti al funzionamento di alcune strutture anatomiche prestabilite ed a funzioni fisiologiche, essi possono essere modificati dalla condizione globale dell’organismo. Il comportamento istintivo in alcuni animali non è solamente molto complicato, ma mostra – nonostante la rigidità delle reazioni istintive – una certa plasticità ed adattabilità alle circostanze. Questo è certamente vero, in un senso ancora più elevato, per le azioni umane. E’ abbastanza possibile per un impulso essere irresistibile a certe circostanze ed essere inibito da altri fattori. Il fatto che il colpevole non avrebbe commesso l’atto criminale, essendo consapevole della presenza di un poliziotto, non è un’obiezione valida contro il suo agire sotto la pressione di un impulso irresistibile. L’irresistibilità non è una qualità stabile che aderisce all’impulso in qualunque circostanza si trovi e che rimane immutata quando queste circostanze sono differenti. Neppure un processo chimico si sviluppa sempre ed esattamente nello stesso modo, se le circostanze – come, ad esempio, la temperatura, l’acidità, la concentrazione, ecc. – diventano differenti. Non c’è ragione per supporre una costanza così assoluta per gli impulsi.
     L’uomo che ha commesso un crimine perché sfortunatamente nessun poliziotto era in zona, non è frenato dall’idea della legge, del crimine, della punizione, o del loro rappresentate, il poliziotto; un’idea o un ricordo non sono mai così potenti come un’impressione immediata e reale. E’ anche abbastanza probabile che un uomo, che agisce sotto la pressione di un impulso, non pensi a tutte queste cose neanche per un brevissimo istante. Averle in testa in un momento in cui la passione o qualche impulso divengono predominanti è possibile solo se precedentemente è stato seguito un lungo training ed è stato sviluppata un abito. Ma difficilmente ci si può aspettare che tutte le persone sviluppino coscientemente tale abito.
     Ci sono, forse, alcuni impulsi così potenti che prevalerebbero anche sulla forza inibitoria che la presenza di un poliziotto esercita. Questo potrebbe anche essere il caso di una persona la cui mente è abbastanza intatta; ma è molto più facile che sia il caso di una persona la cui mente è stata indebolita dall’azione di qualche droga, dalla fatica estrema, da un prolungato sforzo mentale, o da una passione transitoria. Anche in tale stato un uomo può agire apparentemente in modo ragionevole. L’apparente ragionevolezza del comportamento non è di fatti un’obiezione contro la dichiarazione che il fatto è stato commesso in uno stato di coscienza anomalo. Sappiamo che alcuni pazienti possono agire ragionevolmente, scegliere i mezzi appropriati, perseguire alcuni propositi, sebbene il loro stato mentale sia certamente anormale; questo lo si osserva, ad esempio, in quei casi chiamati stati crepuscolari nelle persone epilettiche. Una di tali persone può compiere azioni abbastanza complesse, viaggiare per giorni, comportarsi in un modo tale che nessuno sospetti neppure del suo stato mentale disturbato, e ciononostante può essere in uno stato mentale totalmente anormale. Ci sono anche, all’interno della normalità, alcuni stati di restringimento monoideistico della coscienza, in cui il soggetto può agire abbastanza ragionevolmente nei confronti del suo obiettivo principale, mentre nessun altro pensiero può entrargli in testa e mentre, di conseguenza, nessun motivo contrastante la sua idea può divenire valido.
     Se vogliamo formarci un’opinione sull’irresistibilità di un certo impulso, dobbiamo considerare questo impulso non come tale ma la totalità delle condizioni, interne ed esterne, esistenti al momento dell’azione. L’abitudine di isolare alcune caratteristiche di una situazione – termine con cui intendiamo la totalità di tutte le caratteristiche soggettive ed oggettive – e di trattarle come se fossero cose rigide ed immutabili, è certamente disastrosa. Un’azione umana può essere veramente compresa solo se è vista nella sua totalità.
