Etichette2

adattamento Agostino Massone Alberto D'Auria Alessandro Beghini Alexander Batthyany amore Amy Fischer Smith Andrea Morigi anima e corpo Anna Terruwe Anselm Grun Antonino Stagnitta Antonio Giuliano antropologia approccio esistenziale approccio integrale alla persona aridità Aristotele assiologia Associazione di Psicologia Cattolica Avvenire Benedetta Frigerio Carlo Alfredo Clerici Carlo Nesti CEYTEC combattimento spirituale Confessione conflitto conoscenza Conrad Baars contemplazione Contra Gentiles convegno corso di psicologia cattolica Craig Steven Titus credenze cura di sé didattica Dio in terapia Domenico Bellantoni don Curzio Nitoglia don Ennio Innocenti don Paulo Ricardo Elena Canzi Emiliano Tognetti emozioni Ermanno Pavesi esercizi spirituali esperienza Evagrio Pontico Fabrizio Mastrofini filosofia formazione Francesco Bertoldi Franco Imoda Franco Poterzio Frank J. Moncher Freud Friedrich Nietzsche frustrazione genitorialità Gesù terapeuta Giancarlo Ricci Giovanni Cavalcoli O.P. Giovanni Cucci Giovanni Paolo II Giovanni Pardini Hans Selye ideale di sé Ignacio Andereggen impulsi inconscio Integrity Restored IPS Jacques Lacan Jean-Claude Larchet John A. Gasson Jorge Olaechea Kevin Vost laboratorio di psicologia cristiana lavoro Le vie della psicologia Luigina Mortari Luisa Fressoia magistero Magnda B. Arnold malattie spirituali Mario Ghiozzi Martin F. Echavarria medioevo metanoeite Mimmo Armiento mistica mito modello di mente normalità omogenitorialità omosessualità Padri Orientali particolari Paul Vitz percezione Peter Kleponis Pio XII pornografia presentazione libri psichiatria psicoanalisi Psicologia Contemporanea Psicologia della felicità psicologia e vita cristiana psicologia positiva psicologia tomista psicologia umanista psicoterapia Puri di Cuore Radio Maria recensione libri relativismo Renzo Bonetti Roberto Marchesini Rudolf Allers Sant'Ignazio di Loyola Sean Kilcawley spiritualità spiritualità nella cura Stefano Parenti storia della psicologia stress Tommaso d'Aquino Tredimensioni Tullio Proserprio UCCR video virtù vis cogitativa Wenceslao Vial Willem Duynstee workshop Zelmira Seligmann
"Una psicologia medica cattolica deve essere una vera sintesi delle verità contenute nei sistemi già esistenti e inaccettabili visto il loro spirito di materialismo puro e le verità della filosofia e la teologia cattolica. Questo lavoro di sintesi non può essere compiuto che da persone istruite e nella medicina o psicologia e nella filosofia, e che possiedono una esperienza pratica e personale assai grande: cioè questo lavoro deve essere fatto da medici, specialisti di psichiatria, dunque da scienziati cattolici laici. (Rudolf Allers, 1936, lettera a P. Agostino Gemelli).
Visualizzazione post con etichetta magistero. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta magistero. Mostra tutti i post

domenica 18 giugno 2017

Così Freud ha cancellato la psicologia cristiana

Da Avvenire


Antonio Giuliano venerdì 16 giugno 2017
 
Il culto della psicoanalisi ha finito per soppiantare secoli di riflessione cattolica sulla psiche. Lo studioso Echavarría riscopre i grandi maestri dell'anima.
 
Se c'è un campo del sapere che considera il cattolicesimo come una pianta ostile questi è la psicologia. Non a caso gran parte delle correnti psicologiche contemporanee sono contrarie a una visione cristiana dell'uomo, come già denunciava Giovanni Paolo II anni fa.Un pregiudizio che ha contribuito non solo alla crisi dell'uomo moderno, ma ha finito per abbagliare gli stessi studiosi credenti: «I cattolici impegnati nel mondo della psicologia hanno preferito anteporre la fede per Freud o per qualche altro capo scuola al Magistero della Chiesa». Così scrive lo psicologo Stefano Parenti nella prefazione a un libro controcorrente Da Aristotele a Freud. Saggio di storia della psicologia (D'Ettoris Editori, pagine 158, euro 14,90).L'autore è Martín F. Echavarría, accademico spagnolo dell'Università di Barcellona e di Navarra che da anni è impegnato a recuperare la grande tradizione antica e medievale rifiutata dalla modernità con particolare riguardo alla lezione di Tommaso d'Aquino.

