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"Una psicologia medica cattolica deve essere una vera sintesi delle verità contenute nei sistemi già esistenti e inaccettabili visto il loro spirito di materialismo puro e le verità della filosofia e la teologia cattolica. Questo lavoro di sintesi non può essere compiuto che da persone istruite e nella medicina o psicologia e nella filosofia, e che possiedono una esperienza pratica e personale assai grande: cioè questo lavoro deve essere fatto da medici, specialisti di psichiatria, dunque da scienziati cattolici laici. (Rudolf Allers, 1936, lettera a P. Agostino Gemelli).

giovedì 26 aprile 2012

BASI PER UNA PSICOTERAPIA CRISTIANA - IGNACIO ANDEREGGEN

Recentemente mi è capitato spesso di descrivere con entusiasmo la vita e le opere di Rudolf Allers (o di altri terapeuti cattolici) a psicologi, psichiatri, psicoterapeuti ed anche docenti universitari e post-universitari. Molti rimangono colpiti o almeno incuriositi dal personaggio e dai contenuti dei suoi studi. Pressocché tutti, però, storcono il naso, scuotono la testa, inarcano le sopracciglia quando parlo loro di "psicoterapia cattolica". «Non esiste una psicologia cattolica - asseriscono con convinzione - la psicologia è la psicologia, una scienza». Ritengo opportuno, dunque, confutare questa credenza erronea. Ed è possibile compiere quest'opera seguendo due strade differenti. La prima, contrapponendo alla suddetta affermazione una argomentazione di tipo logico-filosofico. La seconda, forse più importante ancora, mostrando l'esistenza di una reale psicologia cattolica. La prima strada tenterò di intraprenderla in poche brevi righe, tutt'altro che esaustive ma, spero, chiarificatrici. La seconda, invece, è lasciata al testo che presentiamo qui sotto, del professore Ignacio Andereggen, ed intitolato Basi per una psicoterapia cristiana. Il brano costituisce la relazione introduttiva alla terza sessione delle Giornate di Psicologia Cristiana realizzate dalla Pontificia Università Cattolica Argentina nel 2005, dal titolo "Il Magistero della Chiesa e la Pratica Psicoterapeutica". Obiettivo di queste Giornate è l'approfondimento di tematiche psicologiche in relazione all'antropologia (e teologia) cristiana. L'ottava edizione si è svolta nell'estate del 2011, con il titolo "Amicizia e Psicoterapia". Tali riflessioni, relazioni e testimonianze - di una bellezza sconvolgente, a mio avviso - rappresentano il segno concreto di un tipo di psicologia, e di psicoterapia, che ha come elemento unificatore e originante l'antropologia cattolica. Possono, dunque, ben definirsi - pur con le dovute distinzioni e sottocategorie - contributi di "psicologia cattolica". Ringrazio l'autore per l'autorizzazione, la revisione e l'aiuto nella traduzione.
Senza togliere eccessivo tempo alla lettura del brano, vorrei ora argomentare il perché una posizione di rifiuto nei confronti di una "psicologia cattolica" sia erronea. Lo scandalo sopraggiunge quando si pensa che una scienza, per esser tale, debba esimersi dall'appartenere ad una "filosofia" o visione del mondo. Del resto, e questo è ben evidente, non esiste una matematica buddista, e neppure una fisica islamica, così come suscita ilarità pensare ad una chimica idealista o ad una biologia materialista. Cosa distingue queste materie da renderle "scienze"? Il metodo; il metodo scientifico. Una scienza è scienza, senza aggettivi qualificativi di alcun tipo che ne delimitino l'orizzonte sul metodo. Le cose si complicano, però, quando l'oggetto di studio diviene l'uomo. Allora ecco spuntare la filosofia con tutte le sue numerose declinazioni: relativista, esistenzialista, fenomenologica, ecc. Così come la storia: marxista, illuminista, realista. Ed anche la psicologia: clinica, sperimentale, filosofica. Perché questo avviene? Perché il metodo di indagine è imposto dall'oggetto. Mentre la natura viene indagata dall'uomo tramite l'applicazione del metodo sperimentale senza incorrere in grossi problemi, l'uomo rappresenta un unicum distinto da tale mondo, qualitativamente differente da esso, pertanto sfuggente ad una descrizione esclusivamente scientifico-sperimentale. E' ciò che diversi autori, anche nell'ambito della psicologia, definiscono "riduzionismo scientista". E' stato necessario, dunque, adottare un metodo d'indagine di tutt'altro genere per avvicinarsi maggiormente alla natura umana: un metodo filosofico, un metodo introspettivo, un metodo esistenziale, ecc. 
La psicologia è lo studio della psiche dell'uomo. La psicoterapia è l'intervento su tale ambito. Entrambe le pratiche agiscono su di una componente dell'uomo, non sull'uomo intero. Ovviamente l'intervento su di una parte implica una modificazione sulla totalità; ma il focus rimane specifico. Ad esempio, quando il disturbo psichico è chiaramente di origine organica - come nel caso delle sindromi neuropsicologiche, come l'afasia - il programma terapeutico/riabilitativo viene stabilito dallo psichiatra o dal neuropsichiatra, mentre psicologo e psicoterapeuta rimangono periferici, agendo, semmai, non sul disturbo/sintomo bensì sulla sofferenza/senso. Ma agire su di un particolare vuol dire avere una idea su ciò che sta attorno. Studiare una maniglia di una porta implica sapere che fa parte di una porta. E così anche la psicologia studia la psiche sulla base di una ben precisa idea di uomo. Essa, però, fuoriesce spesso dall'osservazione ed anche dalla riflessione. Così è possibile comprendere coloro che parlano di psicologie più che di psicologia. Ognuna di esse si erge sulla base di una visione dell'uomo parzialmente differente. La psicologia sperimentale non prende in considerazione - a volte onestamente, molto più spesso furbescamente - ciò che fuoriesce dall'ambito del suo sguardo: l'uomo è solo ciò che descrivo col metodo sperimentale. E' quindi una visione cieca se totalizzata. La psicologia clinica è differente a seconda dell'idea di uomo che implicitamente sottointende: Sigmund Freud, che era un materialista, concepisce l'uomo totalmente determinato da quell'inconscio che cerca di comprendere. Carl Rogers, spiritualista e naturalista, riteneva che l'uomo tendesse automaticamente al bene; determinato, anche per lui, da una «tendenza attualizzante». I comportamentisti ed i sistemici credono che la personalità dell'uomo sia oggetto passivo delle caratteristiche ambientali. Gran parte della psichiatria ottocentesca e novecentesca pensa all'uomo come ad un epifenomeno della materia. L'elenco potrebbe continuare. Dunque ogni psicologia getta le sue fondamenta in presupposti antropologici, quasi sempre impliciti e non verificati. E' sulla presenza di questi presupposti che si fonda la legittimità di una specificazione del tipo di psicologia. Così psicoterapia freudiana non solo indica un metodo, ma anche i presupposti che danno senso e valore a quel metodo.
Dunque ora è possibile comprendere perché è legittimo parlare di psicologia e di psicoterapia cattolica: essa è lo studio della psiche all'interno di una concezione dell'uomo che emerge dalla riflessione cristiana, ed in particolare dalla filosofia, teologia e soprattutto dalla Rivelazione stessa. Come, infatti, riporta il Concilio Vaticano II (Gaudium et spes, n° 22), citato nell'intervento del professor Andereggen, «il mistero dell'uomo si chiarisce solamente alla luce del mistero del Verbo incarnato». Anche Giovanni Paolo II (Redemptor hominis, n° 10) aveva affermato: «L’uomo rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso unitario se non incontra Gesù Cristo. Per questo è Cristo Redentore che rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso».


Pbro. Dr. Ignacio Andereggen
Basi per una psicoterapia cristiana

Pontificia Università Cattolica Argentina “Santa María de los Buenos Aires”; 2005.