     Pertanto è impossibile dichiarare, una volta per tutte, se un dato impulso sia irresistibile o se non lo sia. Nell’individuo sano, può essere irresistibile un giorno e non esserlo più il giorno dopo. E’ una verità da constatare, si duo faciunt idem non est idem. Ma è una verità troppo spesso negata che la “stessa” azione di un individuo può avere motivazioni abbastanza differenti, un significato differente, e comportare una differente responsabilità ogni volta che è eseguita. Nella media, sicuramente, possiamo contare sulla continuità di motivi e di significati; ma non dovremmo mai dimenticare che tali cambiamenti possono eventualmente avere luogo. Ogni azione, sia di due persone sia della stessa persona, deve essere giudicata – per principio – separatamente ed in accordo con le condizioni che si verificano nel momento in cui è eseguita.
     Una persona, che di regola non è soggetta ad impulsi irresistibili, potrebbe un giorno diventarne vittima; possiamo credere, con buone ragioni, che un’azione sia dovuta all’effetto di un simile impulso e possa scaturire, quando ripetuta in un altro momento, dalla libera volontà o, almeno, possa essere non così irresistibile come lo era in una precedente occasione. Possiamo sbagliare in entrambi i casi, se non teniamo in mente questo fatto.
     Bisogna distinguere l’irresistibilità oggettiva di un impulso e la convinzione soggettiva che sia così. Se questa convinzione è genuina, non c’è grande differenza dal punto di vista della responsabilità, ma ce n’è una abbastanza sostanziosa dal punto di vista della psicologia, e ce n’è una anche riguardo il “trattamento”. Se una persona è totalmente convinta che non ci sia alcuna chance di resistere, lascerà strada ad un impulso anche se non è oggettivamente irresistibile. Questo è particolarmente vero per impulsi che, per loro natura e finalità, sono percepiti come patologici o, quantomeno, anomali. E’ un’idea davvero comune, anche se totalmente fraintesa, che un impulso patologico sia irresistibile ipso facto. Questa opinione è sostenuta non solo dai non esperti, ma anche da molti psichiatri, medici, moralisti e confessori. Non è supportata né dai fatti né dalla filosofia. E’ dovuta principalmente ad una concezione erronea della natura umana. E’ una delle grandi sfortune del pensiero moderno che ci siano così tante idee eterogenee ed eretiche che nessuno possa sfuggirle, e che queste idee, come un contagio, entrino in possesso di menti che, in principio, erano assolutamente contrarie alla filosofia responsabile di queste idee. E’ sempre utile investigare l’origine delle idee e scoprire il loro background filosofico.
     L’idea secondo cui è sufficiente che un impulso sia patologico per divenire irresistibile è strettamente connessa ad altre concezioni che sono generalmente accettate dalla mentalità moderna, anche se non sempre consciamente. L’umanità oggi è apertamente riluttante a credere nell’esistenza del peccato. Questa riluttanza non è dovuta a scetticismo religioso. Non è il peccato come nozione teologica che viene rifiutato, ma sembra esser diventata inaccettabile l’idea che l’uomo può, per sua spontanea volontà, fare il male. Questa attitudine risale, probabilmente, a Rousseau ed alla Rivoluzione Francese. E’ in parte una reazione al punto di vista della teologia Protestante che sostiene che la natura umana sia irreparabilmente danneggiata dal peccato originale; neanche la grazia Divina può riparare il danno causato dalla caduta; è la sola misericordia di Dio che, come un mantello, è posta sull’anima sostanzialmente deformata, nascondendo il suo peccato originale. Osserviamo questo tipo di mentalità anche all’opera nell’idea di Kant che l’uomo è “radicalmente” cattivo. Il giusto bilanciamento, sostenuto accuratamente dalla teologia Cattolica, l’idea che l’uomo con il peccato originale sia diventato spoliatus gratuitis, diminutus in naturalibus, come è espresso dalla Magister Sententiarum, è stato rimpiazzato da una nozione estremamente pessimista. Tutte le idee estreme hanno la tendenza a portare avanti, per mezzo della reazione, il loro opposto. Così vediamo che, anziché una concezione pessimistica della cattiveria radicale dell’uomo, nella mente di Rousseau – non dobbiamo dimenticarci che crebbe nella Ginevra Calvinista – era sorta l’idea che l’uomo fosse “nato buono” e che tutto il male fosse dovuto solamente a fattori ambientali. La nozione di peccato originale, così come è concepita dalla teologia Cattolica, è ovviamente incompatibile con questa visione. Ancora più incompatibile è l’idea Protestante. Il secolo di Rousseau e della Rivoluzione Francese vide la nascita di un nuovo “Umanesimo”, una filosofia che faceva dell’uomo il vero centro e culmine della realtà. Ogni ondata di umanesimo che spazzava via il mondo Cristiano portava via assieme ad esso questa capacità di comprendere la nozione di peccato, specialmente di peccato originale. Questo diviene particolarmente evidente, ad esempio, nello studio delle eresie del dodicesimo secolo che in molti aspetti ricordano quelle del sedicesimo secolo.