venerdì 3 giugno 2016

IL MODELLO DELL'IPS - PREMESSE TEOLOGICHE E FILOSOFICHE

L'articolo di questo mese rappresenta, in parte, una novità. Sin'ora ci siamo interessati a quegli autori che, direttamente, hanno tentato di ricucire la scissione esistente tra le psicologie contemporanee e la concezione cristiana dell'uomo. Il punto d'incontro che maggiormente, a nostro avviso, è rappresentativo dell'unità tra psicologia e cristianesimo abbiamo visto essere il contributo di Rudolf Allers, le cui prospettive sono state proposte su queste pagine (e continueranno ad esserlo anche in futuro). Allers rappresenta un punto nodale anche da una prospettiva temporale: il suo recupero della filosofia tomista costituisce il trait d'union tra il passato ed il presente, tra la riflessione bimillenaria della Chiesa e la contemporaneità. La scuola tomista, dunque, che in Allers ha il suo principale esponente d'inizio secolo nel versante della psicologia - e che annovera altri pensatori, come Magda Arnold, purtroppo sparsi qua e là nel mondo e non organizzati in un'unità (vedremo a tal proposito le vicende dell'Associazione di psicologia cattolica americana) - si è sviluppata negli anni recenti specialmente in America Latina, su impulso del prof. Ignacio Andereggen (si veda il suo articolo: San Tommaso, psicologo). Ad essa ci siamo riferiti in più occasioni, specialmente ricorrendo all'opera del professor Martin F. Echavarria, in grado di coniugare in una visione d'insieme gli aspetti teorici con quelli pratici (psicoterapia). La "scuola argentina", come più volte l'abbiamo titolata, non è però l'unica a riprendere i contributi di San Tommaso. Anche il gruppo dell'Insitute for Psychological Science, ad Arlington negli Stati Uniti, è da anni impegnato in una riflessione corale sull'integrazione tra l'antropologia cattolica e la psicoterapia. Tra gli autori più importanti dell'istituto figurano Paul Vitz, psicoanalista noto anche in Italia per il suo scritto critico - fondamentale - contro l'antropologia sottesa all'approccio umanistico (cfr. Psicologia e culto di sé, Dehoniane, Bologna), Cristian Brugger, firma dell'interessante Psicologia ed atropologia cristiana, e Steve Craig Titus, autore di alcuni testi che coniugano la pratica delle virtù con l'esercizio della psicoterapia (tra di essi, Resilience and the virtue of fortitude: Aquinas in Dialogue with the psychosocial sciences).

mercoledì 1 maggio 2013

PSICOLOGIA CONTEMPORANEA E FEDE CRISTIANA

Dopo aver affrontato il tema della "normalità", con un testo di R. Allers ed uno di Martin F. Echavarria, torniamo all'argomento "principe" del rapporto tra la psicologia e la fede cristiana, senza soluzione di continuità. Preso atto che concetti come "norma" e "normalità" così come vengono divulgati dalle scienze positive si rivelano fondati su filosofie false, come il relativismo (cfr. Il relativismo nella psicologia e psicoterapia contemporanea, di M. F. Echavarria), e che essi stessi presuppongono un'assiologia, la quale però viene formalmente negata (cfr. Riflessioni sulla patologia del conflitto, di R. Allers), quale posizione può/deve assumere lo psicologo cattolico, potendo fruire non solo della psicologia scientifica, ma anche di quella filosofica e, soprattutto, di quella teologica - derivante, cioè, dalla Rivelazione? L'articolo Sulla problematica e pistemologica e pratica della psicologia contemporanea nella sua relazione con la fede cristiana di M. F. Echavarria inizia con una semplice ma lucida categorizzazione delle psicoterapie contemporanee - basandosi sulla prospettiva antropologica accennata da un discorso di Giovanni Paolo II - per poi introdurre il contributo della Rivelazione come elemento indispendabile per superare i limiti delle psicoterapie contemporanee e rispondere così al quesito. Al contrario di quanto sostengono alcuni nomi importanti della psicologia accademica, non c'è solamente lo psicologo cristiano, la persona che è membro della Chiesa, ma anche una psicologia cristiana, ossia una disciplina teorica e pratica che coniuga tre piani epistemologici distinti: empirico, filosofico e teologico. Anche se il professore ammette che una psicologia cristiana nelle "circostanze attuali è quasi tutta da sviluppare". L'articolo sviluppa un secondo punto particolarmente importante: la psicoterapia si dimostra una forma moderna di filosofia, ed in particolare di quella parte della filosofia che si occupa del comportamento: l'etica. Ethos è la traduzione del termine personalità o carattere. Echavarria sostiene che la psicoterapia, in quanto disciplina della personalità, assume le forme di una pedagogia, e quindi di un intervento direttivo, volto ad aiutare l'intelletto e la volontà del paziente. E' questo un tema particolarmente importante, su cui da sempre mi interrogo: curare significa educare? Ed educare, significa insegnare? Un tema su cui dovremo tornare in futuro.

