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"Una psicologia medica cattolica deve essere una vera sintesi delle verità contenute nei sistemi già esistenti e inaccettabili visto il loro spirito di materialismo puro e le verità della filosofia e la teologia cattolica. Questo lavoro di sintesi non può essere compiuto che da persone istruite e nella medicina o psicologia e nella filosofia, e che possiedono una esperienza pratica e personale assai grande: cioè questo lavoro deve essere fatto da medici, specialisti di psichiatria, dunque da scienziati cattolici laici. (Rudolf Allers, 1936, lettera a P. Agostino Gemelli).

venerdì 17 agosto 2018

Ti penso positivo - di Mimmo Armiento


È una miniera di giudizi, rari e preziosi, Ti penso positivo (ed. Paoline, 310 pp., 16 euro), il nuovo libro di Mimmo Armiento. Giudizi che gli psicologi cattolici, ovvero quei (pochi) temerari che desiderano vivere la professione in unità con la fede cristiana, attendono con bramosia. Perché - ripetiamolo pure apertamente - i cattolici hanno abbandonato il mondo della psicologia, e quelli che non l'hanno fatto si sono prodigati in discutibili “fusioni a freddo” tra i vari autori secolari e il Magistero della Chiesa. Da questo punto di vista Mimmo Armiento rappresenta un'anomalia poiché la sua proposta desidera ancorarsi strettamente all'antropologia ed alla teologia cattolica, quella ufficiale, quella dei documenti della Chiesa per intenderci, ma allo stesso tempo rincorre un dialogo ininterrotto con le idee migliori delle correnti di psicologia contemporanea.
Lo si nota sin da subito quando, riferendosi ad uno degli “enigmi” più importanti del nostro tempo, il tema della “coscienza”, tanto dibattuto dai neuropsicologi, afferma: “In realtà, più che un enigma, è semplicemente la constatazione che c'è qualcos'altro che sfugge al paradigma meccanomorfico a cui grottescamente si vuole ridurre l'uomo!” (p. 50 nota). Valutazioni altrettanto condivisibili ed attese Armiento le riserva per tutti gli approcci della modernità: “Abbiamo perso l'uomo sia prima, naturalizzandolo, sia dopo, spiritualizzandolo in un solipsismo prometeico. Per questo l'antropomorfismo è destinato a implodere su sé stesso se non accetta di fondarsi su un realismo conoscitivo (cfr., ad esempio, Etienne Gilson o Cornelio Fabro, che riprendono l'impostazione concettuale dei filosofi classici e dei teologi della scolastica, quindi Aristotele e san Tommaso) che riconosca l'uomo fin dall'inizio costitutivamente aperto al Fuori di sé e se non accetta di fondarsi su un Principio che lo comprenda, insieme a ogni altra soggettività e a ogni altra cosa che esiste [...]” (p. 53 nota). Di conseguenza, essendosi “perso l'uomo”, si è smarrito anche il senso della cura animarum: “A distanza di più di un secolo la psicoterapia è ancora oggi intesa in senso positivistico come un'attività di aggiustamento (estrinseco) di qualcosa di rotto o malfunzionante in una macchina. Lo psicoterapeuta nel migliore dei casi è concepito come un fisioterapista della psiche, nel peggiore come un incantatore/ingannatore da “effetto placebo” (p. 50). Il pensiero corre subito a quei modelli che hanno volutamente rimosso Dio dal loro orizzonte, come la celeberrima e frequentatissima mindfullness: “Senza la consapevolezza di questo Tu da incontrare nella propria interiorità si svuotano di senso le varie pratiche mindfullness di ispirazione orientale, così di moda oggi in psicoterapia e formazione. Finiscono per lasciare un Sè osservante...a osservare cosa? Una realtà esterna che non esiste (velo di Maya) o che è inconsistente e senza senso? E senza un Tu non c'è neanche un io: così questo Sè osservante finisce per perdere sé stesso...nel Nulla!” (p. 170).

Bene, abbiamo capito che c'è dell'ossigeno buono in questo libro. Ma qual'è il suo oggetto? Lo rivela l'autore stesso: “Alla psicologia, che si interroghi sia su che cosa faccia consumare un essere umano sia su che cosa lo faccia fiorire, occorre un fondamento teologico, che dia conto di ciò che scopre. In questo testo voglio offrire il mio contributo per una teoria unitaria della felicità e fondarla su Dio, ovvero su quel Principio implicito nella nostra coscienza di uomini che si offe come Postulato del Bene, prima di ogni ricerca, argomentazione o dimostrazione di che cosa ci faccia bene” (p. 65). Il dottor Armiento si avventa, dunque, su di un terreno importantissimo, quello su cui ben pochi altri psicologi hanno tentato di cimentarsi a causa delle ridotte visioni dell'uomo di cui erano portatori: il tema della pienezza, del compimento, della perfezione umana, in una parola, della felicità. Ricordiamo che per Freud il fine dell'uomo è il piacere, in particolare quello dell'atto sessuale, che per intensità è il più elevato. Per Jung è l'equilibrio che nasce dall'integrazione con l'ombra. Per Adler è il sentimento di superiorità armonizzato con quello di comunità (ovvero la socialità). Per la maggior parte degli psicoterapeuti americani è il fare ciò che piace. C'è però una corrente di psicologia, la cosiddetta psicologia positiva, che ha tentato negli ultimi decenni di riprendere i concetti classici della vita umana, quali la felicità, appunto, la virtù, la gioia, la vita buona. È con questi autori che Armiento entra in dialogo: “Questo libro accoglie con entusiasmo la recente Psicologia positiva, che si offre come una proposta di vita buona fondata empiricamente, ma la rilancia, invitandola a riconoscersi su quel Fondo d'Essere che, solo, dà consistenza e slancio alla sua impresa educativa” (p. 7). Nel finale, l'autore parlerà di una Psicologia Positiva d'ispirazione cristiana (p. 216).

