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"Una psicologia medica cattolica deve essere una vera sintesi delle verità contenute nei sistemi già esistenti e inaccettabili visto il loro spirito di materialismo puro e le verità della filosofia e la teologia cattolica. Questo lavoro di sintesi non può essere compiuto che da persone istruite e nella medicina o psicologia e nella filosofia, e che possiedono una esperienza pratica e personale assai grande: cioè questo lavoro deve essere fatto da medici, specialisti di psichiatria, dunque da scienziati cattolici laici. (Rudolf Allers, 1936, lettera a P. Agostino Gemelli).
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mercoledì 29 luglio 2020

Le vie della psicologia - intervista a Marchesini

Il 17 Giugno alle ore 21 si è svolto il primo evento pubblico della neonata Associazione di Psicologia Cattolica. L'occasione è stata la pubblicazione di un libro importantissimo, firmato da Roberto Marchesini, che ripercorre la storia della psicologia contemporanea come mai era stato fatto. La giornalista Benedetta Frigerio, firma de La nuova bussola quotidiana, de Il Timone e di altre testate, intervista l'autore sui contenuti del testo. Ringraziamo le dot.se Francesca Colangelo e Francesca Rossi per il lavoro di editing.

martedì 2 giugno 2020

La vera storia della psicologia




Mercoledì 17 Giugno alle ore 21 non prendete impegni: abbiamo organizzato la prima serata pubblica dell'Associazione di Psicologia Cattolica!

domenica 2 settembre 2018

La rivoluzione a tre teste di Basaglia, nonostante i malati

Un altro interessante articolo di Roberto Marchesini apparso su La nuova bussola quotidiana il 7/5/2018.

La rivoluzione a tre teste di Basaglia, nonostante i malati

La «legge Basaglia» è un campo di battaglia ideologico in cui si sono scontrate tre ideologie: la psichiatria positivista, l'antipsichiatria di stampo comunista e il potere dei Radicali. Ma la mancata gestione dei pazienti da parte delle strutture territoriali ha contribuito allo scontro ideologico.

Un mondo depresso, coi cavalli senza auriga - Roberto Marchesini

Riportiamo il bell'articolo di Roberto Marchesini apparso su La nuova bussola quotidiana il 24/5/2018.

Un mondo depresso, coi cavalli senza auriga

L'Oms ha stimato che il 4,4% della popolazione globale soffre di depressione. L'antropologia umana è passata dal progetto trascendente guidato dalla ragione come nel mito della biga alata ad un abbandono totale alle proprie pulsioni dove domina il sesso come unico obiettivo. Il risultato è questo. Ne sarà valsa la pena? 

sabato 14 ottobre 2017

Magda Arnold psicologa cattolica delle emozioni: il video




Venerdì 6 Ottobre 2017, a Milano, si è tenuto l'inconto Magda Arnold psicologa cattolica delle emozioni. Sono intervenuti: Roberto Marchesini, psicologo e psicoterapeuta, Stefano Parenti, anch'egli psicologo e psicoterapeuta ed autore del testo Magda Arnold psicologa delle emozioni. Ha introdotto: Mariella Borraccino Lo Befalo, direttrice di Family Care.

sabato 7 ottobre 2017

Psicologia e cattolicesimo: la soluzione è antropologica

Da La Nuova Bussola Quotidiana

DOPO LE PAROLE DEL PAPA

Psicologia e cattolicesimo: la soluzione è antropologica

Roberto Marchesini
 
Quando ho letto lo slogan rimbalzare da una testata all'altra mi è venuto da ridere.
«Il papa sdogana la psicoanalisi» (in tempi cristiani si sarebbe scritto «battezza», o «benedice»).

venerdì 22 settembre 2017

Presentazione del libro: Magda Arnold psicologa cattolica delle emozioni


Siete tutti invitati il 6 Ottobre 2017, alle ore 15 presso la sede del Sidef a Milano, in via Macedonio Melloni 27, alla presentazione del libro Magda Arnold psicologa (cattolica) delle emozioni.

Interverranno: Roberto Marchesini (psicoterapeuta e saggista) e Stefano Parenti (psicoterapeuta ed autore del libro).

L'ingresso è libero ma su prenotazione (poiché i posti sono limitati), inviando una mail a questo indirizzo.

Vi aspettiamo numerosi!

lunedì 11 settembre 2017

Magda Arnold - Recensione

Da La Nuova Bussola Quotidiana

La psicologa che non subì il fascino delle passioni  

di Roberto Marchesini 

08-08-2017 

Da qualche anno l'editore D'Ettoris sta portando avanti un coraggioso progetto editoriale: costruire una biblioteca di psicologia cattolica. In particolare, l'intento è quello di presentare l'opera di alcuni psicologi cattolici dimenticati dal mainstream e dal mondo della psicologia.

Così, dopo alcuni libri dedicato alla psicologia aristotelica e tomista, a Rudolf Allers, a Terruwe e Baars, è ora il turno di Magda Arnold (1903-2002), la «psicologa delle emozioni». Giovane e brillante psicologa destinata probabilmente ad una brillante carriera accademica, la Arnold scoprì il tomismo e riscoprì il cattolicesimo nel 1948, grazie al gesuita padre John Gasson.

giovedì 1 ottobre 2015

ARISTOTELE, SAN TOMMASO D'AQUINO E LA PSICOLOGIA CLINICA - di Roberto Marchesini

Come presentazione e recensione dell'ultimo testo scritto da Roberto Marchesini sul rapporto tra la psicologia clinica (psicoterapia) e la psicologia tomista viene pubblicata la presentazione (pp. 7-26) scritta da Stefano Parenti. Il teso risulta particolarmente significativo poiché descrive l'utilità della psicologia tomista nella praticità e concretezza del lavoro clinico. Di seguito si riporta l'indice del volume. Si ringrazia l'editore per la concessione della riproduzione.
Titolo: Aristotele, san Tommaso d'Aquino e la psicologia clinica
Autore: Roberto Marchesini
Editore: D'Ettori, Crotone
Anno 2015, pp. 126, prezzo12,90 euro
Indice: 1. La psicologia di padre Brown; 2. Della paura; 3. Dell'ansia e degli attacchi di panico; 4. Dell'autostima (o umiltà); 5. Della dipendenza affettiva (o rispetto umano); 6. Del cordone ombelicale; 7. Del perdono; 8. Delle fantasie sessuali; 9. Del dare e dell'avere; 10. Degli abiti, o dei vizi e delle virtù; 11. Delle dipendenze; 12. Piccola apologia della libertà; 13. Elogio dell'incoerenza; 14. De aegritudo animae thomistico metodo; 15. Principi (aristotelico)-tomisti e loro applicazione clinica.

sabato 24 gennaio 2015

ALLERS, L'ALTERNATIVA A FREUD - L'AVVENIRE

L'otto luglio della scorsa estate, ovvero nell'anno 2014, il quotidiano italiano Avvenire pubblica un interessante articolo su Rudolf Allers, redatto da Antonio Giuliano. Ringraziando l'autore per una capacità di sintesi e di immediatezza efficaci, lo riportiamo per esteso.

mercoledì 1 gennaio 2014

CURARSI CON SAN TOMMASO - TAVOLA ROTONDA CON ROBERTO MARCHESINI, GIOVANNI CAVALCOLI, STEFANO PARENTI, CONDUCE ANDREA MORIGI