Pbro. Dr. Ignacio Andereggen

Tratto da “El Magistero de la Iglesia y la Practica Psicoterapeutica”, pag. 187-210.

Benvenuti tutti a queste giornate anche da parte mia. Sono le seconde che organizziamo su questo tema che è, certamente, sensibile, difficile, e che realmente vale la pena trattare, soprattutto nel contesto della situazione culturale contemporanea che è profondamente influenzata da diverse correnti filosofiche, però anche da diverse correnti psicologiche, le quali continuano ad acquisire sempre più un’importanza quasi preponderante, perfino rispetto alla filosofia.
     Tentiamo di introdurci in una tematica che è più pratica di quella dell'anno scorso. Ognuno può leggere gli atti delle giornate dell'anno scorso nelle quali sono plasmate le idee e le riflessioni di quei giorni sui principi di base su cui dovrebbe ergersi una psicologia cristiana nei suoi molteplici aspetti, nei suoi distinti livelli epistemologici. Lì è possibile osservare come la psicologia possieda un livello teorico antropologico, un livello etico, un livello fenomenologico che corrisponde all'osservazione dei fenomeni umani della vita concreta, ed ha anche un livello terapeutico, pratico o artistico [tecnico], nel senso medievale del termine, che è quello che tenteremo di approfondire, a partire dai suoi principi, in queste giornate.
     Abbiamo studiato l'anno scorso come dal punto di vista cristiano è impossibile che la psicologia renda astratta la fede, così come è impossibile che si possa considerare l'uomo nella sua integrità senza uno sguardo che tenga in conto la Rivelazione divina, specialmente perché l'uomo non può comprendere se stesso senza cogliere questa realtà – o assenza di realtà fondamentale – che consiste nel peccato originale: questa è una verità rivelata. Anche se osserviamo quotidianamente le sue conseguenze nella storia dell'umanità e nella vita concreta degli uomini, senza dubbio, la caduta originaria è qualcosa che la ragione può captare solamente illuminata dalla fede. Certamente, considerare il peccato originale è totalmente necessario per comprendere la vita concreta delle persone, che è quello a cui, in ultima istanza, si orienta la psicologia, almeno come è intesa ai nostri giorni e così come fu sviluppata a partire dalle correnti dei grandi autori del XX secolo.
     Si tratta non semplicemente di uno sguardo speculativo sull'uomo, ma di uno sguardo pratico e particolare; si tratta di comprendere la vita delle persone nel concreto.
     D'altra parte, bisogna dire che noi abbiamo questa prospettiva, nella quale tentiamo di discernere accuratamente i livelli scientifici e, di conseguenza, tentiamo di discernere adeguatamente la psichiatria come parte della medicina rispetto alla psicologia che è una scienza che studia l'uomo nelle sue operazioni, nel suo comportamento in quanto uomo; lo studia nel suo comportamento concretamente inteso, particolare, in quanto produce atti umani e, a volte, altri atti che sono collegati intrinsecamente con questi atti umani.
     Durante queste conferenze potremmo studiare la visione soprattutto di San Tommaso d'Aquino, ma anche di altri autori della tradizione cristiana, e faremo un confronto con alcune correnti di psicologia contemporanea, soprattutto nei dibattiti.
     Da un punto di vista di una concezione integrale dell'uomo, come si sa, San Tommaso è una guida fondamentale; è colui che struttura, in un certo modo, il pensiero sull'uomo all’interno della tradizione successiva nella vita della Chiesa. In effetti, fino ad oggi il Magistero della Chiesa ha sempre assunto la prospettiva antropologica di San Tommaso per spiegare i fenomeni umani più profondi.
     In questa conferenza introduttiva coglieremo alcuni principi della teologia e della filosofia di San Tommaso per porli come base rispetto ad una riflessione posteriore, che avrà un carattere molto pratico in alcuni aspetti, e che in altri toccherà tematiche che si riferiscono a punti particolari, come il fine dell'uomo considerato nel concreto – con le sue risonanze psicologiche -, e, anche, come la vita della grazia, in quanto motore fondamentale della salute psichica. E faremo questa riflessione in accordo con ciò che ci ricorda il Magistero della Chiesa, e soprattutto il Concilio Vaticano II, con questa famosa frase della Costituzione Gaudium et Spes che dice: “il mistero dell'uomo si chiarisce solamente alla luce del mistero del Verbo incarnato” [1]. Cristo è l'uomo perfetto, e la natura umana e la persona umana in particolare – ogni persona, ogni individuo – può essere intesa pienamente o, meglio ancora, contemplata solamente alla luce del Verbo incarnato.
     Una psicologia che sia completa, come si può osservare a partire dalle riflessioni che già abbiamo prodotto, non può prescindere da questa considerazione cristologica. Così, a proposito di questo, è possibile leggere un mio articolo, che riassume una conferenza, intitolato “Cristo e la sua relazione con la psicologia” [2] , che è stampato ed è accessibile a tutti.
     Rispetto alla tematica che sviluppo brevemente ora, c’è, anche, un altro articolo che si chiama “San Tommaso, psicologo” [3] , che è stato pubblicato su Sapientia nell’anno 1999, che è la rivista della Facoltà di Filosofia e Lettere di questa Università. Lì è possibile trovare uno sviluppo armonico e completo, anche se sintetico, di come San Tommaso possa illuminarci rispetto la costruzione di una nuova psicologia che sia realmente cristiana, che tenga conto dei diversi livelli antropologici, che rispetti i livelli scientifici, che però dia una concezione dell’uomo che sia realmente globale e che, d’altra parte, sia efficace, che ci fornisca le basi per un aiuto adeguato alle persone.
     Riguardo a questo abbiamo l’occasione di riflettere circa il primo punto che vorrei approfondire, che è la virtù della prudenza. Questa virtù è il centro dell’attività umana in quanto umana. In tutti gli autori classici, inclusi quelli anteriori al cristianesimo – già in Platone, però specialmente in Aristotele – abbiamo un riferimento molto preciso sulla virtù della prudenza come guida razionale delle virtù umane.
     Essa è il vero e proprio ponte rispetto la complessità dell’universo che esiste al di fuori dell’uomo. Vale a dire, la versione filosofica cristiana, realista e classica sull’uomo implica un’accentuazione del carattere razionale, un approfondimento speculativo del carattere razionale dell’uomo. L’uomo diviene tale in quanto si apre alla realtà; non può realizzare la sua persona al di fuori dell’ordine delle cose reali. In questo senso incontriamo la risposta classica cristiana, tomista e realista a quello che gli psicologi freudiani chiamano frequentemente “principio di realtà”. Questo principio consiste nel contatto con le cose che realmente esistono, che hanno una struttura creata da Dio, che hanno un’essenza; e specialmente consiste nel contatto con la vera essenza umana, specialmente considerata nella sua operatività. L’uomo ha una condotta che lo porta ad una perfezione che è specifica della sua natura e che è principalmente spirituale, anche se include molti elementi dei sensi.
     San Tommaso, specialmente trattando della virtù della prudenza, ci insegna che molte cose che si riferiscono alla sensazione sono necessarie per la virtù della prudenza. Questo significa che in una adeguata psicoterapia, come vedremo dopo e come sarà chiaro dopo queste riflessioni, è necessario tener presente l’integrità della persona, tener presente i principi universali che spiegano la persona umana, che corrisponsono alla sua essenza e che richiedono una conoscenza speculativa; ed è necessario anche tener presente la costituzione particolare di ogni persona, come dice San Tommaso. Questa costituzione implica un tipo di personalità che, in un certo modo, è incipiente rispetto al perfezionamento che si realizza attraverso gli atti umani.