     Se l’uomo è nato buono, le sue cattive azioni devono sorgere da ragioni aliene alla natura umana. Il peccato, il comportamento immorale – o quello che per una mente moderna è loro equivalente: l’azione antisociale – non può essere dovuto alla stessa natura umana. Deve essere attribuito ad altri fattori, che siano forze ambientali o modificazioni accidentali della natura umana, come malattie o eredità di caratteri patologici o anormali. Per salvaguardare la nobiltà e la supremazia assoluta della natura umana queste forze devono essere soggette all’irresistibilità. Se esistesse ancora una piccola influenza dell’intelletto e della volontà, la cattiva azione tornerebbe ad essere il risultato della stessa natura umana. La natura umana può essere concepita come essenzialmente buona solo se l’idea di libertà viene abbandonata del tutto o se, almeno, è rifiutata nel caso dei criminali, dei peccatori o di altri malfattori. Il meccanicismo materialista ed il determinismo morale non avrebbero mai preso piede nella mentalità moderna se la vera nozione di peccato originale – e, di conseguenza, di natura umana – non fosse stata precedentemente distrutta.
     Così, il crimine, la scorrettezza di ogni tipo, i difetti morali hanno iniziato ad essere considerati come l’effetto di cause extrapersonali. Gli impulsi patologici sono visti, di conseguenza, come essenzialmente irresistibili, poiché altrimenti la supremazia della natura umana ne soffrirebbe. Il mysterium iniquitatis è davvero uno degli argomenti più forti in favore di una filosofia teocentrica.
     Un uomo che crede che i suoi impulsi siano irresistibili perché li sente essere anormali o perché è stato informato che lo sono, generalmente non conosce le ragioni da cui provengono le sue convinzioni. Può aderire, ed anche in bona fide, ad una filosofia i cui principi contraddicono le sue convinzioni. Ricordiamo il caso di un uomo, un Cattolico, un insegnante in un college Cattolico, che fu accusato di perversione pederasta e che chiese aiuto, perché tremava per la sua posizione ed aveva paura di entrare in conflitto con la legge penale. Quando gli fu chiesto perché non si astenesse dai suoi atti perversi, fu abbastanza stupito e risposte: “In che modo potrei? Questi sono impulsi anormali”. Non ha neppure pensato di resistere, la sua convinzione era così forte che tutti gli sforzi sarebbero stati vani, poiché lui credeva che gli impulsi anormali fossero irresistibili. Quando ammise che questa credenza era sbagliata, si sentì incoraggiato a tentare la resistenza; fu sorpreso di scoprire di non aver bisogno di cedere agli impulsi.
     Difatti, perché qualcuno dovrebbe supporre che un impulso omosessuale, per esempio, sia sostanzialmente irresistibile, quando ci aspettiamo che le persone resistano ai normali impulsi della sessualità? Un omosessuale, a meno che non sia una personalità completamente anormale la cui perversione è solo uno dei sintomi di una nevrosi generale – cosa che, di fatto, è il caso di molti -, è in grado di astenersi dall’assecondare i suoi impulsi sessuali anormali proprio come una persona normale fronteggia gli impulsi eterosessuali.
     L’anormalità di un tale impulso non è una prova di irresistibilità e pertanto neanche una scusa valida. Presenta, invece, il pericolo di confondere ciò che potrebbe essere solo una forte tentazione o un’attrazione con un impulso reale.