La psicologia cattolica suscita interesse? È una domanda che mi sono posto spesso nel corso degli ultimi anni, specialmente di fronte a quei colleghi con cui condivido l'appartenenza alla Chiesa e che mi guardano attoniti quando gli parlo di Rudolf Allers, di Pio XII, della psicologia aristotelico-tomista. Come se fosse solo un approfondimento culturale accessorio e non, invece, un punto di partenza imprescindibile e per la riflessione teorica e, soprattutto, per la pratica clinica. Sono rimasto sorpreso allora della tavola rotonda di domenica 17 Novembre a cui sono stato invitato. Il titolo è Curarsi con san Tommaso e si è svolta ai microfoni di Radio Maria. Focus del discorso: la presentazione dei due libri di Roberto Marchesini La Psicologia e San Tommaso d'Aquino e Psicologia e Cattolicesimo, di cui ci siamo occupati direttamente qui sul blog. La tavola rotonda, a cui hanno partecipato - oltre al sottoscritto - Roberto Marchesini e Padre Giovanni Cavalcoli dell'Ordine dei Predicatori, si è in realtà ampliata rispetto al resoconto dei libri, ed ha abbracciato il pensiero di San Tommaso in linea generale e le applicazioni della sua psicologia alla psicologia e psicoterapia contemporanea. Il mio stupore, come dicevo, è stato triplice: da una parte l'interesse di una radio, e di una radio così importante, per il nostro tema, quasi sempre relegato negli ambiti istituzionali e formali; dall'altra una curiosità specifica per il blog, in quanto strumento di divulgazione "adulta" dei contenuti; da un'altra parte ancora l'esito che la discussione ha prodotto, testimoniato dalle numerose telefonate durante la trasmissione e dai contatti avvenuti dopo. 
Dal momento che alcune persone comunicano di non aver ascoltato la tavola rotonda interamente, e che per accedervi dal sito di Radio Maria è necessario conoscerne gli estremi, ho deciso di riprodurre la registrazione (con il permesso di Radio Maria) così che possa essere fruibile a tutti. La consiglio vivamente, anche nella parte dedicata alle domande del pubblico, alcune davvero molto azzeccate.
Ringrazio Roberto Marchesini ed Andrea Morigi per l'invito e la disponibilità.

Prima parte
1. Introduzione di Andrea Morigi
2. Roberto Marchesini interviene sull'antropologia nelle psicologie
3. Padre Cavalcoli descrive la psicologia di San Tommaso
4. Stefano Parenti parla del blog Psicologia e Cattolicesimo
5. Roberto Marchesini presenta i lavori di Conrad Baars e collaboratori
6. Stefano Parenti presenta Rudolf Allers ed il suo contributo alla psicologia cattolica
7. Padre Cavalcoli spiega perchè la psicologia sia uno strumento utile ai religiosi

Seconda parte
Domande del pubblico.
8. C'è un rischio di razionalismo e di ideologia nella psicologia tomista?
9. Sulla nevrosi
10. Sui libri di Allers
11. Il concetto di persona
12. La sessualità
13. Cristoterapia, la conversione è terapeutica?
14. Le preconcezioni antropologiche nella psicologia
15. L'uomo tende a Dio, è l'unica risposta

lunedì 28 gennaio 2013

LA PSICOLOGIA E SAN TOMMASO D'AQUINO - di ROBERTO MARCHESINI

28 Gennaio 2013, memoria di san Tommaso d'Aquino. Nel panorama delle pubblicazioni italiane, solo pochissimi autori si occupano di psicologia cattolica. Ancora meno, all'interno di questa categoria, sono i testi che si interessano esplicitamente della pratica clinica. A ricoprire questa mancanza - segno del baratro che divide la sponda della psicologia da quella della riflessione filosofica da parte dei cattolici - è intervenuto Roberto Marchesini già nel 2009, con la pubblicazione dell'ormai fondamentale volume: Psicologia e Cattolicesimo, ed. D'Ettoris, Crotone. In quel testo, Marchesini ripercorreva il filo rosso dei rapporti tra la cristianità e la scienza psicologica, per lasciare poi ampio spazio alla testimonianza di Rudolf Allers, psicologo e terapeuta cattolico che ha fondato teoria e prassi sull'antropologia di san Tommaso d'Aquino. Allers ha compiuto il più interessante e profondo tentativo di fondazione di una psicologia cattolica. Ma non è stato l'unico. Negli stessi suoi anni, anche altri tre studiosi e medici, un padre redentorista, una psichiatra olandese ed un medico emigrato negli Stati Uniti, hanno studiato ed operato sulle nevrosi cercando di coniugare in una sintesi nuova ed originale il contributo della psicoanalisi freudiana con l'antropologia tomista. Il risultato è stato un nuovo modo di intendere alcuni quadri clinici e di operare nella psicoterapia, che Marchesini presenta ed analizza nel volume: La psicologia e san Tommaso d'Aquino, ed. D'Ettoris, Crotone, 2013. A differenza di Allers, il quale dopo aver praticato per anni la psicologia del profondo - ed in particolare la psicologia individuale di Adler - ha criticato e confutato in toto il modello psicoanalitico, Padre Duynstee, Anna Terruwe e Conrad Baars adattano il tracciato della psicoterapia psicoanalitica con le rotte segnate dall'antropologia tomista. Il risultato, a mio avviso, è una "fusione a freddo" che può suscitare "perplessità" come afferma lo stesso Marchesini nell'introduzione. Ciononostante è lodevole il tentativo, ed importante conoscerlo e studiarlo, per due motivi, a mio avviso: 1) per l'originalità con cui questi autori propongono il loro contributo all'interno di un mondo di credenti che troppo spesso ha anteposto il dogma freudiano all'appartenenza alla Chiesa ed ai suoi contributi antropologici; 2) per la radicalità delle posizioni dei tre autori, i quali cercano di non ridurre né il contributo psicoanalitico, né tanto meno quello tomista. Quest'ultimo aspetto è ciò che li distanzia da altri pensatori - come il Nuttin - i quali pur non contrapponendosi al Magistero (come, invece, sembrano inclinare la maggior parte dei cattolici psicoanalisti, uno su tutti Mazzoccato) spesso non compiono una verifica sui fondamenti della psicoanalisi stessa. La radicalità del tomismo, invece, impone a Terruwe e Baars una riflessione profonda - non senza errori, come si diceva - su concetti chiave della pratica terapeutica come nevrosi, compulsione, volontà, emozione.
Il merito principale del volume consiste, dunque, nella presentazione chiara e sistematica dell'antropologia tomista, così come essa è utile allo psicologo ed in particolare al clinico. Non mancano, infatti, i volumi di psicologia scritti dai filosofi (tra i più interessanti, quello di Verneaux e di Jolivet, quest'ultimo reperibile on-line grazie al sito Totus Tuus), mentre era assente una sintesi operativa, utile allo psicologo clinico, sino a quest'importante opera di Marchesini. 


