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"Una psicologia medica cattolica deve essere una vera sintesi delle verità contenute nei sistemi già esistenti e inaccettabili visto il loro spirito di materialismo puro e le verità della filosofia e la teologia cattolica. Questo lavoro di sintesi non può essere compiuto che da persone istruite e nella medicina o psicologia e nella filosofia, e che possiedono una esperienza pratica e personale assai grande: cioè questo lavoro deve essere fatto da medici, specialisti di psichiatria, dunque da scienziati cattolici laici. (Rudolf Allers, 1936, lettera a P. Agostino Gemelli).

domenica 27 agosto 2017

La psiche aristotelica & Principi di psicofisiologia - di Mario Ghiozzi


Il progetto editoriale di Mario Ghiozzi, psichiatra livornese, è ardito e geniale: riproporre la concezione aristotelico-tomista di “psiche” nel mondo della medicina. L’obiettivo è di superare le aporie delle impostazioni contemporanee per sviluppare un modello d’intervento fondato sulla philosofia perennis

Il primo dei due testi, La psiche aristotelica. Appunti di uno psichiatra (Pacini Editore, Pisa 2004, 95 pp., 13,50 euro), dopo una bella introduzione di Ermanno Pavesi, avvia il lettore al mondo della Grecia antica, in particolare alla ben poco studiata “corporazione medica” degli Asclepiadi, seguaci della figura leggendaria di Asclepio, figlio di Apollo e della ninfa Coronide, che “dà inizio alla medicina clinica” (p. 17). Tutt’altro che pratiche astruse o esoteriche: “Nei templi di Asclepio la terapia era basata sia sulla somministrazione di farmaci (oppio, estratto di elleboro, ecc.) sia su bagni caldi e freddi, ginnastica e spettacoli teatrali” (p. 17). Un approccio non distante dalle concezioni contemporanee: “Nell’antica Grecia i disturbi mentali, in particolare, furono concepiti in termini che appaiono comprensibili anche alla cultura medica moderna, superando spesso la credenza, caratteristica della maggior parte delle culture precedenti, che fossero dovuti all’intervento diretto di forze divine” (ibid.). Negli anni, la “corporazione medica” degli Asclepiadi ebbe diversi esponenti, come il celebre Ippocrate di Kos, di cui oggi i medici recitano il famoso “giuramento”. Tratto caratteristico della medicina ippocratica, ma più in generale, del lascito degli Asclepiadi, è l’osservazione: “L’approccio ippocratico allo studio delle manifestazioni e dell’evoluzione naturale della malattia nei singoli pazienti anticipava il metodo di Aristotele ed era strettamente collegato alla dimensione empirica delle esperienze sensibili e degli eventi osservabili” (p. 18). È questa “l’aria” che respirò il giovane Aristotele, la cui famiglia discendeva direttamente da Asclepio ed “era quindi un componente della Corporazione degli Asclepiadi” (p. 21). Non sorprende, dunque, se il più originale dei discepoli di Platone, modificò il metodo del maestro per dare primaria importanza al sensibile (la famosa “fisica”) al fine di cogliere ciò che sensibile non è (ovvero l’altrettanto famosa “meta-fisica”, l’oltre il fisico). Osservando il mondo immanente riusciamo a cogliere i tratti del trascendente, questa è la fondamentale lezione di Aristotele. Lo Stagirita fece notevoli incursioni nel campo della psicologia, col suo libro Perì Psuché (o De Anima), su cui si concentra il Ghiozzi, ma anche e soprattutto nel campo dell’educazione e della psicoterapia, con l’Etica Nicomachea. “Aristotele, oltre la vera depressione, descrisse il temperamento melanconico come condizione predisponente alla malattia. Egli riconobbe l’elevata diffusione del disturbo e notò che era frequente tra i poeti, gli artisti, gli stessi uomini politici: “Tutti gli uomini eccezionali, nell’attività filosofica o politica, artistica o letteraria, hanno un temperamento melanconico, alcuni a tal punto da essere persino affetti dagli stati patologici che ne derivano” (p. 34 nota).

Il Ghiozzi si sofferma in modo particolare sulla concezione dell’anima: “La concezione aristotelica dell’anima come “forma di un corpo” comporta l’attenta analisi dei due principali modelli con cui i filosofi precedenti avevano tentato di spiegare la psiche. Ossia il modello materialista, proprio degli atomisti, portato a vedere nell’anima una sorta di “materia sottile”, e quello orfico pitagorico, che concepiva l’anima come una sostanza a sé stante. Con Aristotele l’anima pur non riducendosi a materia vive solo per un determinato corpo” (p. 33). Come non pensare ai riduzionismi della psichiatria contemporanea, divisa tra un determinismo biologista di tipo farmacologico o neuropsicologico, ed uno spiritualismo fenomenologico disincarnato, tempio di una spiritualità senza concretezza? L’autore sostiene che, se la psichiatria riprendesse in mano il lascito aristotelico, potrebbe superare molte false concezioni ereditate da impostazioni filosofiche malsane, tipiche della modernità. Eccone un esempio: “In sede psichiatrica la mancata distinzione tra sensazione e percezione ha portato a definire malamente l’allucinazione del soggetto adulto […]. Con termini aristotelici l’allucinazione si potrebbe definire, in modo più sintetico e preciso, come una percezione (immagine) abnorme tratta da una sensazione in atto in assenza di una contemporanea attività del sentito” (pp. 38-39). Dopo un’approfondita descrizione della psiche aristotelica, il testo ripropone ampi brani tratti dal Perì Psuché, ed un agile dizionarietto come appendice.