     Ogni persona, ci insegna San Tommaso, è preparata per esercitare certe virtù, per esercitare specialmente alcune virtù. Per questo, un’adeguata psicoterapia terrà in conto la realtà di ogni persona, in quanto lo psicologo è capace di considerare nella persona non solamente la sua struttura universale – e, quindi, non darà una risposta meramente metodologica del carattere universale – ma osserverà la condizione concreta di ogni persona che, in ultima istanza, implica una preparazione per certe virtù. Secondo la sua costituzione naturale, ci sono persone che sono predisposte per esercitare la virtù della fortezza; altre sono predisposte per esercitare la virtù della giustizia; altre sono predisposte per esercitare la virtù della temperanza; e così potremmo continuare ragionando circa le parti integrali, potenziali ed essenziali delle distinte virtù.
     E’ necessario, in una considerazione pratica dell’uomo, come è quella che si stabilisce in una psicologia e, specialmente, in una psicoterapia; è necessario considerare la costituzione naturale, la quale non è meramente – in una visione che non sia materialista – frutto della condizione corporale, ma che si radica anche nell’anima. Essa è forma del corpo; per tanto, non si tratta semplicemente che ogni persona abbia una determinata anima per il corpo che possiede ma, soprattutto, che ogni persona abbia il corpo che ha per l’anima che Dio ha creato in questa persona. Questo ce lo spiega San Tommaso nella sua sintesi filosofica e teologica della seconda parte della Summa Teologica: Dio crea l’anima di ogni persona e, creando l’anima, indirettamente causa il corpo che, d’altra parte, viene da principi naturali e materiali.
     Lo psicologo, dal punto di vista della natura, sarà colui che è capace di scoprire in ogni persona particolare quello che la configura come tale persona, cosa che, di per se stessa, ci fa allontanare dalla tentazione di un metodo assoluto che possa spiegare la condizione di ogni persona, e che possa portare ogni persona ad una condizione di salute astrattamente definita che possa essere valida per tutti. In realtà in ogni persona, secondo la sua particolare costituzione, c’è una chiamata ad una perfezione differente che è, in ultima istanza, ciò che chiamiamo “salute psichica”.
     Naturalmente questo si approfondisce alla luce della fede, soprattutto quando consideriamo il dato fondamentale del peccato originale e della vita della grazia. Come ci spiega San Tommaso seguendo i Padri della Chiesa e tutta la tradizione cristiana, non può compiersi adeguatamente l’ordine naturale se non è presente la grazia di Dio che restaura la natura che è corrotta dal peccato originale [4] . Questa corruzione è universale, comune a tutta la natura. Esiste, senza dubbio, continua a spiegare il Dottor Comune nella sua seconda parte della Summa, una corruzione particolare che può infettare ognuno di noi. Questa corruzione ha la sua radice ultima nel peccato originale, però può aver anche casi particolari. Ha, anche, due livelli: un livello corporale e un livello propriamente psichico.
     In effetti, ci sono infermità corporali che si ripercuotono sulla vita animica, delle quali tratta una disciplina propriamente distinta dalla psicologia, che è la psichiatria come parte della medicina – che è un’arte e una scienza che si riferisce al corpo dell’uomo, anche se questo naturalmente è parte di un composto, e ciò che interessa il corpo corrisponde anche alla totalità della persona -. Però c’è, come ci spiega il Dottor Angelico, anche un livello di infermità – o di corruzione, come dice lui – che è proprio dell’anima, e che si chiama infermità animica o, traducendolo con una parola più attuale anche se per la verità più antiqua, “infermità psichica”. Questa infermità, dice San Tommaso, corrisponde a certi atteggiamenti acquisiti per abitudine. Questi atteggiamenti hanno anche un carattere sociale o, come dice Aristotele – e San Tommaso gli fa eco –, un carattere politico.
     Le virtù e i vizi umani, in quanto sono umani, sono anche politici. Però, cosa significa? Giustamente l’uomo non può realizzare la sua vita, non può compiere la propria esistenza, non può giungere al suo fine, se non in una comunità di persone. Così come la comunità delle persone ha un influsso positivo – in se stessa è destinata alla costruzione della personalità di ognuno, che è distinta in ogni caso – così anche, come ci indica d’altra parte l’esperienza, la comunità può avere un influsso negativo. Questo può colpire in modo particolare le diverse persone e, più ancora, è variabile, potendo avere, in un certo modo, combinazioni infinite. Questo è così perché possono essere diverse le ripercussioni nelle persone secondo la costituzione particolare di ognuno, di cui abbiamo parlato prima.
     In modo tale che la grazia di Dio, quando restaura la natura, compie un’operazione particolare in ogni persona. Così come quello che vediamo realizzato in modo universale nei sacramenti, che danno la grazia in modo diverso a seconda dei requisiti di ogni tappa dello sviluppo della vita di una persona che è guidata dalla grazia – una cosa è la grazia che c’è nel battesimo, che fa nascere spiritualmente, un’altra grazia è quella della cresima, e un’altra grazia suprema è quella dell’Eucarestia -; così a volte accade che la grazia di Dio si moltiplichi, si discerna, si distribuisca secondo diverse configurazioni nelle persone, e ancor più, nelle comunità.
     Questo richiede, naturalmente, un adeguato discernimento. Uno psicologo cattolico che faccia attenzione alle persone sarà colui che è capace di discernere non solo gli aspetti naturali, cioè, a che cosa è chiamata naturalmente ogni persona secondo la sua vita razionale, ma colui che è capace di discernere a che cosa è chiamata ogni persona secondo la chiamata propria della grazia di Dio. Queste due missioni non sempre sono in una continuità che possa essere adeguatamente colta dall’intelligenza umana, perché molte volte succede che ciò che appare nell’ordine naturale rispetto la vita di una persona – e che lo psicologo considera – non sarà perfettamente coincidente con quella chiamata misteriosa, con quella vocazione spirituale che ogni persona ha secondo la grazia divina. Per tanto, lo psicologo cattolico non considererà solamente quello che la filosofia e la teologia classica chiamano “potenza naturale”, ma anche la potenza obbedienziale.
     La potenza, come ci esplicita Aristotele, è la capacità di avere una perfezione che ancora non si domina. Ci riferiamo qui alla potenza passiva, cioè, non la capacità di attuare ma la capacità di raggiungere una perfezione, di essere perfezionato da un agente. Ognuno di noi è in potenza, secondo le diverse tappe della vita, per una perfezione umana. E ancor di più, lo è per una perfezione umana ultima, che è il fine dell’uomo, così come può essere colto naturalmente, e che gli autori classici, seguendo Aristotele – e gli autori cristiani – identificano con la contemplazione. L’uomo è fatto per la contemplazione, questo è, per contemplare non solamente la realtà come tale, ma anche per contemplare Dio. Il fine dell’uomo – già lo diceva Aristotele – è, in un certo modo, partecipare a quel atto divino per il quale Dio si contempla a se stesso.