La Psicologia e San Tommaso d’Aquino

di Roberto Marchesini
Edizioni D’Ettoris, 2013, Crotone

Il testo si apre con l’invito alla lettura del dottor Ermanno Pavesi, psichiatra e docente di psicologia, il quale mette a fuoco “le radici antiche della psicologia del profondo”: «La cultura moderna intesa come cultura della modernità tende a presentarsi come originale e autonoma, e ad affermare la propria identità in opposizione alle culture precedenti. Psicologie e psicoterapie moderne non fanno eccezione e guardano con superiorità le psicologie del passato da cui ritengono di non aver nulla da imparare» (p. 9). Ma «E’ necessario quindi ricordare che già la filosofia greca antica aveva fornito una descrizione differenziata della vita psichica, e questo non in base a principi astratti, ma in base all’introspezione e all’osservazione, come dimostrano, ad esempio, le opere di Platone […]» (p. 11). «Ciò che distingue molte psicologie moderne dalla psicologia di Platone, non è né il concetto di conflitto psichico, né quello di inconscio, ma la loro interpretazione naturalistica che svaluta e demitizza la parte spirituale dell’anima, alla quale viene negata una dignità particolare. Anzi, la parte superiore dell’anima viene considerata come una sovrastruttura, cioè una struttura prodotta originariamente dai processi biologici o dai rapporti sociali e che, non tenendo il passo delle trasformazioni successive, ostacolerebbe e frenerebbe la dinamica psichica. Il conflitto che ne nascerebbe dovrebbe essere risolto a favore dei meccanismi sottostanti, con una valutazione negativa dei modelli di comportamento proposti dall’educazione perché limiterebbero la spontaneità e l’autorealizzazione individuali» (p. 12).
La ricca presentazione del volume è curata dal professor Martin F. Echavarria, direttore del dipartimento di Psicologia presso l’Università Abat Oliba di Barcellona, il quale si riferisce all’antropologia tomista “quale fondamento della psicoterapia”. «Non diciamo niente di nuovo affermando che ogni scuola di psicoterapia dipende da premesse antropologiche esplicite o implicite. Molti autori non solo lo hanno fatto notare, ma hanno anche fondato le loro pratiche su determinate filosofie» (p. 15). «Purtroppo le filosofie, e in particolare le antropologie sulle quali si fondano la maggior parte delle scuole di psicoterapia, sono non soltanto lacunose, ma in generale apertamente contrarie alla sana ragione e a quello che sull’uomo ci insegna la Rivelazione» (p. 16). «Purtroppo questa problematica non è ancora stata affrontata a fondo dal punto di vista cattolico. Sebbene sia possibile trovare alcuni buoni psicoterapeuti cattolici, essi si sono formati teoricamente e praticamente come hanno potuto, ricorrendo generalmente all’eclettismo e con una concezione piuttosto confusa dell’essere umano. Un lavoro, obbligatoriamente di lunga durata, è necessario allo scopo di un chiarimento delle basi antropologiche della psicoterapia e per costruire ponti tra questa concezione e le particolari circostanze della pratica psicologica al giorno d’oggi. Sono convinto che il pensiero filosofico e teologico sull’uomo di San Tommaso d’Aquino sia un punto di partenza molto vantaggioso per questo obiettivo di fondazione antropologica» (p. 17).
Nell’introduzione, l’autore apre al tema elencando i quattro modelli di rapporto tra la scienza, in generale, e la fede: «Il modello NOMA (non-overlapping magisteria). Secondo questo modello […] la scienza e la fede costituiscono “due magisteri non sovrapposti separati da una vasta terra di nessuno”. […] Il modello razionalista (o illuminista). Secondo la visione razionalista […] la fede – in quanto pericolosa credenza irrazionale – non può fornire alcun contributo alla ricerca della verità. […] Il modello fideista. Questa posizione, speculare a quella razionalista, sostiene che la verità può essere solo rivelata (quindi accessibile esclusivamente attraverso la fede) e mostra una sfiducia nei confronti della ragione. […] Il modello scolastico. Secondo questo modello esiste un’unica verità, raggiungibile per vie diverse sia attraverso la fede che attraverso la ragione. […] Senza alcuna pretesa di scientificità, si può affermare che, nel mondo psicologico, prevale una posizione di tipo razionalista […]. Tra gli psicologi credenti, invece, sembra diffuso il modello NOMA, che prevede una “doppia verità”: una verità “psicologica nei luoghi di svolgimento della professione ed una verità “religiosa” nella vita privata. Questa situazione, oltre ad essere poco sostenibile dal punto di vista logico, pone gli psicologi credenti in una sgradevole condizione di “scissione”» (p. 23-26).
Il primo capitolo è dedicato “ai protagonisti”. Padre Willem Duynstee, docente e poi rettore dell’Università Cattolica di Nijmegen, «interessatosi […] alla relazione tra psicologia freudiana e antropologia tomista, tenne nel 1935 una relazione intitolata “La teoria della repressione giudicata da un punto di vista tomista”, che può essere considerata l’origine del modello teorico-clinico proposto da Terruwe e Baars» (p. 29). Anna Terruwe, medico e psichiatra, «nel 1949 conseguì il dottorato con la tesi intitolata “De neurose in het licht der rationeele psychologie” e ispirata ad un precedente lavoro di padre Duynstee» (p. 32). Conrad Baars, medico olandese che «verso la fine degli anni ’50, deluso dal metodo psicoanalitico, stava seriamente pensando di abbandonare la psichiatria e di tornare alla medicina generale. Durante un viaggio in Olanda fece visita ad un cugino monaco benedettino […] che gli parlò del lavoro della dottoressa Terruwe. […] Quando, finalmente, decise di leggerlo, ne rimase “elettrizzato”: contattò la dottoressa Terruwe, si propose di tradurre il suo libro in inglese e ne curò la prima edizione negli Stati Uniti» (p. 34).
Il secondo capitolo presenta “la psicologia tomista”, «soprattutto come è stata sintetizzata dal domenicano Robert Brennan nel suo libro Thomistic Psychology. A philosophic analysis of the nature of man» (p. 37). L’autore presenta sinteticamente, anche con l’utilizzo di schemi e tabelle riassuntive, le facoltà ed i dinamismi dell’uomo: «l’uomo possiede l’anima razionale, anch’essa con le corrispondenti facoltà (intellettiva e volitiva) oltre a quelle dell’anima vegetativa e sensitiva» (p. 38); «le facoltà sensitive sono alla base della conoscenza umana. San Tommaso distingue cinque sensi esterni e quattro interni. I cinque sensi esterni sono vista, udito, olfatto, tatto e gusto; i quattro sensi interni sono il senso comune, la facoltà immaginativa, quella estimativa e la memoria» (ib.); «la conoscenza suscita diverse passioni o appetiti, che possono essere di due tipi: concupiscibili o irascibili. Per quanto riguarda gli appetiti concupiscibili, abbiamo l’amore quando un oggetto è riconosciuto come un bene, l’odio quando è riconosciuto come un male; il desiderio o concupiscenza quando il bene non è ancora raggiunto, la fuga o ripugnanza quando il male non è ancora evitato; abbiamo infine il piacere o la gioia quando il bene è raggiunto, il dolore o la tristezza quando non si è potuto evitare il male. Per quanto riguarda gli appetiti irascibili, essi riguardano un bene arduo (cioè difficile da raggiungere) o un male arduo (cioè difficile da evitare). Avremo quindi la speranza o la disperazione di raggiungere un bene arduo e il timore o l’audacia di sfuggire un male arduo. Isolata, senza un contrario, sta l’ira, risposta ad un male già inflitto» (p. 39); «la facoltà locomotoria è l’ultima delle facoltà sensitive, e comprende i riflessi, le reazioni psicosomatiche e i movimenti volontari» (p. 40); «anche l’anima razionale, come quella sensitiva, è dotata di una facoltà conoscitiva, l’intelletto, e di una appetitiva, la volontà. L’intelletto ha la funzione di astrarre concetti universali dal materiale fornito dai sensi» (ib.); «l’appetito razionale è la volontà. Essa si distingue dagli appetiti sensitivi perché questi tendono necessariamente verso l’oggetto, mentre la volontà tende liberamente verso l’oggetto» (p. 42).
Il terzo capitolo affronta “la psicologia clinica”: «Terruwe e Baars accettano la teoria freudiana secondo la quale la nevrosi è la conseguenza di un conflitto inconscio (cioè non accessibile alle facoltà razionali) tra una emozione (cioè una passione, nel linguaggio tomista) ed una forza che vi si oppone. Vanno però evidenziate due importanti differenze rispetto al modello proposto da Freud: la prima è che Terruwe e Baars individuano anche delle nevrosi non originate dal fenomeno della rimozione (come vedremo in seguito); la seconda consiste nel fatto che l’agente della rimozione non è identificato con il super-io freudiano, bensì (coerentemente con la psicologia tomista) con un’altra emozione» (p. 45). «Secondo la psicologia tomista, abbiamo due tipi di appetiti sensitivi (concupiscibili ed irascibili) e un appetito razionale (la volontà); dunque il conflitto può sorgere tra un appetito sensitivo e la volontà oppure tra un appetito concupiscibile ed uno irascibile» (p. 46). «Terruwe e Baars sostengono che il conflitto può evolvere in due modi: o l’emozione rimovente permette all’emozione rimossa di esprimersi in qualche modo, oppure impedisce qualunque manifestazione della seconda. A queste due possibilità corrispondono i due tipi di nevrosi clinicamente accertati: la nevrosi da conversione isterica nel primo caso, quella ossessivo-compulsiva nel secondo» (p. 47). «Come abbiamo visto in precedenza, Terrewue e Baars descrivono un tipo di nevrosi che non ha origine nel meccanismo della rimozione. […] Per tornare alla psicologia tomista, si tratta della formazione e dello sviluppo degli appetiti concupiscibili (amore, odio, desiderio, ripugnanza, gioia e dolore): il disturbo da deprivazione affettiva consiste propriamente in una mancanza di sviluppo di questi appetiti. […] Nel caso di mancata affermazione, la persona può sviluppare tre principali sintomi: 1. Impossibilità di stabilire rapporti normali con gli altri. 2. Senso di incertezza e insicurezza. 3. Senso di inferiorità ed inadeguatezza. […] Il lavoro terapeutico con questi pazienti ha invece, secondo Terrewue e Baars, l’obiettivo di aiutare il paziente a compiere una crescita affettiva sufficiente. In particolare, il terapeuta ha il compito di fornire al paziente l’affermazione emotiva che non gli è stata fornita durante lo sviluppo» (p. 54-58).
L’ultimo capitolo è dedicato agli “approfondimenti”: il primo tratta delle “passioni”: «hanno la funzione di “muovere” la persona verso il bene e lontano dal male» (p. 61). «Per san Tommaso, infatti, le passioni sono buone quando sono in sintonia con la ragione, e cattive quando non lo sono. La facoltà di regolare le passioni in conformità della ragione è la virtù della temperanza […]» (p. 62). «In conclusione, le passioni non sono un ostacolo alla piena realizzazione dell’uomo. Certamente esse devono essere orientate (tramite la temperanza), allo stesso modo in cui deve essere orientata la ragione» (p. 64). Il secondo approfondimento parla della “volontà”: «L’antropologia tomista prevede che gli appetiti sensitivi sono fatti per obbedire alla ragione, anche se non sempre ciò accade. Secondo terruwe e Baars, se un appetito concupiscibile rimuove un appetito irascibile la ragione non può intervenire, e si assiste alla nascita di una nevrosi. Dunque esiste la possibilità che ci siano atti non determinati, o non determinati completamente, dalla volontà; per i quali, quindi, il giudizio morale è perlomeno attenuato» (p. 65). Il terzo, infine, al “peccato originale”: «Il concetto di peccato originale è fondamentale sia dal punto di vista antropologico e psicologico che da quello morale e penale» (p. 66). «L’uomo è creato buono. In seguito al peccato originale la natura umana è inclinata al peccato, nel senso che è più facile compiere il male piuttosto che il bene; tuttavia essa non è definitivamente corrotta […]. Ne deriva che l’uomo è ontologicamente libero, quindi responsabile, anche se la responsabilità può essere limitata in varia misura in alcuni casi specifici» (p. 67-68).
In appendice al volume, infine, vengono declinati dieci “principi (aristotelico-) tomisti e loro applicazione clinica”, che i lettori di Psicologia e Cattolicesimo possono visionare integralmente a questo indirizzo: http://www.psicologiacattolicesimo.blogspot.it/2012/12/principi-aristotelico-tomisti-e-loro.html
Il libro si chiude con una breve postfazione di padre Giovanni Cavalcoli, ed una ricchissima bibliografia di preziosi (e poco noti) testi di psicologia cattolica.