mercoledì 3 aprile 2013

IL RELATIVISMO NELLA PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA CONTEMPORANEA - M. F. ECHAVARRIA

Martin F. Echavarria
«Per supposizione, se 99,9% dell’umanità fosse malato di tubercolosi, l’uomo medio sarebbe evidentemente tubercolotico; non di meno il piccolo gruppo degli individui non infettati rappresenterebbe l’anormale. L’infezione tubercolosa obbedisce tuttavia senza alcun dubbio alle leggi della natura; essa non è, dal punto di vista di queste leggi, più «anormale» di quanto non lo sia la salute». Con queste parole Rudolf Allers evidenziava la profonda contraddizione che, già ai suoi tempi, emergeva dalle filosofie dominanti la medicina e più in generale la cultura. Secondo Allers, queste contraddizioni fanno trasparire proprio ciò che i loro promotori cercano di nascondere: l'esistenza di una realtà "data", donata. «Utilizzando qui la nozione di normalità, la medicina riconosce senza accorgersene delle categorie che appartengono ad un altro ordine rispetto a quello della scienza naturale». Si è soliti chiamare "relativismo" l'opzione secondo cui non esiste ontologicamente la verità. Papa Benedetto XVI, nel celebre discorso che ha anticipato la sua elezione a Pontefice, diceva: «Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie» (J. Ratzinger, Missa pro eligendo pontefice, Omelia, lunedì 18 Aprile 2005). Il filosofo Robert Spearmann ha dimostrato, in un interessante ed approfondito saggio (Fini naturali, Ares, 2013), che non si possa sostenere una posizione relativista senza incorrere nell'errore di disconoscere il relativismo stesso. La natura si presenta intrisecamente ordinata, da qualsiasi prospettiva. Recentemente, anche Papa Francesco è tornato alle parole del predecessore sulla "dittatura del relativismo" (Discorso al corpo diplomatico presso la Santa Sede, 21 Marzo 2013). Il professor Martin F. Echavarria, responsabile del dipartimento di Psicologia presso l'Università Abat Oliba di Barcellona, ed importante punto di riferimento per la psicologia aristotelico-tomista, entra nel campo della psicologia e psicoterapia per portare alla luce il relativismo di cui sembra essere impregnata la mentalità clinica e scientifica contemporanea. L'obiettivo è di ripartire dal lascito del Magistero per costruire una psicologia e psicoterapia ancorate alla realtà ed alla verità. Ringrazio personalmente l'autore per aver rivisto la traduzione e dato il benestare alla pubblicazione su questo blog.