     Tutta la struttura della personalità umana per natura è ordinata alla contemplazione. Questo succede a due livelli distinti: a livello universale della natura umana, che è presente in ognuno di noi – perché tutti abbiamo una natura comune o umanità -, e a livello particolare. Quest’ultimo fa riferimento al fatto che ognuno di noi ha una strutturazione, una costituzione che si dirige fino alla contemplazione, perfino indipendentemente dalla grazia di Dio. L’uomo, per se stesso, è fatto per conoscere la verità, e la vita dell’uomo non si realizza mai al di fuori della verità. Per questo, è utopico costruire una psicologia che non sia radicalmente fondata sulla conoscenza della verità delle cose. Una psicologia che non lo è, sarà di per se stessa destinata al fallimento, all’inefficienza, o ancor peggio, ad un influsso negativo sulle persone.
     Quindi, l’uomo è fatto per la contemplazione, non solo secondo la sua natura comune ma anche secondo la sua natura particolare, secondo la costituzione che ognuno ha, secondo il suo corpo e, principalmente, secondo la sua anima. Questo è così per natura: l’uomo ha questa struttura ontologica, è fatto in questa maniera, e non può fuggire creando una natura umana artificiale, una natura che non esiste. Questo, beninteso, ha una ripercussione immediata sul comportamento, che è ciò che esprime quello che classicamente si chiama legge naturale. La legge naturale è un principio di guida della condotta umana che, in ultima istanza, come ci spiega bene San Tommaso, è una partecipazione della legge eterna nella creatura razionale.
     Così come l’uomo è fatto dalla natura per contemplare Dio, allo stesso modo è fatto per governare se stesso, in qualche modo, come Dio si governa nei suoi atti. Per questo, come segnalavamo all’inizio di questa riflessione, è fondamentale il carattere razionale della natura e della persona umana. In effetti, non può esserci salute psichica al di fuori della razionalità e al di fuori della conoscenza della verità. Questo è il principio fondamentale.
     Naturalmente l’uomo ha una dimensione affettiva e volontaria, e giustamente il nesso rispetto alla parte appetitiva dell’uomo, il nesso tra la conoscenza speculativa della verità e il governo del comportamento dell’uomo è stabilito da una virtù speciale e particolare, che è la virtù della prudenza. Essa è una virtù che è nell’intelletto umano, però allo stesso tempo si riferisce agli appetiti, cioè, alla parte affettiva dell’uomo: si riferisce all’appetito irascibile e all’appetito concupiscibile, secondo cui noi ci orientiamo ai beni sensibili. D’altra parte si collega all’appetito razionale, che è la volontà, per la quale cerchiamo il bene vero, che è il giusto o il diritto come oggetto della giustizia. Cioè, dare ad ognuno ciò che gli corrisponde.
     Questa è la struttura di base del comportamento umano, ciò che gli antichi chiamavano le virtù cardinali. Tra di esse il posto principale lo occupa la prudenza. Essa è quella che trasmette la luce superiore della verità – in ultima istanza, derivata da Dio – a tutte le dimensioni della personalità, che hanno una condizione particolare, la quale è realizzata da ciò che chiamiamo virtù.
     Le virtù nell’ordine naturale – la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza – consistono nelle disposizioni operative verso il bene. Sono modi di essere particolari di ogni persona. Hanno allo stesso tempo un carattere universale ed un carattere particolare.
     In tutte le persone, la prudenza consiste nell’avere un contatto con la realtà pratica dell’uomo, nel guardarlo secondo la ragione, nel vedere il suo bene che è operare secondo la ragione. In tutte, d’altra parte, la giustizia corrisponde a dare a ciascuno il suo. In tutte la temperanza è quella che stabilisce la moderazione razionale negli appetiti concupiscibili, che si riferiscono alla riproduzione della specie o alla conservazione di ciascun individuo. Per ultimo, in tutte le persone la fortezza è quella virtù che permette all’individuo di tendere al bene arduo dal punto di vista della sensibilità.
     Senza dubbio, non esiste solamente questo aspetto, ma anche l’aspetto particolare. Ognuno possiede le virtù in un modo particolare. Ognuno possiede una prudenza speciale, o è chiamato ad avere una prudenza speciale. Ognuno è chiamato ad avere una forma di giustizia, a seconda che sia governante o suddito, a seconda che tenga molti beni o pochi, a seconda che tenga molte relazioni sociali o poche, di un tipo o di un altro tipo. Ognuno è chiamato ad avere una temperanza particolare, a seconda che sia coniuge o moglie, a seconda che sia celibe o sposato, che sia giovane o anziano, che abbia un corpo particolare o altro. Lo stesso bisogna dire per la virtù della fortezza: non è la stessa (nella sua realizzazione concreta) questa virtù in un soldato o in una persona che è malata, eccetera.
     Ognuno di noi è chiamato ad un organismo spirituale, affettivo e conoscitivo, a livello intellettuale e a livello sensitivo, che è particolare. E’ missione propria dello psicologo attenersi profondamente a questa struttura che, insistiamo, non solamente è universale ma anche particolare. Per questo deve, naturalmente, conoscere con profondità l’uomo, il quale non può essere improvvisato, e per questo motivo c’è tutta la saggezza classica della filosofia che è stata conservata e perfezionata dal pensiero cristiano, dalla teologia, dalla tradizione di tutta la storia della Chiesa.
     Lo psicologo cristiano, senza dubbio, come abbiamo detto precedentemente, deve attenersi non solamente a questo carattere naturale ma principalmente alla chiamata soprannaturale di ognuno. Cioè, in ultima istanza, a quello che può diventare ogni persona alla luce di Dio, che è la chiamata di ognuno; che è quello che in modo oscuro è delineato in queste caratteristiche naturali e particolari; che è quello che è preparato dall’ordine naturale, secondo cui Dio ha strutturato in modo universale l’essenza umana.
     Allora, qual è la chiamata di ognuno? Per saperlo abbiamo una guida molto chiara nel pensiero della tradizione e di San Tommaso, che è la riflessione circa le virtù teologali. Queste sono i mezzi principali attraverso cui l’uomo compie la sua finalità, attraverso cui l’uomo raggiunge il suo fine ultimo; certamente, non semplicemente il suo fine naturale, verso cui tendiamo per natura – che è la contemplazione della verità per quanto è possibile -, ma il fine soprannaturale. Questo è immensamente più elevato che il fine naturale, perché l’uomo è fatto per essere come Dio, per essere divinizzato dalla grazia, e essa consiste nella vita psichica pienamente sviluppata.
     La grazia di per se stessa è coscienza: implica volontà, affetto, e tutto questo totalmente sviluppato, il quale si dà solamente nella vita eterna. La vita eterna è la pienezza della vita psichica; è la pienezza della coscienza che l’uomo ha di se stesso e della realtà; è la pienezza dell’amore; ed è anche la pienezza di tutte le dimensioni corporali ed animiche che completano la spiritualità dell’uomo. E’ la perfezione, in ultima istanza, della struttura particolare di ognuno, non solo dell’essenza umana.
     Quando Dio ci pensa, quando Dio crea la nostra anima, sta pensando nell’eternità, in questa grazia che possiamo arrivare ad avere, grazia per la quale, in ultima istanza, Dio ha fatto tutte le cose che esistono; non solamente l’uomo, ma tutte le cose che esistono sono chiamate ad ordinarsi alla grazia. Come dice San Paolo nella lettera agli Efesini, si tratta del fatto che Cristo è il capo di tutto, di tutte le cose, e questo si realizza per la grazia di Dio. Tutto l’universo è ordinato a questa vita psichica piena, che è la partecipazione a questa vita attraverso cui Dio si scopre pienamente a se stesso e ha una vita interpersonale, secondo la quale le Persone divine si amano e si conoscono eternamente, e si trasferiscono tutto il bene divino: ognuno di noi incontra lì il suo compimento.