giovedì 13 dicembre 2012

PRINCIPI (ARISTOTELICO-) TOMISTI E LORO APPLICAZIONE CLINICA

di Roberto Marchesini

Presentiamo qui alcuni principi aristotelico-tomisti e la loro applicazione clinica. Si tratta di un estratto da un libro di Roberto Marchesini in corso di pubblicazione per le edizioni D'Ettoris ed intitolato La psicologia e san Tommaso d'Aquino.

Omne ens est bonum (S. Th. I, q. 5, a. 3): ogni ente è buono. “[...] tutto ciò che è stato creato da Dio è buono1. Questa affermazione ha almeno due importanti conseguenze cliniche. La prima: i pazienti sono buoni. Dunque, il loro desiderio di amore incondizionato, di essere amati per quello che sono può essere soddisfatto. Se fino ad ora non si sono sentiti amati senza condizioni, per il solo fatto di esistere, non devono disperare: essi hanno la possibilità di essere amati per se stessi. La seconda: ogni paziente, nonostante le apparenze, è stato creato buono, è meraviglioso, ha un progetto splendido che, a causa delle circostanze, non ha potuto realizzarsi. Tutto ciò che non rende visibile la bontà essenziale dei pazienti (nevrosi, psicosi...) è accidente, cioè contingente; e l'obiettivo della terapia è quello di rimuovere questi accidenti e liberare la natura positiva della persona. La conseguenza più immediata di questa visione del paziente è una sorta di ottimismo terapeutico: non solo il paziente è buono, ma la sua natura (cioè il suo progetto), che ha come fine la propria realizzazione, è il miglior alleato del terapeuta nel processo di cambiamento.

Anima est forma corporis (S. Th. I, q. 76, a. 1): l'anima è la forma del corpo.
Questo principio deriva direttamente dalla dottrina ilemorfica di Aristotele, il quale afferma che l'anima “è sostanza nel senso di forma, ovvero è l'essenza di un determinato corpo” (De Anima, B1, 412, 413a 10). Secondo Aristotele ogni ente è costituito da due elementi: la materia e la forma. Proviamo ad immaginare un ente, ad esempio una palla. Possiamo immaginare una palla di cuoio, di gomma, di vetro, di plastica... ma sempre ci verrà in mente una forma (la sfera) fatta di qualche materia. Allo stesso modo, se pensiamo ad una materia (pietra, legno, terra...), necessariamente la immagineremo con qualche forma, regolare o irregolare. Nelle cose create materia e forma sono inscindibili. Non solo. Materia e forma non sono semplicemente sommate come sosteneva Cartesio (1596-1650), ma costituiscono un sinolo, un'unione particolare per la quale la materia e la forma interagiscono reciprocamente dando origine a qualcosa di nuovo, le cui caratteristiche sono diverse da quelle delle parti che lo compongono. Un esempio di sinolo è la torta, nella quale gli ingredienti non sono separabili e che ha caratteristiche diverse da quelle degli ingredienti che la compongono. Nell'uomo, l'anima è la forma e il corpo è la materia. L'uomo è dunque un sinolo nel quale anima e corpo interagiscono reciprocamente. Questo significa non solo che la psicosomatica trova il suo fondamento nella antropologia tomista; ma anche che ogni tentativo di separare le componenti biologiche dell'uomo da quelle psicologiche, sociali e relazionali (ad esempio l'ideologia di genere2) non tiene in considerazione il dato antropologico.

Omnis appetitus non est nisi boni (S. Th. I-II, q. 8 a. 1): ogni appetito ha per oggetto solo il bene. Eppure ci sono pulsioni che muovono l'uomo verso qualcosa che evidentemente non è un bene. Come è possibile? Risponde, nello stesso articolo, san Tommaso: “Ora, bisogna considerare che, derivando ogni inclinazione da una data forma, l'appetito naturale dipende dalla forma che si trova nella natura; l'appetito sensitivo e quello intellettivo o razionale, chiamato volontà, dipendono invece dalle forme avute in seguito alla percezione. Come quindi l'oggetto verso cui tende l'appetito naturale è il bene esistente in realtà, così l'oggetto verso cui tende l'appetito animale o quello volontario [razionale] è il bene conosciuto. Perché dunque la volontà tenda verso un oggetto non è necessario che esso sia un bene vero, ma che sia conosciuto sotto l'aspetto del bene. E per questo il Filosofo [Aristotele] scrive che «il fine è un bene, o un bene apparente»3”. Dunque, quando un paziente mostra delle tendenze che lo spingono verso un male, non è lui che è sbagliato (“Omne ens est bonum”), né i suoi appetiti (“Omnis appetitus non est nisi boni”); bensì egli è semplicemente attratto da un bene apparente, ossia da qualcosa che non è un vero bene, ma che gli appare come un bene. A volte questa distorsione è la conseguenza dell'educazione, o delle esperienze; spesso, invece, il paziente si accontenta di un bene relativo perché pensa di non poter avere un bene assoluto. È questo, ad esempio, il caso delle dipendenze nelle quali la persona si accontenta di un piacere perché pensa di non poter avere un bene vero4.