Ma il libro non è scritto per gli addetti ai lavori. È un percorso pensato per tutti, in particolare per chi mette a fuoco nella propria esperienza la sensazione di rigidità, di pesantezza, di assenza di gioia: “Questo libro, insomma, è per chi si sente in colpa e ha qualcosa da farsi perdonare o da perdonarsi” (p. 13). Armiento riprende il tema più classico della psicoterapia, il senso di colpa, per toglierlo dalle secche della metapsicologia freudiana e ridargli il contesto suo proprio, quello del rapporto diretto col Mistero: “Stiamo allora scoprendo che il senso di colpa non si colloca nella rubrica dell'umano come una delle tante esperienze che lo caratterizzano, ma pretende di cogliere l'umano proprio al suo centro, contattando qualcosa di originario e di fondante” (p. 25). Il senso di colpa esplicita un “permesso di esistere” che l'uomo non si dà da se stesso, ma lo riceve da un Altro attraverso gli altri: “Considerando che la nostra mente interiorizza le intenzioni psichiche rivolte da altri verso di noi, possiamo postulare che riceviamo questo permesso di esistere – e quindi la gioia di esserci – da altri che hanno benedetto il nostro “essere qui, ora, proprio noi”, accogliendoci fin dal seno materno. Senza questa benedizione originaria, non interiorizziamo una volontà buona verso noi stessi, una volontà di esistere, ma una volontà debole o manchevole, o meglio, una volontà “cattiva” (=tu non sei ok)!” (p. 36). 

Sono questi i passaggi centrali del libro, in cui il dottor Armiento svela la dinamica negativa del “faraone interiore”, ovvero di quella “vocina” da noi stessi creata a cui decidiamo di obbedire per ritenerci adeguati, buoni, giusti: “Anche quando avessimo ricevuto un sufficiente permesso di esistere, finiamo comunque per impossessarcene, incasellandolo in una legge interiore in cui ci sottomettiamo per sentirci autorizzati a vivere” (p. 37). La parte centrale del testo viene impiegata per approfondire la dinamica del “faraone interiore” attraverso il commento della parabola del Figliol Prodigo, ed in particolare del ruolo del fratello maggiore, che è quello che di più “non sta bene: si sente condannato a essere buono!” (p. 108). Molti dei passaggi che Armiento descrive mi hanno ricordato le dinamiche della pusillanimità e del timore, affrontati, però, con le parole delle psicologie contemporanee, specialmente l'Analisi Transazionale e lo Schema Therapy. Molto interessanti sono le riflessioni sul fondamentalismo, di cui Armiento si era già occupato in passato: “È molto conosciuta l'intransigenza del neofita, il neoconvertito che, quanto più ha trovato riparo/rinascita nella conversione, tanto più diventa intransigente e intollerante verso il “mondo” che ha lasciato. Vede diavoli dappertutto e tutto quello che faceva prima ora è peccato. Non più bei vestiti, non più moto, non più soldi, non più successo lavorativo, non più sensualità...Tutto disprezzato con intransigenza!” (p. 113). Il fondamentalista – come il fratello maggiore della parabola – dimentica che non è lui Dio, e che tutto ciò che possiede, in primis la fede e la vita, l'ha ricevuto gratuitamente, non per merito. Non è più bravo perché fa...ma dovrebbe essere più felice facendo!

Qual'è la via di uscita dal senso di colpa e da una vita senza gioia? Freud cambierebbe il Super-Io dell'individuo, ovvero modificherebbe le leggi naturali e Dio, così che l'uomo abbia un modo (illusorio) per auto-perdonarsi. Armiento propone invece di andare a fondo del senso di colpa per trovarci proprio la Voce del Signore: “La tradizione cristiana non parla mai di perdono di sé, per non perdere la consapevolezza della sua origine. Vi riconosce semplicemente una metafora che vela un fatto più sostanziale su cui si vuole porre l'attenzione: chi si perdona in realtà accetta di essere perdonato. Da un altro, sì anche. Ma fondamentalmente da un Altro” (p. 215). Se questo è vero in generale, cambia anche la prospettiva dello psicoterapeuta: “Una Psicologia e Psicoterapia positiva di ispirazione cristiana assumerà allora come focus del proprio intervento non tanto l'iniziativa del sé di “perdonare sé stesso”, quanto quella di aprirsi al Sole Benedicente, di accogliere cioè il perdono di Dio, e inviterà a modellare il proprio genitore interno (divenendo padre e madre di sé stessi) su questa Benedizione Originaria” (p. 217).

In conclusione, Ti penso positivo conferma una volta ancora la capacità narrativa e riflessiva di Mimmo Armiento. Alcune concettualizzazioni vengono formulate con dei veri e propri neologismi, simpatici e geniali: la legge di “gratuitazione” universale (ovvero “l'amor che move il sole e l'altre stelle”), le ideologie da videogioco (come il gender), il sabotatore interiore o il faraone (che intrappolano l'individuo in una prigione mentale, un “quadrato”) ecc. Conferma anche la sua capacità di parlare al grande pubblico, attraverso un percorso costruito più per immagini che per concetti, teatrale più che argomentativo, particolare-personale più che universale. Risiede in questo stile, unico e individuale, il merito del suo indiscusso successo, ma anche - mi si permetta di dirlo con abbraccio fraterno - il suo limite.

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