     Evidentemente non tutti quelli che si dedicano alla psicologia possono cogliere questa chiamata in tutta la sua pienezza. Ognuno di coloro che coltivano questa nobile missione di aiutare le altre persone in quello che hanno di più intimo, a propria volta, ha una vocazione particolare. In effetti, ogni psicologo realizza la sua vocazione di psicologo in un modo particolare, nella misura, in ultima istanza, in cui riesce a cogliere questa chiamata negli altri. Per questo, ovviamente, si presuppone una onestà fondamentale, che è quella di riconoscere sia le proprie capacità di psicologo, sia i propri limiti. Cioè, si tratta di non voler spiegare al di là di ciò che si può spiegare universalmente, come è la pretesa dei grandi metodi psicologici del ventesimo secolo, i quali sono eredi del razionalismo moderno. Certamente, hanno la pretesa di una spiegazione esaustiva, metodica e ultima di tutta la realtà umana.
     Non si tratta solamente di riconoscere questo limite costitutivo dell’intelligenza umana, ma, al contrario, di riconoscere il limite di ognuno, cioè, fin dove ognuno può arrivare nell’osservazione e nell’aiuto degli altri. Si tratta di una umiltà fondamentale dello psicologo (a proposito di questo, nel libro che stiamo per presentare – e che potrete leggere – della giornata dell’anno scorso, c’è un articolo molto interessante sull’umiltà dello psicoterapeuta). Ognuno deve riconoscere i propri limiti perché non tutti hanno le medesime capacità per riconoscere in ogni persona a che cosa è chiamata, e questo significa anche che rimane implicito in tutto lo sviluppo delle virtù, secondo il pensiero tradizionale che abbiamo menzionato prima.
     Il carattere politico delle virtù è proporzionale anche al carattere politico della psicoterapia, nel senso classico della parola “politico”, cioè, quello che si riferisce alla società umana, alla vita in società, all’uomo come animale politico che non può realizzare la sua operatività se non in comunità e, ancor oltre, nella società. Ognuno di noi è chiamato a realizzare la sua perfezione naturale nella società, e la sua perfezione soprannaturale nella società perfetta soprannaturale, che è la Chiesa, e in tutti gli organismi intermedi che ci sono in queste due società fondamentali. Effettivamente, nel mezzo ci sono molte società, nelle quali si evidenza specialmente la famiglia. Però ci sono molte altre società intermedie che sono necessarie, in primo luogo, per una adeguata realizzazione della vita personale e, in secondo luogo, per una adeguata psicoterapia.
     Questo è un altro aspetto che vorrei sottolineare brevemente: è necessario accantonare la visione individualista della psicoterapia, che è erede dell’Illuminismo. Per il pensiero illuminista – per il pensiero idealista kantiano, per esempio – l’uomo è una specie di coscienza che ha un corpo, e che realizza la sua vita particolare in quanto questa coscienza è adeguata a certe leggi universali che, in fondo, per il pensiero che prevale negli ultimi due secoli, sono leggi formali. Consistono, in ultima istanza, in ciò che si riassume nell’imperativo categorico kantiano, che è una specie di legge delle leggi che non ha contenuto. Specialmente la psicoanalisi di Freud si ispira alla concezione kantiana della legge – Freud lo dice esplicitamente varie volte -; e, conseguentemente, la visione che prevale nell’attività psicoterapeutica nel ventesimo secolo, che segue il grande influsso freudiano, è specialmente quella di un individuo che si confronta con un altro individuo per fargli avere una adeguata relazione con la legge. Questa relazione adeguata con la legge, per Freud implica anche la trasgressione della stessa, implica la sublimazione, e tutta una serie di aspetti che si possono sviluppare più ampiamente (e che altri hanno fatto nel libro che ci apprestiamo a pubblicare, in alcuni articoli).
     Questa visione di tipo illuminista, che prevale tuttavia nel secolo ventesimo e che segue prevalendo nell’attualità di oggi, non è adeguata per considerare l’integrità della persona, non solamente perché implica una mancanza di contatto con la realtà, una mancanza di vera razionalità, - spiegare questo toglierebbe troppo tempo, beninteso – ma anche per questo ultimo aspetto particolare che vorrei segnalare, cioè, per il fatto che impedisce intrinsecamente la considerazione comunitaria dell’uomo, la realizzazione dell’uomo nella comunità e, anche, l’aspetto psicoterapeutico della vita comunitaria. Detto in parole semplici, è una illusione pensare che una persona possa pervenire alla salute psichica naturale e soprannaturale – la quale implica quella naturale e la produce – semplicemente come individuo o, detto in un altro modo, parlando o incontrandosi con uno psicoterapeuta o con uno psicologo: questo è avere una visione molto riduttiva di ciò che è la persona, di quello che può arrivare ad essere la persona, e anche di quello che significa aiutare una persona.
     In effetti, un individuo non può fare tutto rispetto ad un altro individuo. Detto semplicemente, questo implica da una parte una concezione idealista – perché nella psicoanalisi, e in altre correnti simili, lo psicoterapeuta è una specie di, per dirla così, creatore spirituale dell’altro, in quanto lo eleva ad un metodo universale, di cui l’individuo non è cosciente, fino a possedere colui che non si realizza pienamente come persona -. La psicoanalisi implica un aspetto di creatività della persona – e in questo senso è una specie di idealismo – però, d’altra parte, se la consideriamo da un punto di vista teologico, implica una specie di pelagianesimo, cioè, pensare che l’altro possa uscire dalla sua situazione di infermità o di nevrosi – o come si vuole chiamare la condizione di precarietà psichica – per mezzo dell’aiuto di un solo individuo: questo, beninteso, non è possibile.
     Per questo, una adeguata psicoterapia, in ultima istanza, non può realizzarsi al di fuori di una adeguata vita comunitaria. Ebbene, dove incontriamo questa vita comunitaria? Più che nella considerazione individuale dell’uomo, in questo tema si vede specialmente la necessità della grazia. In effetti, questo non può realizzarsi al di fuori di una autentica comunità, e ce lo dice l’esperienza. Questa comunità è la comunità di coloro che si amano, come ci dice il libro degli Atti degli Apostoli riferendosi ai cristiani: “gli altri li osservavano e hanno deciso di guardare come si amano”. E’ la comunità di coloro che si amano con il vero amore che restaura tutti gli altri amori.
     La vera terapia implica una considerazione della realtà e una vera operatività a livello degli appetiti, che si riassume in quello che chiamiamo amore, e questo amore non può essere adeguatamente restaurato, non può essere compiuto secondo l’ordine razionale, senza l’aiuto della grazia e, di conseguenza, senza quello che costituisce il vertice di tutta la personalità considerata integralmente. Questo vertice è la carità, è l’amore soprannaturale, la partecipazione del vero amore divino per mezzo del quale abbiamo una adeguata relazione con le altre persone, per mezzo del quale possiamo stabilire vincoli stabili e possiamo uscire dal circolo vizioso della nevrosi, che consiste in un alternarsi dei sentimenti depressivi, dei sentimenti di rancore e di prepotenza, di superbia, di potere o di imposizione sugli altri.
     Con queste osservazioni vi lascio l’opportunità di porre alcune domande per chiarificare alcuni aspetti, e poi continueremo con altre dissertazioni.