Illi qui non possunt gaudere in spiritualibus delectactionibus transferunt se ad corporales (S. Th. II-II, q. 35, a. 4): coloro i quali non sono in grado di gustare dei piaceri spirituali sono portati ai piaceri materiali.
San Tommaso si rivela psicologo fine e profondo in questo brano: “Dal momento [...] che «nessuno», come dice il Filosofo5, «può rimanere a lungo con la tristezza senza qualche piacere», è necessario che dalla tristezza nasca una di queste due cose: o l'uomo abbandona ciò che contrista; o passa ad altre cose in cui si prova piacere. E così il Filosofo nota6 che coloro i quali non sono in grado di gustare i piaceri spirituali sono portati ai piaceri materiali” (ibidem). In questo articolo san Tommaso, ricorrendo ad Aristotele, spiega la natura delle dipendenze: nessuno può rimanere a lungo immerso nella sofferenza spirituale (ansia, angoscia, dolore...); è naturale che cerchi un modo per uscirne. Spesso le persone tentano di uscire dalla sofferenza spirituale passando ad altre cose nelle quali si prova piacere. Questa è la funzione delle dipendenze, ossia della ricerca compulsiva del piacere. A parte la droga, gli oggetti delle dipendenze più diffuse (alcool, cibo, sesso, gioco...) non hanno il piacere come fine, ma come conseguenza; eppure essi vengono usati come fonte di piacere. Poiché, in questo modo, l'uomo non risolve la causa della sofferenza spirituale (cioè non “abbandona ciò che contrista”), una volta che il piacere è terminato egli deve procurarsene di nuovo, poiché continua a soffrire. San Tommaso fornisce anche una indicazione terapeutica: poiché la ricerca di piacere è solo uno dei due modi per uscire dalla sofferenza spirituale (ed è anzi il meno efficace ed il più problematico), la persona deve essere invitata ad abbandonare “ciò che contrista”; ossia, l'attenzione del terapeuta non deve essere posta su ciò che provoca piacere, ma sulla causa della sofferenza. Altra indicazione che possiamo trarre da questo principio tomista è che non ha senso togliere al paziente “le cose in cui si prova piacere” senza che egli abbia abbandonato “ciò che contrista”, perché “nessuno può rimanere a lungo con la tristezza senza qualche piacere”.

Quaelibet delectatio remedium affert ad mitigandam quamlibet tristitiam, ex quocumque procedat (S. Th. I-II, q. 38, a. 1): qualsiasi piacere porta un sollievo capace di mitigare qualsiasi tristezza, qualunque ne sia l'origine.
Questo principio è strettamente legato al precedente, e ci permette di capire che l'oggetto della compulsione o della dipendenza non è necessariamente legato a “ciò che contrista”, ma ha solo la funzione di procurare il piacere che permette di uscire dalla “sofferenza spirituale”. Questa situazione è chiara nei casi in cui, ad esempio, un paziente abbia una compulsione a frequentare prostitute pur essendo sposato con una donna attraente e sessualmente disponibile. In questo caso la frequentazione di prostitute (il “piacere materiale”, cioè sessuale) non ha lo scopo di soddisfare un bisogno materiale, cioè sessuale; bensì quello di alleviare una sofferenza spirituale non sessuale (ad esempio ansia, angoscia, dolore...).

Appetitivus motus circulo agitur (S. Th. I-II, q. 26, a. 2): il moto appetitivo si sviluppa in cerchio.
Per san Tommaso le passioni sono naturalmente orientate verso un oggetto specifico; infatti, non solo “le passioni di potenze diverse dovranno necessariamente riferirsi a oggetti diversi” (S. Th. I-II, q. 23, a. 1), ma tra la passione e il suo oggetto si sviluppa una relazione circolare: “l'oggetto muove l'appetito, mettendosi in qualche modo nella sua intenzione, e l'appetito tende a conseguire l'oggetto nella realtà, in maniera che il moto finisca là dove ha avuto inizio” (S. Th. I-II, q. 26, a. 2). Questa è indubbiamente una visione finalistica delle passioni, e affatto diversa da quella freudiana di pulsione7. Secondo Freud, infatti, l'oggetto pulsionale “È l'elemento più variabile della pulsione, non è originariamente collegato ad essa, ma le è assegnato soltanto in forza della sua proprietà di rendere possibile il soddisfacimento. [...] Può accadere che lo stesso oggetto serva al soddisfacimento di più pulsioni [...]”8. La meta della pulsione non è, secondo Freud, l'oggetto pulsionale, bensì il soddisfacimento della pulsione stessa9. Ad esempio, per Freud la sessualità non è orientata per sua natura ad un oggetto preciso con un fine preciso, ma al contrario essa è originariamente una perversione polimorfa: “[...] è definitivamente impossibile non riconoscere qualche cosa di universalmente umano e di originario nella predisposizione uniforme verso tutte le perversioni10



Homo est animal naturaliter sociale (De regimine principum, I, 12)11: l'uomo è per natura un animale sociale12. La necessità delle relazioni per la vita umana è testimoniata anche da un esperimento condotto da Federico II di Svevia e riportato nella Chronica di fra Salimbene da Parma. Volendo l'imperatore scoprire quale fosse la lingua originaria dell'uomo, fece rinchiudere dei neonati in una torre, ordinando che fossero nutriti e lavati, senza tuttavia parlargli, cullarli o cantare loro canzoni, ossia privandoli di alcun tipo di relazione; i bambini morirono tutti13. Le relazioni sono fondamentali perché svolgono la funzione dello specchio: ci mostrano il nostro volto, ossia la nostra identità. L'imprescindibilità delle relazioni per lo sviluppo della persona è stato sottolineato da varie teorie psicologiche: la famosa “piramide dei bisogni” di Maslow14; la “teoria dell'attaccamento” di Bowlby; la “teoria interpersonale” di  Harry Stack Sullivan; la teoria della “deprivazione affettiva” di Terruwe e Baars.