sabato 1 dicembre 2012

INTERVISTA A ROBERTO MARCHESINI

Roberto Marchesini
Il 10 Novembre scorso, presso la sede de Il Timone a Milano, ha preso avvio il primo corso dedicato all'incontro tra Psicologia e Cristianesimo. La lezione è stata tenuta dal dottor Roberto Marchesini, mio caro amico e co-fondatore di questo blog. La sua relazione si è focalizzata su due aspetti: da una parte una disamina degli interventi del Magistero nei confronti della psicologia, con particolare riferimento alle critiche di Pio XII, di Giovanni XXIII, di Paolo VI e di Giovanni Paolo II verso la psicoanalisi ed al concetto di "sana psicologia" del Concilio Vaticano II; dall'altra la presentazione della vita e dei concetti fondamentali dei due autori che, secondo Marchesini, hanno maggiormente sviluppato una vera psicologia cattolica: Rudolf Allers e Conrad Baars. Concordando con la posizione di Allers, secondo cui la psicologia non è altro che ancilla philosophiae, Roberto Marchesini ha esplicitato la necessità dello sviluppo di una vera "psicologia cattolica", che parta da quella filosofia che maggiormente è in sintonia con il Dato Rivelato - ossia l'approccio aristotelico-tomista, in accordo con le parole di Papa Leone XIII - ed affronti il disagio della modernità sulla base di una "sana antropologia".
Ho raccolto alcune domande dei partecipanti al corso, e le ho rivolte direttamente al dottor Marchesini.

Roberto, al corso hai parlato di due psicologie a seconda dei due modi in cui si declina il termine greco 'psiche'. Il primo, di origine positivista, riduce la psiche all'insieme dei processi mentali e del comportamento. Il secondo, maturato nell'ambito della filosofia greca e medievale, conferisce all'anima - oltre alle proprietà precedenti - la fondamentale funzione di "animare" il corpo, ossia di dargli la vita, e, secondo la concezione aristotelico-tomista, di fornire alla materia dell'uomo la forma che gli è propria (anima come forma del corpo). Le due declinazioni sembrano tanto lontane quanto inconciliabili. Esiste un punto d'incontro tra le due concezioni e per la filosofia e, soprattutto, per la psicologia contemporanea?

Concordo sul fatto che le due definizioni siano inconciliabili; la prima ha il vantaggio di essere maggiormente diffusa nel discorso corrente, la seconda è più ampia e profonda, a mio parere più utile per comprendere a fondo l'uomo.
La psicologia contemporanea è fondata (tranne pochissime eccezioni) sulla prima definizione e questo è, a mio parere, il suo limite principale. Esistono tuttavia dei seri tentativi di costruire una psicologia clinica su una antropologia più complessa (ad esempio Allers, Baars, Echavarrìa...).

Forse è proprio causa di questa inconciliabilità tra i due concetti di 'anima', uno più moderno e l'altro più legato alla filosofia antica e medievale, che sorgono anche le difficoltà concettuali e terminologiche del presente, come la distinzione concettuale tra anima e spirito, a cui si è accennato al corso. Alcuni padri della Chiesa parlano dell'uomo come formato da Corpo, Anima e Spirito. Tommaso, invece, declina le due dimensioni, di cui l'uomo è il composto, in materia ed anima, ma di un'anima umana di tipo spirituale (in quanto razionale). Poi ci sono gli spiriti, intesi come demoni, e lo Spirito Santo, ossia l'essenza di Dio, anch'esso che partecipa alla natura umana (si pensi ad esempio ai sette doni dello Spirito). E' possibile fare chiarezza su questi termini?


Nella tua lezione hai indicato due autori nei quali il pensiero antropologico cattolico ha saputo fondersi con la pratica clinica. Purtroppo pero non c'è una scuola Allersiana e neppure un testo, chiaro, di riferimento clinico. Tra le epistemologie della psicologia clinica contemporanea, ce n'è una che si avvicina maggiormente alla filosofia cattolica?

A dire la verità i libri di Baars (A. A. Terruwe, C. W. Baars, Psychic wholeness and healing. Using all the powers of the human psyche, Alba House, New York (NY) 1981 e C. W. Baars, A. A. Terruwe, Healing the unaffirmed. Recognizing emotional deprivation disorder, St Pauls, New York (NY) 2006) contengono parecchie indicazioni cliniche.
Comunque sia, tra le psicologie contemporanee vanno tenute in particolare considerazione la psicologia individuale di Adler (cfr. Rudolf Allers, Le nuove psicologie, D'Ettoris Editore, Crotone, 2009) e l'analisi esistenziale di Viktor E. Frankl. Si consideri che Allers è stato amico e mentore di Frankl, e che insieme hanno collaborato con Adler per poi separarsene ritenendo insufficiente il fondamento filosofico della psicologia individuale.

Dunque consigli ad un cattolico in formazione di seguire la scuola adleriana o frankliana?