Domande dell’uditorio

Ho due domande. Che importanza ha per Freud la socialità dell’uomo per realizzare la sua perfezione, la famiglia e l’infanzia? E poi, come si relazionano questi aspetti all’interno della sua concezione?

Sono due domande interessanti: allora parleremo specificamente di Freud. In Freud, evidentemente, c’è uno sviluppo molto ampio della socialità umana. Certamente, Freud ha tutta una teoria della socialità; ha scritto molti libri riferiti a questo, non solamente in modo universale, ma anche in modo particolare.
     In effetti, Freud studia i fenomeni religiosi, i fenomeni artistici; studia anche, in un certo modo, la vita politica, eccetera. Per Freud la vita sociale è il luogo dove si compie l’evoluzione, supponendo la sua concezione di origine darwiniana. Tutta la realtà emerge dalla morte, da ciò che è inorganico, dalla materia che non ha vita, e tende ad uno sviluppo che consiste, in ultima istanza, nello sviluppo dell’intelligenza, nella razionalità. Ebbene, questa razionalità per Freud – come dice in Al di là del principio del piacere – non è propriamente una perfezione dell’uomo. Questa evoluzione non è un movimento verso una perfezione. Freud dice in quel libro che la meta di tutta la vita è la morte. Cioè, tutta la vita delle persone è una specie di processo di complessità ogni volta maggiore nel quale appare la coscienza. La coscienza è una funzione di questa complessità, è una espressione di questa complessità.
     Questa coscienza, senza dubbio, non sfugge alla sua origine, e la sua origine non è una cosa diversa dal mondo inanimato, il quale non ha coscienza. Per questo, quanto più si ha coscienza, tanto più si ha una presenza di quello che è incosciente e, in ultima istanza, della morte. La morte prevale sulla vita, e Freud lo dice esplicitamente. Tutta la vita intellettuale e tutta la vita sociale è un processo che non ha fine e che è destinato, in ultima istanza, a far apparire in un modo più chiaro l’origine, e l’origine è la morte. Quello che succede è che questa morte appare per mezzo della coscienza. Questo è quello che struttura la vita sociale.
     L’intelligenza o la ragione per Freud ha un carattere essenzialmente sociale. Ebbene, perché questo è così? Precisamente, perché questa morte, che è inclusa nel pensiero – che muove in un certo modo il pensiero o che lo attrae – si produce giustamente nella relazione interpersonale, in quello che costituisce questa ambivalenza fondamentale della relazione interpersonale, che è allo stesso tempo amore e odio. Detto in altro modo, la razionalità è una specie di sublimazione sociale di questo principio di odio che è intrinseco alla vita, che è interno alla vita. Cioè, la razionalità non è altra cosa che lo sviluppo sociale di quello che è come il ricordo dell’evoluzione e verso cui tende l’evoluzione.
     Per Freud, l’evoluzione non ha nessuna perfezione, se non che tende a ritornare a quello stato dal quale uscì, e questo si realizza attraverso un processo che ha il suo culmine – parlando in termini freudiani – nella razionalità. Però questa razionalità è una razionalità che include il nulla, che include la morte, e per questo si realizza in modo sociale, perché questo nulla è, in ultima istanza, la negazione dell’altro. E, riferendoci all’ultima riflessione – quello che spieghiamo a partire da San Tommaso -, è l’opposto della carità. E’ il pensiero che sorge dall’odio. Invece di essere il pensiero che sorge dalla carità – che è la radice ultima di tutta la psicoterapia, perché è ciò che produce la grazia – è il pensiero che sorge da questa relazione di antinomia nella vita sociale, che non è un’altra cosa che una specie di immagine invertita e negativa della relazione di amore che unisce le Persone divine. Implica l’incapacità di trascendere perché il movimento non ha fine, non porta a nessuna meta, perché la meta è la morte, è ritornare allo stato iniziale.
     L’altra parte della domanda che lei mi ha formulato si riferisce all’infanzia. Certamente, Freud considera la vita familiare. Naturalmente, compie molti studi sulla evoluzione del bambino, eccetera. Però anche in questi studi incontriamo la stessa caratteristica che abbiamo segnalato. In effetti, non si tratta della famiglia che aiuta la perfezione, ma la famiglia come luogo nel quale inizia questo processo che, in ultima istanza, è un processo di disgregazione, perché è intrinsecamente segnato da questa antinomia tra le persone, per questa opposizione tra le persone che è l’origine di quello che l’uomo può desiderare di ottenere, il quale non è un’altra cosa che questa razionalità unilaterale e assoluta – cosa che dovrei spiegare totalmente -, secondo la quale lo psicoterapeuta, secondo Freud, deve operare.
Come possiamo controllare noi psicologi, non avendo un metodo, l’oggettività rispetto al fine? Cioè, come fare per non cadere nell’errore di imporre il mio ideale di fine, il mio dover essere – per parlare in termini kantiani – a questa persona, pretendendo che lei sia ciò che io credo che debba essere? C’è un metodo che mi possa preservare dalla soggettività totale?

Naturalmente non si tratta di forzare le persone perché questo è intrinsecamente contrario a tutto quello che abbiamo spiegato circa la natura umana. Questa si realizza per mezzo degli atti personali, che sono intelligenti e liberi. Per questo lo psicologo non può imporre nulla.
     Senza dubbio, tutto ciò che cerchiamo di spiegare è un metodo che tenta di mostrare che dobbiamo fuggire la soggettività, intesa come arbitrarietà o come capriccio. Intendiamo mostrare qui il fatto che, propriamente parlando, il fine della natura umana è lo stesso per tutti gli uomini, vale a dire, ha un aspetto comune, è lo stesso per tutti: la contemplazione che si realizza naturalmente. In modo soprannaturale, questo fine consiste nella beatitudine.
     In modo tale che quando si considera una persona in particolare, uno non si sbaglia mai se vede che questa persona è chiamata alla pienezza della vita della grazia; nemmeno si sbaglia nell’ordine naturale se sta considerando che questa persona è chiamata all’esercizio pieno della sua ragione, che è la contemplazione. Questo non è un metodo soggettivo, precisamente perché consiste nel riconoscere quello che l’intelligenza incontra nella realtà. In altre parole, l’intelligenza ha la capacità reale di conoscere l’essenza delle cose, e specialmente ha la capacità di conoscere l’essenza dell’uomo, delle azioni umane e delle leggi secondo cui le azioni umane devono indirizzarsi. Questo è l’unico modo di fuggire la soggettività. Diversamente non c’è altra strada che rifugiarsi nei sentimenti particolari di ognuno, che sono fluttuanti, che sono molte volte contraddittori, e che quando sono privi di ragione, di intelligenza, portano alla malattia psichica e, incluso, psichiatrica.
     Lo psicologo la prima cosa che deve tener a mente è la natura umana. Questo non è utilizzare la propria soggettività, perché la natura umana ha un aspetto comune a tutti. L’uomo è fatto da anima e corpo, e questo corrisponde a tutti gli uomini, non solamente ad un individuo ed ad un altro no. L’uomo è chiamato ad usare la sua ragione, e la ragione è la capacità che l’uomo ha per porsi in contatto con le essenze delle cose: questo corrisponde a tutti gli uomini e a tutte le donne, ai grandi, ai piccoli, a quelli di una cultura e a quelli di un’altra, a quelli che sono di una religione, a quelli che sono di un’altra o atei: tutti sono chiamati a questo.
     Gli uomini sono chiamati tutti ad essere prudenti, cioè, ad agire in accordo con ciò che la loro ragione vede. Gli uomini sono chiamati tutti ad essere forti, cioè, a vincere i timori e le istintività irrazionali. Gli uomini sono chiamati tutti ad usare adeguatamente le proprie facoltà sensitive e, quindi, a moderare secondo ragione i propri appetiti.
     Questo, certamente, bisogna vederlo in ogni individuo, come abbiamo segnalato in precedenza. E’ un compito che può definirsi intuitivo, sempre se definiamo bene che cosa significhi intuizione. L’intuizione non è solamente e principalmente un utilizzo dei sensi, e nemmeno un uso dei sensi interni. L’intuizione è principalmente l’uso dell’intelligenza. L’intelligenza ha due aspetti: un aspetto che possiamo chiamare intuitivo, in quanto capta in modo quieto e penetrante la realtà delle cose – coglie la loro essenza e l’essenza dell’uomo; può persino cogliere la struttura particolare di un individuo, in un certo modo -, ed ha un altro aspetto, che è la razionalità discorsiva. Però questa razionalità non è arbitraria, ma si fonda su questa intuizione che ci pone in contatto con la realtà. Cioè la base di tutto il metodo psicoterapeutico è sempre l’uso dell’intelligenza.
Lei ha detto che lo psicologo cristiano deve attendere la chiamata soprannaturale di ognuno. Questo, logicamente, è molto chiaro sul piano naturale, che lei ha descritto molto bene. Entrando nell’ambito del soprannaturale, questa dimensione sarebbe di competenza propria dello psicologo, secondo l’antica distinzione tra direzione spirituale e psicoterapia?