Note

1 I Tm 4, 4.
2 Cfr. Steven E. Rhoads, Uguali mai. Quello che tutti sanno sulle differenze tra i sessi ma non osano dire, Lindau, Torino 2006; Dale O'Leary, Maschi o femmine? La guerra del genere, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2006; Associazione Scienza & Vita, Identità e genere, Roma 2007; R. Marchesini, L'identità di genere, ART, Novara 2007; Gabriele Kuby, Gender Revolution. Il relativismo in azione, Cantagalli, Siena 2008; Giulia Galeotti, Gender e genere. Chi vuole negare la differenza maschio-femmina? L'alleanza tra femminismo e Chiesa cattolica, Viverein, Monopoli (BA) 2009; Chiara Atzori, Il binario indifferente. Uomo e donna o GLBTQ?, Sugarco, Milano 2010.
3 Cfr. Aristotele, Phisica II, 195a26.
4NERO (...) La paura più grossa dell’ubriacone non è quella di morire per colpa dell’alcol, cosa che tanto gli capiterà. È restare a corto di alcol prima che gli succeda. (...) Ma se dai un bicchiere pieno a un ubriacone e intanto gli dici che non è quello che vuole davvero, secondo te lui che cosa ti risponde?
BIANCO Penso di potermelo immaginare, cosa mi risponde.
NERO Certo. Eppure avevi ragione tu.
BIANCO Dicendogli che non è quello che vuole davvero.
NERO Esatto. Perché quello che vuole davvero non lo può avere. Oppure è convinto che non lo può avere. E quindi si ingozza di quello che non vuole davvero.
BIANCO E invece cos’è che l’ubriacone vuole davvero?
NERO Avanti, lo sai anche da solo.
BIANCO No, non lo so.
NERO Sì, invece.
BIANCO No.
NERO Hm.
BIANCO Hm cosa?
NERO Sei un caso difficile, professore.
BIANCO Guardi che neanche lei è una passeggiata.
NERO E così non sai cos’è che l’ubriacone vuole davvero.
BIANCO No che non lo so.
NERO Vuole quello che vogliono tutti.
BIANCO E cioè?
NERO Essere amato da Dio” (Cormac McCarthySunset Limited, Einaudi, Torino 2008, pp. 48-49).
5 Cfr. Aristotele, Ethica Nicomachea, VIII, 5, 1157b15; ibidem, VIII, 6, 1158a23.
6 Ibidem, X, 6, 1176b19; ibidem, VII, 14, 1154b2.
7 La distinzione tra passione in san Tommaso e pulsione in Freud mi è stata suggerita dal dottor Ermanno Pavesi, che ringrazio. Cfr. Ermanno Pavesi, 'Appetitus' in San Tommaso e pulsione in Sigmund Freud in Atti del IX Congresso Tomistico Internazionale, vol. III, Antropologia Tomista, Pontificia Accademia di S. Tommaso, Liberia Editrice Vaticana, Città del vaticano 1991,  pp. 353-361.
8 Sigmund Freud, Pulsioni e loro destini, in Opere, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 18.
9La meta di una pulsione è in ogni caso il soddisfacimento che può essere raggiunto soltanto sopprimendo lo stato di stimolazione alla fonte della pulsione” (ibidem).
10 S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere, vol. 4, Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 500.  
11 “[…] l’uomo di sua natura è un animale sociale e politico fatto  per vivere insieme agli altri anche più di qualsiasi altro animale; e questo risulta in modo evidente dalla sua necessità di ordine naturale. Infatti agli altri animali la natura fornisce cibo, rivestimenti di peli, armi di difesa come denti, corna, unghie o, almeno, la velocità per fuggire. La natura dell’uomo invece è tale da non avere nessuna di queste cose: al loro posto gli è data la ragione, per mezzo della quale può procurarsele tutte con l’opera delle sue mani. Ma a far questo un uomo solo non basta. Infatti un uomo non potrebbe vivere da solo, senza che gli venga a mancare qualcosa di necessario. Dunque l’uomo per natura vive in società con gli altri” (S. Tommaso d’Aquino, La politica dei principi cristiani (De Regimine Principum), Edizioni Cantagalli, Siena 1997, pp. 14 – 15).
 
12 Cfr. Aristotele, Ethica Nicomachea, IX, 9, 1169b18; idem, Politica, I (A), 2, 1253a3. 
13Secunda eius superstitio fuit, quia voluit experiri cuiusmodi linguam et loquelam haberent pueri cum adolevissent si cum nemine loquerentur: et ideo precepit bajulis et nutricibus, ut lac infantibus darent ut mammas sugerent, et balnearent et mundificarent eos, sed nullo modo blandirentur eis, nec loquerentur. Volebat enim cognoscere utrum hebream linguam, quae prima fuerat, an grecam vel latinam vel arabicam aut certe linguam parentum suorum, ex quibus nati fuissent; sed laborabat incassum, quia pueri, sive infantes, moriebantur omnes. Non enim vivere possent sine applausu et gestu et letitia faciei, et blanditiis bajularum et nutricum suarum: unde fascennine dicuntur carmina, que mulier dicit movendo cunas ut sopiat puerum, sine quibus puer male posset dormire et quietem habere” (Salimbene de Adam de Parma, Chronica, parr. 1664-1665, cit. in Eddo Rigotti, Sara Cigada, La comunicazione verbale, Apogeo, Milano 2004, p. 39, nota 38).
14 Abraham Harold Maslow (1908-1970), psicologo statunitense.
15 Cfr. Aristotele, De Anima, B2, 413b 14-21.
16 Discorso ai partecipanti al V Congresso Internazionale di Psicoterapia e di Psicologia Clinica, 13 aprile 1953, Acta Apostolicae Sedis, vol. 45, 1953, pp. 278-286.
17 Cfr. S. Freud, L'interpretazione dei sogni, in Opere, vol. 3, Bollati Boringhieri, Torino 1989; idem, L'Io e l'Es, in Opere, vol. 9, Bollati Boringhieri, Torino 1989, pp. 475-520.
18 Cfr. Aristotele, Ethica Nicomachea, II, 1; S. Th. I-II, q. 516, a. 2.
19 Idem, Ethica Nicomachea, II, 1, 1103b.
20 “[...] quelle [quantità] nelle quali la posizione delle parti produce differenza si dicono un intero o un tutto” (Aristotele, Metafisica, Δ 26, 1024a2).
21 Cfr. Umberta Telfener, Luca Casadio (a cura di), Sistemica. Voci e percorsi nella complessità, Boringhieri, Torino 2003, p. 38.
22 Cfr. Paolo Bertrando, Dario Toffanetti, Storia della terapia familiare. Le persone, le idee, Raffaello Cortina, Milano 2000. Questa affermazione di Aristotele è considerata fondamentale anche dalla cosiddetta “psicologia della gestalt”, fondata da Kurt Koffka (1886-1941), Wolfgang Köhler (1887-1967) e Max Wertheimer (1880-1943). La psicologa della Gestalt si occupa di percezione ed esperienza.
23 Cfr. Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin, Don D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi delle patologie e dei paradossi, Astrolabio, Roma 1971.
24 Cfr. Salvador Minuchin, Famiglie e terapie della famiglia, Astrolabio, Roma 1976.
25 Cfr. Mara Selvini Palazzoli, Stefano Cirillo, Matteo Selvini, Anna Maria Sorrentino, I giochi psicotici nella famiglia, Raffaello Cortina, Milano 1988; Luigi Boscolo, Gianfranco Cecchin, Lynn Hoffman, Peggy Penn, Clinica sistemica. Dialoghi a quattro sull'evoluzione del modello di Milano, Boringhieri, Torino 2004.

sabato 1 dicembre 2012

INTERVISTA A ROBERTO MARCHESINI

Roberto Marchesini
Il 10 Novembre scorso, presso la sede de Il Timone a Milano, ha preso avvio il primo corso dedicato all'incontro tra Psicologia e Cristianesimo. La lezione è stata tenuta dal dottor Roberto Marchesini, mio caro amico e co-fondatore di questo blog. La sua relazione si è focalizzata su due aspetti: da una parte una disamina degli interventi del Magistero nei confronti della psicologia, con particolare riferimento alle critiche di Pio XII, di Giovanni XXIII, di Paolo VI e di Giovanni Paolo II verso la psicoanalisi ed al concetto di "sana psicologia" del Concilio Vaticano II; dall'altra la presentazione della vita e dei concetti fondamentali dei due autori che, secondo Marchesini, hanno maggiormente sviluppato una vera psicologia cattolica: Rudolf Allers e Conrad Baars. Concordando con la posizione di Allers, secondo cui la psicologia non è altro che ancilla philosophiae, Roberto Marchesini ha esplicitato la necessità dello sviluppo di una vera "psicologia cattolica", che parta da quella filosofia che maggiormente è in sintonia con il Dato Rivelato - ossia l'approccio aristotelico-tomista, in accordo con le parole di Papa Leone XIII - ed affronti il disagio della modernità sulla base di una "sana antropologia".
Ho raccolto alcune domande dei partecipanti al corso, e le ho rivolte direttamente al dottor Marchesini.

Roberto, al corso hai parlato di due psicologie a seconda dei due modi in cui si declina il termine greco 'psiche'. Il primo, di origine positivista, riduce la psiche all'insieme dei processi mentali e del comportamento. Il secondo, maturato nell'ambito della filosofia greca e medievale, conferisce all'anima - oltre alle proprietà precedenti - la fondamentale funzione di "animare" il corpo, ossia di dargli la vita, e, secondo la concezione aristotelico-tomista, di fornire alla materia dell'uomo la forma che gli è propria (anima come forma del corpo). Le due declinazioni sembrano tanto lontane quanto inconciliabili. Esiste un punto d'incontro tra le due concezioni e per la filosofia e, soprattutto, per la psicologia contemporanea?