Non esattamente. Io consiglio di crearsi una buona base filosofica, antropologica in particolare; mi riferisco soprattutto all'antropologia aristotelico-tomista.
Partendo da questa base è possibile vagliare qualsiasi scuola, anche quelle adleriana e frankliana.
In sintesi: omnia probate, quod bonum est tenete (1 Ts 5, 21). Il criterio con il quale vagliare è "[...] una dottrina più sana e più conforme al magistero della Chiesa, quale appunto è contenuta nei volumi di Tommaso d’Aquino" (LEONE XIII, Lettera Enciclica Aeterni Patris, 4 agosto 1879).

Certo per fare quello che dici, ci vorrebbe un testo sintetico di antropologia o di psicologia aristotelico-tomista, che invece non esiste...

Non ne sarei così sicuro. Ecco qualche titolo:
- Robert E. Brennan, Thomistic Psychology. A philosophic analysis of the nature of man, The Macmillan Company, New York (NY) 1941.
- S. Vanni Rovighi, Appunti di antropologia filosofica, Vita e pensiero, Milano 1978.
- Ramón Lucas Lucas, L'uomo spirito incarnato. Compendio di filosofia dell'uomo, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1983.
- Sebastian Reinstadler, Elementa philosophiae scholasticae, 2 voll., Herder & Co., Friburgo 1937.
Si può anche approcciare la Summa di san Tommaso, soprattutto il Trattato delle passioni, eventualmente dopo aver letto qualche testo introduttivo.

Testi importanti, certo, che però si distanziano parecchio dalla psicologia contemporanea. A tal proposito nel tuo intervento hai fatto riferimento a Viktor Frankl. Cosa pensi della logoterapia?

Credo che Viktor Frankl abbia elaborato un sistema decisamente compatibile con il dato rivelato, e lo testimonia l'attenzione che nel mondo cattolico si è sempre tributata a questo autore.
C'è però, nel lavoro di Frankl, un aspetto che mi suscita qualche perplessità. E' un aspetto che lo differenza in particolare dal suo mentore ed amico Rudolf Allers.
Allers crede che esista un progetto per ognuno di noi, un progetto che ci pone in armonia con tutto il creato e che è disposto provvidenzialmente; è l'orgoglio (ma anche la pusillanimità) a deviarci dal nostro progetto e a provocarci sofferenza. Il nostro compito è quello di dare la nostra umile adesione a questo progetto provvidenziale.
Per quanto riguarda Frankl, credo che le cose stiano in modo leggermente diverso.
I significati secondo Frankl sono sempre "ad personam" e "ad situationem" (quindi sono individuali e non universali). Frankl scriveva che "Il significato non deve essere conferito, ma trovato. E trovare non vuol dire inventare: il significato non viene inventato ma solo scoperto" (Logoterapia e analisi esistenziale, Morcelliana 972, II ed. p. 81); tuttavia, per Frankl, i significati non sono "soggettivi", bensì "trans-soggettivi": sono esigenze e potenzialità insite nella realtà, quindi implicano una autotrascendenza da parte del soggetto; in questo senso dice che non si "inventano" ma vanno "trovati". E' vero che esiste un compito. E' vero che noi dobbiamo aderire a questo compito. Tuttavia ho l'impressione che in Frankl manchino due elementi: 1) la provvidenzialità (il compito non è predeterminato, ma lo scegliamo noi, e scegliendolo ne facciamo la direzione della nostra realizzazione) e 2) l'armonia.

Collegato a quanto dici è la grande questione della malattia: che cos'è la nevrosi, ossia il disturbo psichico, da un punto di vista antropologico?