     L’irresistibilità può risultare da due fattori che devono essere attentamente distinti, poiché il background psicologico è differente per ognuno di essi. La forza insopportabile della situazione impulsiva può sorgere dalla forza dell’impulso o dalla conoscenza che non dando sfogo ad essa è sicuro che si presenteranno altri fenomeni che sono percepiti come intollerabili. Nel secondo caso, l’irresistibilità non proviene dall’impulso stesso ma è ad esso accidentale, sebbene non meno effettiva. Questo lo si può osservare, ad esempio, in molti casi di nevrosi compulsiva: il paziente sa che è in grado di muovere resistenza all’impulso, almeno per un istante, ma che così facendo avrà, ad esempio, un attacco di ansia insopportabile, o teme che l’idea di non compiere questa azione perdurerà e lo renderà incapace di compiere qualsiasi altra cosa. Prevede che dovrà cedere in ogni caso, e che quindi sarà molto più semplice farlo nel momento in cui avverte l'impulso.
     Molti di questi impulsi, specialmente nelle nevrosi compulsive, sembrano essere, in un primo momento, moralmente indifferenti. Non c’è nulla di male nel raccogliere ogni pezzo di carta, o tornare sette volte ad assicurarsi che la porta sia davvero chiusa a chiave, oppure toccare ogni oggetto tre volte prima di lasciarlo andare. Ma anche queste cose apparentemente innocue hanno un’influenza sulla moralità. Esse causano un’enorme perdita di tempo; spesso diventano un handicap serio nel compiere i propri doveri; e, non meno importante, sconvolgono la scala dei valori, dal momento che le cose meramente soggettive vengono accreditate con un’importanza del tutto indebita. Nessuna azione umana è indifferente dal punto di vista morale, e questo fatto diviene evidente in casi come questi.
     Un’altra distinzione necessaria è quella tra irresistibilità causata dalla semplice forza dell’impulso e quella proveniente dalla presunta intollerabilità della situazione che verrà a modificarsi obbedendo all’impulso. Il primo caso è visibile in alcune azioni causate dalla passione: in un impeto di collera violenta è la forza dell'impulso aggressivo che soverchia tutte le altre facoltà. Il secondo caso è evidente in molti atti sessuali: l’impulso non è la caratteristica più importante di tutta la situazione; è la grande tensione, il desiderio per il giovamento che non deve essere frenato.
     Questi impulsi irresistibili si osservano probabilmente solo nei casi di passione violenta. Pressoché in tutti gli altri casi abbiamo a che fare con una fortissima attrazione o con esperienze che sono percepite come intollerabili. In quest’ultimo caso il fenomeno dell’irresistibilità è molto più complicato di quanto paia a prima vista. Molti dei resoconti su casi di irresistibilità riportano il fatto che la persona “non poteva resistere oltre”, che “alla fine dovette cedere”. Queste parole mostrano che l’impulso non era di natura tale da spingere l’individuo a capofitto, per così dire, verso un determinato obiettivo. Esse implicano piuttosto che abbia avuto luogo qualcosa simile al consenso ed alla decisione. La resistenza dovette esser stata abbandonata prima che l’impulso potesse diventare veramente irresistibile. Cedere è, dopo tutto, un atto di volontà, ed è uguale, per questo motivo, al non resistere per niente. Solo in questi casi in cui l’impulso si presenta così improvvisamente e con tale forza da non permettere la consapevolezza, né una qualche decisione, benché breve, né il tentativo, almeno, di ritardare l’azione, non c’è realmente alcun atto di volontà. Sembra che questi casi siano limitati agli atti causati da una passione irresistibile, ira, rabbia, disperazione, o paura. In tutti gli altri casi vi è, come sembra, almeno un po’ di libertà.
     Questo fatto rende la decisione sulla responsabilità molto difficile, tanto più che non esistono criteri oggettivi ed attendibili di irresistibilità. Sappiamo solo ciò che l’individuo stesso riterrà opportuno dirci. Anche se ci sentiamo sicuri sulla sua sincerità, non possiamo mai sapere se ricorda correttamente il fatto intero. La sua memoria può essere inaffidabile. Questo non è improbabile, considerato che i dettagli di esperienze emotive sono propensi ad essere dimenticati, e perché la mente, involontariamente, colma le lacune della memoria. Vi è per di più la tendenza a trovare scuse plausibili per azioni verso cui ci vergogniamo, e questa tendenza può essere all’opera anche senza che ce ne accorgiamo.
