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"Una psicologia medica cattolica deve essere una vera sintesi delle verità contenute nei sistemi già esistenti e inaccettabili visto il loro spirito di materialismo puro e le verità della filosofia e la teologia cattolica. Questo lavoro di sintesi non può essere compiuto che da persone istruite e nella medicina o psicologia e nella filosofia, e che possiedono una esperienza pratica e personale assai grande: cioè questo lavoro deve essere fatto da medici, specialisti di psichiatria, dunque da scienziati cattolici laici. (Rudolf Allers, 1936, lettera a P. Agostino Gemelli).

domenica 2 settembre 2018

La rivoluzione a tre teste di Basaglia, nonostante i malati

Un altro interessante articolo di Roberto Marchesini apparso su La nuova bussola quotidiana il 7/5/2018.

La rivoluzione a tre teste di Basaglia, nonostante i malati

La «legge Basaglia» è un campo di battaglia ideologico in cui si sono scontrate tre ideologie: la psichiatria positivista, l'antipsichiatria di stampo comunista e il potere dei Radicali. Ma la mancata gestione dei pazienti da parte delle strutture territoriali ha contribuito allo scontro ideologico.

Tra i tanti anniversari che ricorrono quest’anno c’è anche quello della legge 180 del 13 maggio 1978, nota anche come «legge Basaglia». Questa legge ha, di fatto, chiuso i manicomi in Italia e ha reso il nostro paese il primo a prendere un simile provvedimento. La portata di questo atto legislativo va oltre quello (di per sé dirompente) che prescrive; di fatto la «legge Basaglia» è un campo di battaglia ideologico.

Le parti in campo di questo scontro sono almeno tre.

La prima è quella della psichiatria positivista, allora imperante. Siamo in pieno darwinismo sociale: eliminata ogni norma morale e religiosa (che fino ad allora avevano tutelato i più deboli), vige la legge del più forte. Per permettere il miglioramento (l’evoluzione) della società bisogna – perlomeno – isolare gli inferiori: poveri, alcolizzati, malati mentali, disabili… Quando è possibile, bisogna fare in modo che non si riproducano, diffondendo le loro «tare». I manicomi sorgono così come luoghi di reclusione per i «matti», con lo scopo di impedire che «infettino» la società. Ovviamente sono da richiudere tutti coloro che rischiano di indebolire la comunità; così finiscono in manicomio reduci, spiantati, ragazze-madri, dissidenti politici…

Certo, c’è qualche manicomio dove vengono sperimentate cure «innovative»: assenza di contenzione fisica, la possibilità di uscire all’aria aperta, in alcuni casi di lavorare… In genere, però, i manicomi non sono altro che dimenticatoi, nei quali vengono reclusi tutti coloro che provocano vergogna in attesa che muoiano. Le condizioni sono, in molti casi, terribili; i maltrattamenti all’ordine del giorno.

La seconda ideologia è la cosiddetta «anti-psichiatria». Vale la pena di evidenziare come il lemma «antipsichiatria» sia piuttosto fuorviante, al punto che i massimi esponenti del movimento non si riconobbero mai in questo termine. Il nocciolo di questo movimento di pensiero non è, infatti, la contestazione della psichiatria di per sé; quanto piuttosto l'uso che il potere (borghese) avrebbe fatto della psichiatria come strumento di coercizione.

La società ha creato il manicomio come propria antitesi; la dialettica hegeliana prevede ora che la società e il manicomio si fondano in una sintesi, un momento evolutivo superiore. Non è un caso se, ad eccezione di Panizza (1853-1921) che possiamo considerare a tutti gli effetti il primo «anti-psichiatra», tutti gli altri esponenti di questa corrente (Sasz, Cooper, Laing, Jervis…) erano comunisti.