Concordo sul fatto che le due definizioni siano inconciliabili; la prima ha il vantaggio di essere maggiormente diffusa nel discorso corrente, la seconda è più ampia e profonda, a mio parere più utile per comprendere a fondo l'uomo.
La psicologia contemporanea è fondata (tranne pochissime eccezioni) sulla prima definizione e questo è, a mio parere, il suo limite principale. Esistono tuttavia dei seri tentativi di costruire una psicologia clinica su una antropologia più complessa (ad esempio Allers, Baars, Echavarrìa...).

Forse è proprio causa di questa inconciliabilità tra i due concetti di 'anima', uno più moderno e l'altro più legato alla filosofia antica e medievale, che sorgono anche le difficoltà concettuali e terminologiche del presente, come la distinzione concettuale tra anima e spirito, a cui si è accennato al corso. Alcuni padri della Chiesa parlano dell'uomo come formato da Corpo, Anima e Spirito. Tommaso, invece, declina le due dimensioni, di cui l'uomo è il composto, in materia ed anima, ma di un'anima umana di tipo spirituale (in quanto razionale). Poi ci sono gli spiriti, intesi come demoni, e lo Spirito Santo, ossia l'essenza di Dio, anch'esso che partecipa alla natura umana (si pensi ad esempio ai sette doni dello Spirito). E' possibile fare chiarezza su questi termini?


Nella tua lezione hai indicato due autori nei quali il pensiero antropologico cattolico ha saputo fondersi con la pratica clinica. Purtroppo pero non c'è una scuola Allersiana e neppure un testo, chiaro, di riferimento clinico. Tra le epistemologie della psicologia clinica contemporanea, ce n'è una che si avvicina maggiormente alla filosofia cattolica?

A dire la verità i libri di Baars (A. A. Terruwe, C. W. Baars, Psychic wholeness and healing. Using all the powers of the human psyche, Alba House, New York (NY) 1981 e C. W. Baars, A. A. Terruwe, Healing the unaffirmed. Recognizing emotional deprivation disorder, St Pauls, New York (NY) 2006) contengono parecchie indicazioni cliniche.
Comunque sia, tra le psicologie contemporanee vanno tenute in particolare considerazione la psicologia individuale di Adler (cfr. Rudolf Allers, Le nuove psicologie, D'Ettoris Editore, Crotone, 2009) e l'analisi esistenziale di Viktor E. Frankl. Si consideri che Allers è stato amico e mentore di Frankl, e che insieme hanno collaborato con Adler per poi separarsene ritenendo insufficiente il fondamento filosofico della psicologia individuale.

Dunque consigli ad un cattolico in formazione di seguire la scuola adleriana o frankliana?

Non esattamente. Io consiglio di crearsi una buona base filosofica, antropologica in particolare; mi riferisco soprattutto all'antropologia aristotelico-tomista.
Partendo da questa base è possibile vagliare qualsiasi scuola, anche quelle adleriana e frankliana.
In sintesi: omnia probate, quod bonum est tenete (1 Ts 5, 21). Il criterio con il quale vagliare è "[...] una dottrina più sana e più conforme al magistero della Chiesa, quale appunto è contenuta nei volumi di Tommaso d’Aquino" (LEONE XIII, Lettera Enciclica Aeterni Patris, 4 agosto 1879).

Certo per fare quello che dici, ci vorrebbe un testo sintetico di antropologia o di psicologia aristotelico-tomista, che invece non esiste...

Non ne sarei così sicuro. Ecco qualche titolo:
- Robert E. Brennan, Thomistic Psychology. A philosophic analysis of the nature of man, The Macmillan Company, New York (NY) 1941.
- S. Vanni Rovighi, Appunti di antropologia filosofica, Vita e pensiero, Milano 1978.
- Ramón Lucas Lucas, L'uomo spirito incarnato. Compendio di filosofia dell'uomo, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1983.
- Sebastian Reinstadler, Elementa philosophiae scholasticae, 2 voll., Herder & Co., Friburgo 1937.
Si può anche approcciare la Summa di san Tommaso, soprattutto il Trattato delle passioni, eventualmente dopo aver letto qualche testo introduttivo.

Testi importanti, certo, che però si distanziano parecchio dalla psicologia contemporanea. A tal proposito nel tuo intervento hai fatto riferimento a Viktor Frankl. Cosa pensi della logoterapia?

Credo che Viktor Frankl abbia elaborato un sistema decisamente compatibile con il dato rivelato, e lo testimonia l'attenzione che nel mondo cattolico si è sempre tributata a questo autore.
C'è però, nel lavoro di Frankl, un aspetto che mi suscita qualche perplessità. E' un aspetto che lo differenza in particolare dal suo mentore ed amico Rudolf Allers.
Allers crede che esista un progetto per ognuno di noi, un progetto che ci pone in armonia con tutto il creato e che è disposto provvidenzialmente; è l'orgoglio (ma anche la pusillanimità) a deviarci dal nostro progetto e a provocarci sofferenza. Il nostro compito è quello di dare la nostra umile adesione a questo progetto provvidenziale.
Per quanto riguarda Frankl, credo che le cose stiano in modo leggermente diverso.
I significati secondo Frankl sono sempre "ad personam" e "ad situationem" (quindi sono individuali e non universali). Frankl scriveva che "Il significato non deve essere conferito, ma trovato. E trovare non vuol dire inventare: il significato non viene inventato ma solo scoperto" (Logoterapia e analisi esistenziale, Morcelliana 972, II ed. p. 81); tuttavia, per Frankl, i significati non sono "soggettivi", bensì "trans-soggettivi": sono esigenze e potenzialità insite nella realtà, quindi implicano una autotrascendenza da parte del soggetto; in questo senso dice che non si "inventano" ma vanno "trovati". E' vero che esiste un compito. E' vero che noi dobbiamo aderire a questo compito. Tuttavia ho l'impressione che in Frankl manchino due elementi: 1) la provvidenzialità (il compito non è predeterminato, ma lo scegliamo noi, e scegliendolo ne facciamo la direzione della nostra realizzazione) e 2) l'armonia.

Collegato a quanto dici è la grande questione della malattia: che cos'è la nevrosi, ossia il disturbo psichico, da un punto di vista antropologico?

Da un punto di vista antropologico, la definizione di nevrosi dipende... dal punto di vista antropologico: Freud la descrive come l'esito del conflitto tra Es e SuperIo; Adler come l'esito del conflitto tra volontà di potenza e volontà di comunità; Jung come un ostacolo alla individuazione del soggetto...
Secondo la mia antropologia, che si sforza di essere tomista, la faccenda sta così.
Tradizionalmente la società era descritta tramite la metafora del corpo, per il quale il buon funzionamento è garantito dalle relazioni tra organi diversi e connessi tra loro; secondo questa visione, che ha le sue radici nel pensiero di san Paolo e san Tommaso, il “corpo sociale” fonda la sua esistenza sulla diversità e sulla gerarchia delle parti che lo compongono. Il pensiero rivoluzionario, invece, rappresenta la società come una massa di individui indifferenziati al di sotto dello stato, dal quale essi derivano i loro diritti: ecco l’egalitè. Per passare dal primo al secondo modello di società, la Rivoluzione deve eliminare i corpi intermedi - gli organi, nella prima metafora - quali le confraternite, corporazioni e infine la famiglia, accentrando tutti i poteri nelle mani dello stato. In questo modo l’essere umano cessa di essere una persona, con un posto nella società ed una identità costruita nelle relazioni sociali, e diventa un individuo, identico a tanti altri. Lo psicoterapeuta Viktor Frankl fa risalire a questo processo di perdita dei valori e dei punti di riferimento tradizionali la perdita di senso e il sentimento di inadeguatezza che pervadono l’uomo moderno. Così si esprime sua eminenza Godfried Daneels, arcivescovo di Malines – Bruxelles: “Prima del XVIII secolo, l’uomo europeo viveva in un universo armonioso, posto all’interno di una rete di relazioni ben integrate. La relazione con Dio, con l’universo, col cosmo, i suoi rapporti con gli uomini e la società, con sé stesso erano ben definite. Ogni cosa aveva il suo posto e c’era un posto per ogni cosa. Si era stabilito un solido quadro di riferimento e la religione ne era il cemento. Le regole del gioco – se possiamo così esprimerci – in religione, in morale e in politica, erano fissate ed accettate. A partire dal XVIII secolo le cose sono cambiate”. Non è un caso, infatti, se il termine “nevrosi” – che indica il “male di vivere” – fu coniato alla fine del XVIII secolo; non è un caso nemmeno se, come testimonia la medievista Régine Pernoud, nel Medioevo era praticamente sconosciuto il suicidio, che oggi costituisce una delle principali cause di morte.
Mi sembra che questa sia anche la base per la teoria di Allers sulle nevrosi. Anche per lui, come per Freud, la nevrosi è la conseguenza di un conflitto; solamente non si tratta semplicemente dello scontro tra diversi istinti, o tra la pulsione e l’impossibilità di realizzarla. Il conflitto è, per Allers, inevitabile e, anzi, necessario per lo sviluppo della persona; ciò che causa la nevrosi è l’atteggiamento della persona di fronte a questo conflitto. La nevrosi è «la forma di malattia e aberrazione derivante dalla conseguenza della rivolta della creatura contro la sua naturale mortalità e impotenza»; il nevrotico colui che non accetta la realtà e le rimprovera di non essere come lui la vorrebbe. E’ evidente che il conflitto psichico nasconde un conflitto ontologico che riguarda il compito di una persona nel mondo e il senso della vita; per questo Allers afferma (e ritroviamo un eco di questa posizione nella logoterapia di Frankl): «Non mi sono fino ad ora mai imbattuto in un caso di nevrosi, che non rivelasse in fondo, un problema metafisico non risolto, come conflitto e problema finale; per così designare il problema che tratta della posizione dell’uomo in generale, non importa se la persona in questione sia religiosa o no, cattolica o non cattolica».