Da un punto di vista antropologico, la definizione di nevrosi dipende... dal punto di vista antropologico: Freud la descrive come l'esito del conflitto tra Es e SuperIo; Adler come l'esito del conflitto tra volontà di potenza e volontà di comunità; Jung come un ostacolo alla individuazione del soggetto...
Secondo la mia antropologia, che si sforza di essere tomista, la faccenda sta così.
Tradizionalmente la società era descritta tramite la metafora del corpo, per il quale il buon funzionamento è garantito dalle relazioni tra organi diversi e connessi tra loro; secondo questa visione, che ha le sue radici nel pensiero di san Paolo e san Tommaso, il “corpo sociale” fonda la sua esistenza sulla diversità e sulla gerarchia delle parti che lo compongono. Il pensiero rivoluzionario, invece, rappresenta la società come una massa di individui indifferenziati al di sotto dello stato, dal quale essi derivano i loro diritti: ecco l’egalitè. Per passare dal primo al secondo modello di società, la Rivoluzione deve eliminare i corpi intermedi - gli organi, nella prima metafora - quali le confraternite, corporazioni e infine la famiglia, accentrando tutti i poteri nelle mani dello stato. In questo modo l’essere umano cessa di essere una persona, con un posto nella società ed una identità costruita nelle relazioni sociali, e diventa un individuo, identico a tanti altri. Lo psicoterapeuta Viktor Frankl fa risalire a questo processo di perdita dei valori e dei punti di riferimento tradizionali la perdita di senso e il sentimento di inadeguatezza che pervadono l’uomo moderno. Così si esprime sua eminenza Godfried Daneels, arcivescovo di Malines – Bruxelles: “Prima del XVIII secolo, l’uomo europeo viveva in un universo armonioso, posto all’interno di una rete di relazioni ben integrate. La relazione con Dio, con l’universo, col cosmo, i suoi rapporti con gli uomini e la società, con sé stesso erano ben definite. Ogni cosa aveva il suo posto e c’era un posto per ogni cosa. Si era stabilito un solido quadro di riferimento e la religione ne era il cemento. Le regole del gioco – se possiamo così esprimerci – in religione, in morale e in politica, erano fissate ed accettate. A partire dal XVIII secolo le cose sono cambiate”. Non è un caso, infatti, se il termine “nevrosi” – che indica il “male di vivere” – fu coniato alla fine del XVIII secolo; non è un caso nemmeno se, come testimonia la medievista Régine Pernoud, nel Medioevo era praticamente sconosciuto il suicidio, che oggi costituisce una delle principali cause di morte.
Mi sembra che questa sia anche la base per la teoria di Allers sulle nevrosi. Anche per lui, come per Freud, la nevrosi è la conseguenza di un conflitto; solamente non si tratta semplicemente dello scontro tra diversi istinti, o tra la pulsione e l’impossibilità di realizzarla. Il conflitto è, per Allers, inevitabile e, anzi, necessario per lo sviluppo della persona; ciò che causa la nevrosi è l’atteggiamento della persona di fronte a questo conflitto. La nevrosi è «la forma di malattia e aberrazione derivante dalla conseguenza della rivolta della creatura contro la sua naturale mortalità e impotenza»; il nevrotico colui che non accetta la realtà e le rimprovera di non essere come lui la vorrebbe. E’ evidente che il conflitto psichico nasconde un conflitto ontologico che riguarda il compito di una persona nel mondo e il senso della vita; per questo Allers afferma (e ritroviamo un eco di questa posizione nella logoterapia di Frankl): «Non mi sono fino ad ora mai imbattuto in un caso di nevrosi, che non rivelasse in fondo, un problema metafisico non risolto, come conflitto e problema finale; per così designare il problema che tratta della posizione dell’uomo in generale, non importa se la persona in questione sia religiosa o no, cattolica o non cattolica».

Queste parole di Allers sono davvero molto belle. Tuttavia esse si riferiscono all'ordine dell'universale, e non spiegano il particolare. Ossia il perché tale rivolta contro la realtà in una persona porti alla nevrosi fobica ad un altro i tratti depressivi, ad un altro ancora il delirio o la mania, ecc. Come si spiega tale diversità di sintomatologie?

La ribellione contro la realtà può avere due esiti: l'orgoglio (pensare di essere più di ciò che si è) e la pusillanimità (pensare di essere meno di ciò che si è). Già questo basterebbe per riflettere su alcune sintomatologie come fobie, depressioni, disturbi dell'identità di genere piuttosto che manie eccetera. Comunque è vero: la riflessione di Allers non si è spinta fino ad una psicopatologia compiuta. Egli stesso ha scritto: «Non sono ancora riuscito a scrivere quello che desidererei – cioè, una filosofia comprensiva (integrale) della natura umana […]» (in R. Titone, Rudolf Allers psicologo del carattere, SEI, Torino 1961; 1970, p. 27); «Sto diventando vecchio […]; tuttavia non ho lasciato la speranza di poter scrivere un giorno una filosofia della natura umana» (ibidem, p. 31).
Però va anche considerato che questo sforzo è fattibile, anzi: è stato tentato con qualche merito da Conrad Baars. In un mio libro di prossima uscita (La psicologia e san Tommaso d'Aquino, D'Etttoris) cerco di dare qualche cenno sul lavoro dello psichiatra olandese, soprattutto sulle sue intuizioni cliniche.