Lo fu – a modo suo – anche Franco Basaglia (1924-1980), fondatore nel 1973 del movimento Psichiatria Democratica. La tessera di «intellettuale organico» gliela diede nientepopòdimenoche Giovanni Berlinguer (1924-2015), fratello di Enrico (1922-1984) che, nel 1969, organizzò per il tramite dell’Istituto Gramsci il convegno intitolato Psicologia, psichiatria e rapporti di potere. Giovanni Berlinguer, che partecipò al convegno tra i relatori, fa proprie le istanze del movimento antipsichiatrico: «[...] le istituzioni repressive, ed anche quelle che dichiarano di avere scopi terapeutici, in realtà selezionano, fissano e aggravano i comportamenti devianti, sono cioè fabbriche di malati» (Giovanni Berlinguer, Psichiatria e potere. Le malattie mentali e la manipolazione dell'uomo. I rapporti fra contestazione psichiatrica e movimento operaio, Editori riuniti, Roma 1969, p. 48).

L’abolizione del manicomio non ha lo scopo – sia chiaro – di migliorare le condizioni di vita (pessime, come abbiamo visto) del malato mentale, quanto piuttosto di scardinare un ordine (ingiusto, ma pur sempre un ordine) creatosi con l’istituzione dei manicomi: «Questa la storia recente (in parte attuale) di una società organizzata sulla netta divisione fra chi ha (chi possiede in senso reale, concreto) e chi non ha: da cui deriva la mistificata suddivisione fra il buono e il cattivo, il sano e il malato, il rispettabile e il non rispettabile. Le posizioni sono – in questa dimensione – ancora chiare e precise: l'autorità paterna è oppressiva e arbitratria; la scuola si fonda sul ricatto e sulla minaccia; il datore di lavoro sfrutta il lavoratore; il manicomio distrugge il malato mentale» (Franco Basaglia (a cura di), L'istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico, Einaudi, Torino, 1968, pp. 115-116).

La legge Basaglia fu il frutto di questo lavoro. Sintesi dei progetti di legge del PCI, del PSI e del PdUP, ebbe un relatore democristiano, Bruno Orsini (1929-vivente).

Per spiegare il perché di questa confluenza politica sulla legge 180 (e la rapidità della sua approvazione) introduciamo il terzo filone ideologico rappresentato dal Partito Radicale.

Per accelerare l’abolizione del manicomio, il Partito Radicale propose un referendum abrogativo dell’allora legge vigente (Referendum per l’abrogazione di alcuni articoli della Legge 14 febbraio 1904, n. 36 – Disposizioni sui manicomi e sugli alienati): un eventuale successo del referendum avrebbe lasciato il paese senza alcuna normativa sul tema. Qua e là, ancor oggi, si legge e si ascolta, da parte dei radicali, un lamento nei confronti della 180 (all’approvazione della quale essi hanno dato la spinta definitiva). Questo atteggiamento merita un piccolo approfondimento. I radicali non rimpiangono certo i manicomi; vogliono l’abrogazione dell’unico strumento contenitivo previsto dalla «legge Basaglia», il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). Per loro, la 180, è ancora troppo repressiva.

Il risultato fu l’abolizione del manicomio senza alcuna alternativa territoriale: servizi, assistenza, piccole comunità o appartamenti protetti… Secondo gli estensori della legge l’istituzione di questa rete assistenziale sarebbe stato compito di aziende sanitarie e regioni; che, non essendo state incaricate ufficialmente di tale onere, nella maggior parte dei casi non fecero nulla.

La (mancata) gestione dei pazienti da parte delle strutture territoriali ha contribuito allo scontro ideologico: da una parte chi, ricordando le pietose condizioni nelle quali questi esseri umani erano condannati a vivere senza alcuna colpa, si schiera dalla parte della 180 come un passo di civiltà; dall’altra chi, riconoscendo la sostanza ideologica della legge, la demonizza senza riserve. Tra i due litiganti, come al solito, i radicali godono.

Anche se le posizioni dicotomiche aiutano lo schieramento aprioristico, giova ricordare che si tratta di due posizioni che sono solo apparentemente in antitesi. La Rivoluzione è come l’idra di Lerna: ha più teste, ma esse appartengono ad un solo corpo; allearsi con una delle teste per sconfiggerne un’altra è una tattica suicida.

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