     Non c’è impulso che possa essere considerato semplicemente come irresistibile. Non conosciamo nessuna qualità la cui presenza avrebbe certificato che un dato impulso fosse stato irresistibile o, per questo motivo, che fosse stato non di tale tipo. Qualche volta viene sostenuto che le azioni che abbisognano di una lunga preparazione o di una serie di passi preliminari non possono essere dovute all’influenza di un impulso irresistibile; abbiamo già menzionato fatti che confutano questa idea. Il fatto di un’azione improvvisa e violenta può essere una forte argomentazione in favore dell’esistenza dell’irresistibilità; ma l’assenza di questa caratteristica non è una prova convincente del contrario.
     Tutto dipende, dunque, dall’attendibilità del soggetto stesso. Un giudizio su tali fatti è possibile solo se comprendiamo sufficientemente bene tutta la personalità. Il confessore può iniziare con una supposizione di credibilità e di sincerità, dal momento che un uomo che si reca a confessarsi probabilmente vuole essere sincero. E’ sicuramente lecito applicare il principio in dubiis mitius. Il problema diventa molto più ostico quando il confessore deve cercare di correggere il suo penitente e se quest’ultimo desidera seriamente sbarazzarsi di azioni per le quali non si sente responsabile, ma che sa comunque che sono sbagliate.
     La prima cosa da fare è probabilmente mettere in guardia il penitente che l’irresistibilità, anche se può essere provata in alcuni casi, non deve essere presunta per tutti i casi, malgrado le circostanze. Non possiamo permettere che il penitente creda di avere una scusa che avrà valore una volta per tutte.
     Ci sono alcuni modi di gestire questi impulsi irresistibili. Si può avvisare una persona, che si lamenta di tali problemi, di allontanare il più lontano possibile le situazioni che favoriscono il loro nascere. Come ogni regola questa non è semplice e in molti casi può non essere perseguita affatto. A volte un uomo può presagire che diventerà vittima di un impulso se lascia che le cose procedano; può sapere, per esempio, che una disputa lo renderà arrabbiato e che, in poco tempo, non sarà in grado di controllare il suo temperamento; può imparare a chiudere la conversazione, anche a costo di apparire sconfitto o un codardo. Sfortunatamente, molte persone non sanno quando scappare; accade lo stesso anche con le tentazioni sessuali.
     C’è una caratteristica molto curiosa e molto importante che è degna di essere menzionata in questi impulsi irresistibili. Essi diventano irresistibili, per così dire, prima che si siano completamente sviluppati. Le persone hanno il presentimento dell’origine dell’impulso; sanno che in breve tempo saranno intrappolate in una situazione da cui non c’è via di uscita, tanto da poterne desiderare una. Sanno che sono ancora in grado, in quel preciso istante, di allontanarsi e che così facendo eviteranno il pericolo – ma non lo fanno. C’è un fascino particolare, un’attrazione orrenda per questo tipo di pericolo, e c’è evidentemente qualche anticipazione della soddisfazione che le partes inferiors animae ricaveranno assecondando l’azione “irresistibile”. Questa stessa azione può, pertanto, non comportare alcuna responsabilità e tuttavia non essere scusabile, perché in realtà la persona ha permesso il suo sviluppo.
     Ma un uomo può diventare, poco per volta, padrone di questi impulsi se si preoccupa di pensarli e di prepararsi in tempo quando non sono presenti. Anche qui, come in molti altri casi, ricorrono le parole di Sant’Ignazio di Loyola, secondo cui è il tempus quietum durante il quale facciamo progressi.