     Ho alluso a questo quando ho spiegato la necessità dell’umiltà nello psicoterapeuta. Cioè, non tutti gli psicologi hanno la capacità di cogliere ed aiutare le persone secondo tutti questi livelli di cui abbiamo parlato. Uno psicologo cristiano, certamente, deve guardare la persona dal punto di vista della fede. La divisione che si fa tra direzione spirituale e psicoterapia, così come è stata pianificata, ha origini nascoste che molte volte sono false, e che nascondono la pretesa, specialmente nel caso della psicoanalisi, di fondare una specie di direzione spirituale a prescindere dalla fede, una direzione spirituale laica o atea.
     In effetti Freud dice chiaramente che lo psicologo rimpiazza il confessore. Qui non andiamo a compiere molte distinzioni tra confessione, direzione spirituale, eccetera. Il cristiano, per carità, ha il dovere di aiutare gli altri, e questo non compete solamente ai sacerdoti, ma compete a tutti i cristiani. Questo è proprio il dinamismo della carità o dell’amore. Detto in un altro modo, ognuno di noi, per il battesimo – perché è cristiano, perché ha la grazia – ha non solo la possibilità ma l’obbligo di aiutare gli altri, tanto più quando si tratta di un compito tanto elevato come aiutare gli altri nella vita personale. E questo deve essere così per una ragione molto pratica: perché al di fuori di questo ordine della carità l’aiuto che si può fornire agli altri è unilaterale.
     Evidentemente qualcuno può andare dal medico perché curi un aspetto della sua persona perché è malato, per un cattivo funzionamento del fegato, dello stomaco, perché si è rotto la gamba, eccetera. Nel livello della vita spirituale non è così semplice perché essa, in quanto più perfetta di quella corporale, è maggiormente unitaria. E, d’altra parte, la vita spirituale ha una malattia radicale, che è il peccato originale prima della grazia del battesimo, i peccati personali e, anche, le conseguenze di questi peccati nella vita personale. In modo tale che l’integrità della persona parlando psichicamente non può realizzarsi al di fuori dell’ordine complessivo che la grazia stabilisce in quella persona. In questo punto, deplorevolmente, la catechesi attuale – la visione che abbiamo attualmente del cristianesimo – non è sufficientemente chiara – come era nella grande tradizione della Chiesa, in San Tommaso, in Sant’Agostino, nel Concilio di Trento e, anche, nel Concilio Vaticano II – come per farci prendere sufficiente coscienza di ciò che significa la grazia e la malattia umana, che è il peccato originale e i peccati personali e, inclusi, i peccati che si possono chiamare veniali, e anche i peccati che sono incoscienti. Perché non bisogna identificare il peccato con ciò che è solamente cosciente e volontario. Il peccato, nell’accezione principale, beninteso, è cosciente e volontario; senza dubbio ci sono molti altri livelli di disordine o di corruzione che, compresi, possono essere estranei in pienezza al controllo della persona.
     La grazia di Dio restaura la natura in tutti questi aspetti. Evidentemente, esistono anche le virtù naturali acquisite. La grazia di Dio ci dona la fede, la speranza, la carità, ci dà la prudenza, la fortezza, la giustizia e la temperanza infuse che ci aiutano a raggiungere la vita eterna; però esistono anche virtù naturali che possono avere in modo imperfetto coloro che sono in peccato mortale o che hanno un disordine psichico profondo. Queste virtù sono virtù imperfette. Per esempio, qualcuno che è naturalmente predisposto per la fortezza può compiere atti di fortezza e, anche, può avere una certa abitudine imperfetta di fortezza; un altro può avere un certo atteggiamento imperfetto di giustizia – per esempio, pagare i debiti, eccetera, e magari non pagarli tutti -.
     Tutto questo naturalmente è possibile, e lo psicologo, evidentemente, deve aiutare anche in questo ordine naturale e in queste virtù naturali che sono imprescindibili per la salute integrale di una persona, cioè, per il suo sviluppo personale, che non è altro che la salute.
     Senza la grazia di Dio, molte volte, queste virtù e queste disposizioni naturali diventano vizi, vale a dire, implicano occultamente vizi maggiori. Per questo lo psicologo cristiano, secondo le proprie capacità, deve considerare la persona integralmente.
     In altre parole, questa distinzione a cui facciamo riferimento è astratta, così come è pensata comunemente. Senza dubbio, non è astratta la distinzione tra il confessore che perdona i peccati e lo psicologo o il direttore spirituale, perché questo è una cosa molto differente. L’unico che può sanare la colpa alla radice è il confessore, perché la confessione è ordinata direttamente a questo, a rimuovere la colpa, che non bisogna identificare col senso di colpa. La colpa, che è il peccato, si rimuove solamente perché Dio la elimina tramite la grazia. E questo non lo può fare nessuno psicologo e neanche il direttore spirituale in quanto tale. Questo lo fa il ministro di Cristo, che è il sacerdote quando perdona i peccati. In questo sì che c’è una distinzione. Quando il sacerdote compie una direzione spirituale non agisce direttamente esercitando il sacramento della confessione. Evidentemente, il suo aiuto spirituale è distinto da quello del laico perché lui ha il sacramento dell’ordine. Però anche il laico cristiano è chiamato ad aiutare gli altri spiritualmente. E questo deve farlo da una parte in parrocchia e dall’altra nell’attività professionale di psicologo: soprattutto in quest’ultima dovrebbe esercitarlo, secondo la capacità di ognuno. Deve riconoscere umilmente questa capacità, specialmente nella nostra epoca, nella quale la preparazione in questo aspetto è, naturalmente, molto carente.
Freud conosceva la religione giudaica. Qual è il suo pensiero a riguardo?

In realtà lui analizza la religione giudaica, e dice che il cristianesimo è superiore alla religione giudaica perché implica una razionalizzazione superiore, implica un superamento del senso di colpa che i giudei non hanno. In effetti, i giudei provano molta colpa, dice Freud, perché sentono che hanno ucciso Dio. In cambio, i cristiani uccidono Dio però non provano colpa perché, per Freud, Gesù Cristo è colui che si è messo al posto di Dio, colui che uccise spiritualmente Dio, come spiega in Totem e tabù.
     Cioè, per mezzo dell’odio che è implicito nell’amore di Cristo con suo Padre, Gesù Cristo annulla il Padre e si fa Dio al posto del Padre. In questo senso, per Freud ciò che ha fatto Cristo è superiore a ciò che fecero i giudei, superiore alla religione giudaica, alla religione dell’Antico Testamento. Però, naturalmente, lo è da questa prospettiva fondamentale, che implica l’odio radicale, incluso nell’amore.

Lei ha spiegato che esiste una chiamata universale, tanto nell’ordine naturale come in quello soprannaturale, che preserva lo psicologo da tutta la soggettività. Tuttavia, qualcuno potrebbe obiettare che l’assenza di un metodo, nel senso psicoanalitico del termine, potrebbe portare a dilatare questa perfezione e singolarità particolare di ognuno, quello che ognuno è non solamente in quanto alla sua struttura, in quanto alla singolarità nelle sue potenze, ma anche in quanto alla singolarità della perfezione che è chiamato a raggiungere. Potrebbe rimanere inerme per non avere questo metodo apparentemente tanto efficace.