Insomma: il testo del Ghiozzi si rivolge specialmente agli psichiatri, anche se può benissimo essere letto da altre figure professionali, con la finalità di appassionarli al lascito aristotelico: “Nella nuova prospettiva culturale del nuovo millennio, per noi, che pur non essendo filosofi traiamo insegnamento dalla Filosofia, la psiche di Aristotele ha dato vita ad un incomparabile capolavoro” (p. 14).

La psiche aristotelica si rivela, dunque, un’utile introduzione ad una concezione dimenticata, o volutamente rinnegata, che possiede un valore universale. Il Ghiozzi vuole dire ai suoi colleghi: “Torniamo ad Aristotele per impostare il nostro lavoro!”. Come molti sanno, però, Aristotele fornisce una sana impostazione all’indagine del mondo in generale e dei fenomeni psichici in particolare, ma presenta dei contenuti che col passare del tempo sono stati rivisti. In particolare è stato San Tommaso d’Aquino ad aver compiuto l’opera di sintesi tra la concezione filosofica dello Stagirita e le concezioni della filosofia cristiana – sino ad allora principalmente costruita sulle impostazioni platoniche – nonché tra queste e la Rivelazione. Il libro più importante e più atteso, dunque, è il secondo, che il Ghiozzi titola: Principi di psicofisiologia. Intelligenza e realtà in san Tommaso d’Aquino (Aleph edizioni, Firenze 2010, 240 pp., 25 euro). Il percorso che lo psichiatra propone al lettore inizia con l’analisi della condizione contemporanea, in cui la teologia si è staccata dalla medicina e quest’ultima ha offuscato i confini con la filosofia. È la concezione di uomo, detta anche antropologia filosofica, il tassello centrale da risistemare, affinché il puzzle possa incastrarsi. Ampio spazio viene dunque dato all’analisi dell’intelligenza così come concepita dal dottor Angelico, nonché ai tratti di psicofisiologia, ovvero dell’anima sensitiva. L’ultima parte si occupa della volontà, ed in particolare delle passioni “tra etica e psicopatologia”, nonché della pratica delle virtù. Il volume si conclude con un’analisi storica della “scolastica decadente” ed una “vita ed opere di San Tommaso”.

Purtroppo, il progetto viene male sviluppato, con esiti impietosi. Il libro risulta pressoché illeggibile. Al di là di un’argomentazione che tende a non spiegare i termini utilizzati, di sovente si ha l’impressione di perdere il filo logico del discorso, con ampie citazioni (belle, per carità!) inserite senza le adeguate premesse. Ne risulta un testo che l’autore sembra aver scritto più per se stesso che per gli altri, quasi un punto di sintesi personale, come si legge nell’introduzione: “Questo scritto, frutto di un intensa e prolungata fatica intellettuale di chi da decenni, come sua principale occupazione, esercita la professione di medico-psichiatra, non ha la pretesa di essere originale sotto il profilo filosofico, ma si sforza di dare un contributo teorico all’epistemologia della Psichiatria ed alla personalizzazione della cura in campo psicopatologico” (p. 9). È davvero un peccato, perché molte delle affermazioni contenute nel libro sono importanti e ben condivisibili, come le critiche alla psichiatria contemporanea: “In Psichiatria, da un punto di vista pragmatico, si continua a seguire un modello caratterizzato da una parte dalla fenomenologia in salsa più o meno esistenzialista (“essere-nel-mondo”), e dall’altra dal vecchio empirismo post baconiano. Da qui la necessità di teorizzare con Freud Sigmund (1856-1939), seguendo un filone culturale di fine Ottocento, oltre la coscienza dell’io, l’inconscio. […] All’origine di questa deriva è stato il desiderio di buttare alla discarica ciò che era rimasto del sapere tradizionale, dipinto come un’inutile sovrastruttura” (pp. 18-19).

Diamo merito al medico toscano di aver provato a scrivere una sintesi tanto necessaria quanto ancora mancante. Sul suo esempio si attendono altri contributi che percorrano la stessa strada. L’unica, ci pare, che possa aiutare il professionista che desidera essere pienamente cristiano e, quindi, pienamente alla ricerca della Verità.

1 commento:

  1. Prima che un testo sia definito "illeggibile" deve essere letto facendo lo sforzo di capire ciò che si legge. Il taglio dato alla citazione (pag. 18-19) è sintomatico di chi non si sforza di uscire dagli schemi ideologici della "dittatura del rumore" per dirla con S.E. Robert Sarah. Consiglio di inserire la breve frase che è stata censurata: (...) e rileggere il tutto!

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