Un impulso irresistibile non è sempre l’effetto di qualche peculiarità di costituzione o di temperamento; può essere condizionato da alcune attitudini mentali che sono inconsapevoli o incomprese dalla persona stessa. Alcune scuole moderne di psicologia parlano del lavoro dell’ “inconscio”. E’ bene evitare questo termine, a causa della sua vaghezza, fin tanto che il suo significato non viene esattamente definito. Per farlo, però, sarebbe necessaria un’ampia analisi. I così chiamati motivi inconsci, le tendenze, le forze, ecc. sono davvero – almeno in molte persone – non così inconsce dopo tutto; è necessaria spesso solo una piccola spiegazione per far loro vedere qual è la questione. Molti degli impulsi irresistibili non poggiano su fattori di costituzione ma su abiti acquisiti – comprendendo il termine secondo il significato della psicologia scolastica – di cui l’individuo non è conscio e la cui vera natura non comprende. La scoperta di motivazioni segrete o abiti, però, è compito dello psicologo o anche dello psichiatra piuttosto che del direttore spirituale.
     Il confessore deve essere attento a non incoraggiare il penitente a continuare con il suo abito dicendogli che sta agendo sotto l’influenza di un impulso irresistibile. Il penitente facilmente interpreterebbe questa affermazione come una specie di permesso ad agire così come sta facendo ed a non preoccuparsi, perché non è responsabile e non commette un peccatum formale. Benché possa essere faticoso, sarà necessario indagare più e più volte le circostanze particolari e scoprire ogni volta di nuovo se ci sia stato un impulso irresistibile oppure no. Solo se si conosce molto bene la personalità del penitente e se si nutrono buone ragioni per credergli, e dopo che sia stato accertato che le azioni immorali erano sempre dovute ad un tale impulso, si può dispensare il penitente dal riportare ogni esempio.
     Molti casi di questo tipo devono essere classificati semplicemente tra le nevrosi compulsive. Questi casi devono essere trattati. Di solito, non è compito del prete avere a che fare con loro. Lui dovrà dire loro che sono personalità un po’ anomali, che esistono modi per aiutarli e che, se può dirlo, sono moralmente obbligati a chiedere il parere di uno psichiatra di fiducia.
     C’è un pericolo nel credere di essere vittima di un impulso irresistibile. Anche se le azioni dovute ad esso non sono immorali, poiché compiute senza che la persona le volesse veramente, c’è sempre il pericolo che queste persone allarghino – involontariamente, in apparenza, ma non senza una certa responsabilità – il campo di azione di questi impulsi. Esse descriveranno il fatto dicendo che le cose sono peggiorate per loro, intendendo che il loro stato anormale è aumentato in intensità o in estensione. Tuttavia è improbabile che un impulso che per lungo tempo si è limitato ad un preciso tipo di comportamento, debba dilagare in campi spesso molto differenti. In tali casi è necessaria una grande cautela.
     D’altra parte è necessario incoraggiare molte di queste persone. Molto poche soffrono intensamente per l’idea che stanno commettendo ripetutamente un peccato. Sebbene possano sentire di non essere pienamente responsabili, ciononostante percepiscono anche che queste azioni non sono forzate da potenze del tutto al di fuori della propria personalità. Possono disperare del loro eterno destino, di non esser mai stati in grado di condurre una vita morale, e così essere indotti a rinunciare a vivere religiosamente. Anche se non arrivano fino a tal punto, possono abbandonare ogni lotta per la perfezione e così gradualmente scendere a livelli sempre più bassi di moralità. Comunque devono essere informati non solo che, per quanto questi impulsi siano veramente irresistibili, non c’è peccato grave; ma anche che persino gli impulsi irresistibili possono essere fronteggiati in qualche modo. E’ necessario trovare una via di mezzo tra il permettere che queste persone credano di avere un diritto nell’ignorare certi comandamenti e scoraggiarli dall’aperta miscredenza o dal rigore.
     La cosa più importante è che ogni caso deve essere considerato come un problema completamente nuovo, e che si devono evitare drasticamente tutte le generalizzazioni, soprattutto le opinioni formate avventatamente. Non possiamo sapere nulla della vera natura del presunto impulso irresistibile fin tanto che non conosciamo tutto quello che possiamo scoprire sulla personalità totale. Né lo psichiatra né il confessore devono avere a che fare con un fenomeno isolato di un impulso: entrambi hanno a che vedere con una persona umana di cui l’impulso s’impossessa.

Note
[1] Macmillan, New York, 1938, pag. 269.




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