In primo luogo bisogna fare una riflessione sul metodo. Il metodo, nella mentalità e nella filosofia moderna, è assoluto, è il fondo stesso della realtà. Di più, è la realtà, prevale sull’oggetto stesso. Come dice Hegel nella Scienza della logica: l’idea, che è la realtà ultima, è il metodo. Il metodo è tutto, spiega tutto, fa tutto, è tutto.
     Questo si realizza in molti modi nella filosofia moderna, è implicito nella cultura moderna da Cartesio – che scrisse, giustamente il Discorso sul metodo -, e implica una determinata concezione della ragione. La cosa più caratteristica di questa concezione è, precisamente, il fatto che impedisce la considerazione del particolare, specialmente nel caso della prudenza. Per questo abbiamo detto che il centro dell’organismo psichico, considerato naturalmente, è la virtù della prudenza; perché è la cosa che fa da ponte tra la considerazione razionale della realtà e dell’essenza umana, e tutti gli altri aspetti della personalità.
     Propriamente parlando, la psicoanalisi avvalla il contrario, cioè, che la persona si spoglia della sua individualità ed entra in un modo di pensare che, in fondo, è unico. In effetti, la psicoanalisi è un metodo unico di pensare: ciò che è particolare è la storia anteriore. Però la storia anteriore – ciò che accadde alla persona quando aveva due anni, tre anni, con sua mamma, con il suo papà, eccetera -, e ciò che le accadde dopo, tutto questo, è materiale di scarto, non è ciò che in ultima istanza rimane. Quello che rimane è una specie di rinascita spirituale, è una specie di nuova presa di coscienza che è universale.
     Giustamente, potremmo dire, la carenza di metodo è ciò che garantisce che uno raggiunga veramente la persona. Però questo non significa mancare di metodo.
     Però, che cos’è “metodo”? “Metodo” non è una parola magica, è una parola che ha una storia. Chi utilizza la parola “metodo” per la prima volta in senso scientifico è Aristotele. Però Aristotele, che sicuramente non era un filosofo superficiale, aveva presente i limiti dell’intelligenza umana. Aristotele non usa in modo prepotente il concetto di metodo. Per lo Stagirita metodo è, semplicemente, il procedimento di base che ha l’intelligenza quando si avvicina a realtà distinte. Alcune di queste sono più inserite nella materia ed altre lo sono meno: per questo, ogni scienza ha un metodo distinto secondo il livello di considerazione del materiale che ha. La metafisica, che è la scienza suprema, deve separarsi totalmente dalla materia, deve astrarre la materia per considerare il suo oggetto. Le altre scienze, nelle quali c’è quella che considera l’uomo – cioè, la fisica, nel senso etimologico del termine, ossia, una scienza naturale (l’uomo ha il corpo, l’uomo è una delle cose naturali) – non possono separarsi totalmente dalla materia.
     Si tratta qui di considerare il particolare, e questo non può essere rinchiuso in un metodo universale. In effetti, il metodo universale non riuscirà mai a considerare il particolare. Non è possibile rimpiazzare la virtù della prudenza. Per questo lo psicologo, in un certo modo, è chiamato a realizzare la professione più personale.
     Ognuno è psicologo in modo diverso. Evidentemente ci sono aspetti di base comuni che sono quelli che abbiamo segnalato prima, perché bisogna riconoscere la natura umana, bisogna riconoscere la struttura del comportamento umano, la quale è universale. Però ci sono aspetti che sono particolari, che sono propri di ogni persona, e questo già a livello naturale.
     La prudenza, come disse San Tommaso, richiede molte condizioni sensitive, e per questo anche non tutte le persone possono essere psicologi, precisamente perché necessitano una certa configurazione sensitiva – che non è solo quella dei sensi esterni ma anche dei sensi interni – per cogliere la configurazione sensitiva dell’altro per connaturalità o per assenza di connaturalità, che è il metodo fondamentale della psicologia, in questo senso.
     Per questo si realizza in modo molto profondo nell’ordine soprannaturale, perché lì la connaturalità la produce la grazia. Non è garantita solamente da questa attitudine connaturale che alcune persona hanno più di altre. Per questo, nulla pregiudica che qualcuno che non ha questa “attitudine naturale psicologica”, per dire così, possa eventualmente considerare la persona ad un livello superiore più profondo. Allora, perché è così? Giustamente perché la vede con una connaturalità superiore, che è ciò che produce la grazia. Questo è ciò che dovrebbe esserci in tutta la direzione spirituale, però dovrebbe esserci anche, nella misura in cui ognuno è capace e, soprattutto, nella misura in cui Dio la dà, negli psicologi cristiani.
     Questo ci fa riflettere sulla libertà. In effetti, non c’è un metodo che possa garantire la cura, semplicemente perché la cosa più radicale della vita psichica dipende dalla libertà della persona. Ognuno acquisisce la salute giustamente in quanto usa la sua libertà in un modo più cosciente, più pieno. Però usare la libertà implica la possibilità anche di non usarla o di usarla male. Di conseguenza, la professione dello psicologo non può avere un metodo che garantisca il risultato. Se qualcuno è ingegnere e fa un ponte o un edificio di quaranta piani tenderà a garantire che non cada. Però lo psicologo non può garantire questo perché, in ultima istanza, dipende dalla libertà della persona e dalla risposta, anche, alla grazia divina che ognuno può avere, di maggiore o minore generosità. Perché a volte c’è una risposta fondamentale ma non sufficiente ad integrare tutti gli aspetti della personalità.

     Che cos’è successo nella cultura perché abbiano riscosso tanta rilevanza le teorie di Freud e di altre correnti di psicologia? Perché il fatto di non accettare o di esprimersi contro alcune delle tesi di queste dottrine porta ad essere emarginato, escluso, dalla comunità scientifica?

     La spiegazione non è solamente filosofica. Non è sufficiente appellarsi all’influsso di Kant, di Nietzsche o di Schopenauer su Freud. Non è sufficiente neanche appellarsi ad una assenza o ad un deterioramento del livello culturale nelle società contemporanee. La radice è molto più profonda, vale a dire, spirituale. Questa consiste nel fatto che la psicoanalisi è un parassita del cristianesimo. Cioè, la psicoanalisi non può funzionare se non come un fenomeno che vive in quanto danneggia e strappa via la vita al cristiano. D’altra parte, questo non può succedere se non nella misura in cui i cristiani non sono veramente tali, ossia, in quanto i cristiani smettono di essere cristiani, e perdono la loro connessione con la grazia.
     Quello che insegna Freud storicamente si sviluppò nel contesto di una cultura propriamente cattolica, come fu quella dell’Impero Austro-Ungarico, alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX secolo: era, in effetti, un impero ufficialmente cattolico. L’imperatore era cattolico; aveva il potere di veto nell’elezione del Papa, e lo usò. La cultura era profondamente segnata dalla religione cattolica. Lì nacque la psicoanalisi di Freud, che non era cattolico ma giudeo. In realtà, bisogna dire che era ben poco giudeo, ma che in fondo era ateo.
     La psicoanalisi risponde all’inizio a certe problematiche molto particolari; dopo si diffonde per la crisi della cultura cristiana e cattolica. Parlando con precisione, la diffusione della psicoanalisi è posteriore al suo inizio con l’opera di Freud. Al principio era un metodo psicoterapeutico controverso; di fatti molti non la accettarono. L’influsso più grande si ebbe decisamente dopo la morte di Freud, dal 1960 in avanti.
     Pertanto, ora è inclusa nella cultura popolare, per lo meno quella dei paesi occidentali. Perché accade questo? Perché parallelamente, e come un fenomeno che si retroalimenta, si stava deteriorando la vita cristiana, si stava deteriorando la vita della grazia. Da una parte, i cristiani conservavano gli usi che sono propri di coloro che li hanno ricevuti nel battesimo e nell’educazione – ogni volta più debole -, e, dall’altra erano ogni volta maggiormente sedotti dall’influsso del mondo. In ultima istanza ciò che fece Freud non è altro che una specie di trascrizione popolare delle grandi filosofie della modernità, che hanno secolarizzato anche all’interno del cristianesimo, che hanno espresso questo svuotamento interiore del cristianesimo e della vita concreta dei cristiani.
     In altre parole, è probabile che in ambienti dove la vita cristiana svanisce del tutto la psicoanalisi perde anche di forza. Di fatto, non esistono testimoni di un influsso tanto profondo della psicoanalisi nelle culture diverse da quella occidentale, come per esempio in Oriente, o tra gli arabi o musulmani. La psicoanalisi funziona in luoghi – soprattutto, per esempio, a Buenos Aires – che hanno una lunga storia di perdita della vita cristiana, anche prima che nei paesi europei.
     Il marxismo, l’idealismo, la psicoanalisi sono espressioni della medesima attitudine culturale, che è una attitudine, in ultima istanza, razionalista. Ci sono stati molti studi filosofici che hanno segnalato la connessione tra questi autori.

Note

[1] Costituzione pastorale “Gaudium et Spes”, n° 22.

[2] Ignacio Andereggen, Antropología profunda, Educa, Bs. As., 2007, cap. 17.
[3] Ibidem, cap. 16; Sapientia, Vol. LIV, Fasc. 205, Facultad de Filosofía y Letras de la Universidad Católica Argentina, Bs. As., 1999, pág. 59-68.
[4] S. Th. I-II, q. 109, art. 4.