Queste parole di Allers sono davvero molto belle. Tuttavia esse si riferiscono all'ordine dell'universale, e non spiegano il particolare. Ossia il perché tale rivolta contro la realtà in una persona porti alla nevrosi fobica ad un altro i tratti depressivi, ad un altro ancora il delirio o la mania, ecc. Come si spiega tale diversità di sintomatologie?

La ribellione contro la realtà può avere due esiti: l'orgoglio (pensare di essere più di ciò che si è) e la pusillanimità (pensare di essere meno di ciò che si è). Già questo basterebbe per riflettere su alcune sintomatologie come fobie, depressioni, disturbi dell'identità di genere piuttosto che manie eccetera. Comunque è vero: la riflessione di Allers non si è spinta fino ad una psicopatologia compiuta. Egli stesso ha scritto: «Non sono ancora riuscito a scrivere quello che desidererei – cioè, una filosofia comprensiva (integrale) della natura umana […]» (in R. Titone, Rudolf Allers psicologo del carattere, SEI, Torino 1961; 1970, p. 27); «Sto diventando vecchio […]; tuttavia non ho lasciato la speranza di poter scrivere un giorno una filosofia della natura umana» (ibidem, p. 31).
Però va anche considerato che questo sforzo è fattibile, anzi: è stato tentato con qualche merito da Conrad Baars. In un mio libro di prossima uscita (La psicologia e san Tommaso d'Aquino, D'Etttoris) cerco di dare qualche cenno sul lavoro dello psichiatra olandese, soprattutto sulle sue intuizioni cliniche.

Nel primo dei tuoi principi tomisti e della loro applicazione clinica (omne ens est bonum) sostieni che "ogni paziente, nonostante le apparenze, è stato creato buono, è meraviglioso, ha un progetto splendido che, a causa delle circostanze, non ha potuto realizzarsi". Come si differenzia questa posizione antropologica dall'errore filosofico del "buon selvaggio", sostenuto in psicologia da tanti clinici umanisti (come Carl Rogers, Rollo May) secondo cui l'uomo tende automaticamente al bene, e che non fa i conti con gli aspetti legati all'aggressività, alla caducità, al male, ossia al peccato originale?

Quando Cartesio rifiutò il concetto di sinolo, nell'antropologia si spezzò un equilibrio. Da quel momento i pensatori si sbilanciarono per la materia (il materialismo) o per lo spirito (gnosi, idealismo). Allo stesso modo, il protestantesimo ha modificato il concetto di peccato originale, spezzando un equilibrio. Per il protestantesimo il peccato originale ha corrotto irrimediabilmente l'uomo. L'uomo non può fare altro che il male (e va quindi costretto a fare il bene).
Come reazione a questa visione dell'uomo l'illuminismo, e Rousseau in particolare, hanno coniato il mito del "buon selvaggio": l'uomo è buono per natura e la società lo ha corrotto (quindi bisogna cambiare la società).
La Chiesa cattolica offre invece una prospettiva diversa, in equilibrio tra i due estremi di cui sopra.
Il peccato originale non ha corrotto irrimediabilmente l'uomo, ma lo ha semplicemente inclinato al male, ossia è più facile fare il male che il bene. Tuttavia l'uomo è ancora fatto ad immagine e somiglianza di Dio; desidera ancora il sommo bene, come hanno detto Aristotele e san Tommaso; ha ancora nostalgia di Dio, come dice sant'Agostino.
Quindi: l'umo tende al bene, non al male. Ma è una lotta, una fatica. Una ascesi.

Una ascesi, ossia un percorso, una strada, un cammino che tocca da vicino lo psicoterapeuta in molti casi. Solo che molti professionisti cattolici - forse arginati da impostazioni teoriche neutraliste o libertine - hanno difficoltà ad inserirsi in queste riflessioni nonostante coltivino un desiderio di unità e non di scissione tra il mondo della psicologia e quello dell'antropologia. Non credi che ci sia bisogno di un ambito nella psicologia, in particolare penso alla clinica, dove i professionisti possano avere la loro impostazione teorico-pratica, dove poter confrontarsi su tali questioni senza aver paura di fare ricorso a concetti come il peccato originale, il bisogno umano della Felicità, l'ascesi?

Credo che sia molto opportuno. Credo che il tuo lavoro con il blog "psicologia e cattolicesimo" sia un passo importante in questa direzione. Ovviamente sarebbe bello avere una rivista, degli incontri internazionali, magari anche una associazione...

Sì sono d'accordo. E' qualcosa a cui bisognerà pensare seriamente, perché anch'io, come te, ne sento il bisogno. Nel chiudere questa intervista, vorrei farti qualche domanda di carattere più clinico. Alla porta di uno psicoterapeuta aristotelico-tomista bussa una persona con un notevole carico di sofferenza: è sposato, con figli, con un lavoro. Ad una prima impressione, il tono dell'umore tende alla malinconia, quando parla sembra trasparire un sottile pessimismo nel descrivere sé ed il futuro. Come procede nella diagnosi lo psicologo aristotelico-tomista?

Direi che procede come gli è stato insegnato: analisi della domanda, anamnesi con genogramma e storia personale, diagnosi, trattamento e follow-up. Credo che la differenza stia nello sguardo positivo sul paziente e sulla completa apertura nei suoi confronti, oltre ad un ascolto vero, senza la foga di incasellarlo in categorie diagnostiche (ascolto che, elogiato da molte scuole cliniche, è realmente praticato molto raramente). Questo, ovviamente, sulla base dei presupposti antropologici di cui abbiamo già parlato.

Dunque dici che non c'è difformità di prassi tra la clinica contemporanea, frutto della psicologia moderna, e lo sguardo dell'antropologia. Non credi che il tipo di terapia - e quindi il tipo di strumenti da essa proposti al paziente - dipenda strettamente da quello sguardo di cui tu parli (agere sequitur esse)?

In fondo gli strumenti sono limitati e comuni a tutte le scuole cliniche. Non è forse vero che l'intenzione paradossa, una delle due tecniche proposte da Frankl, ricorda molto e la prescrizione del sintomo usata dai sistemici?
Credo che la differenza stia nella visione che il terapeuta ha del paziente, nel significato che attribuisce ai suoi sintomi, negli obiettivi terapeutici, più che negli strumenti utilizzati.
 
Grazie!