Nel primo dei tuoi principi tomisti e della loro applicazione clinica (omne ens est bonum) sostieni che "ogni paziente, nonostante le apparenze, è stato creato buono, è meraviglioso, ha un progetto splendido che, a causa delle circostanze, non ha potuto realizzarsi". Come si differenzia questa posizione antropologica dall'errore filosofico del "buon selvaggio", sostenuto in psicologia da tanti clinici umanisti (come Carl Rogers, Rollo May) secondo cui l'uomo tende automaticamente al bene, e che non fa i conti con gli aspetti legati all'aggressività, alla caducità, al male, ossia al peccato originale?

Quando Cartesio rifiutò il concetto di sinolo, nell'antropologia si spezzò un equilibrio. Da quel momento i pensatori si sbilanciarono per la materia (il materialismo) o per lo spirito (gnosi, idealismo). Allo stesso modo, il protestantesimo ha modificato il concetto di peccato originale, spezzando un equilibrio. Per il protestantesimo il peccato originale ha corrotto irrimediabilmente l'uomo. L'uomo non può fare altro che il male (e va quindi costretto a fare il bene).
Come reazione a questa visione dell'uomo l'illuminismo, e Rousseau in particolare, hanno coniato il mito del "buon selvaggio": l'uomo è buono per natura e la società lo ha corrotto (quindi bisogna cambiare la società).
La Chiesa cattolica offre invece una prospettiva diversa, in equilibrio tra i due estremi di cui sopra.
Il peccato originale non ha corrotto irrimediabilmente l'uomo, ma lo ha semplicemente inclinato al male, ossia è più facile fare il male che il bene. Tuttavia l'uomo è ancora fatto ad immagine e somiglianza di Dio; desidera ancora il sommo bene, come hanno detto Aristotele e san Tommaso; ha ancora nostalgia di Dio, come dice sant'Agostino.
Quindi: l'umo tende al bene, non al male. Ma è una lotta, una fatica. Una ascesi.

Una ascesi, ossia un percorso, una strada, un cammino che tocca da vicino lo psicoterapeuta in molti casi. Solo che molti professionisti cattolici - forse arginati da impostazioni teoriche neutraliste o libertine - hanno difficoltà ad inserirsi in queste riflessioni nonostante coltivino un desiderio di unità e non di scissione tra il mondo della psicologia e quello dell'antropologia. Non credi che ci sia bisogno di un ambito nella psicologia, in particolare penso alla clinica, dove i professionisti possano avere la loro impostazione teorico-pratica, dove poter confrontarsi su tali questioni senza aver paura di fare ricorso a concetti come il peccato originale, il bisogno umano della Felicità, l'ascesi?

Credo che sia molto opportuno. Credo che il tuo lavoro con il blog "psicologia e cattolicesimo" sia un passo importante in questa direzione. Ovviamente sarebbe bello avere una rivista, degli incontri internazionali, magari anche una associazione...

Sì sono d'accordo. E' qualcosa a cui bisognerà pensare seriamente, perché anch'io, come te, ne sento il bisogno. Nel chiudere questa intervista, vorrei farti qualche domanda di carattere più clinico. Alla porta di uno psicoterapeuta aristotelico-tomista bussa una persona con un notevole carico di sofferenza: è sposato, con figli, con un lavoro. Ad una prima impressione, il tono dell'umore tende alla malinconia, quando parla sembra trasparire un sottile pessimismo nel descrivere sé ed il futuro. Come procede nella diagnosi lo psicologo aristotelico-tomista?

Direi che procede come gli è stato insegnato: analisi della domanda, anamnesi con genogramma e storia personale, diagnosi, trattamento e follow-up. Credo che la differenza stia nello sguardo positivo sul paziente e sulla completa apertura nei suoi confronti, oltre ad un ascolto vero, senza la foga di incasellarlo in categorie diagnostiche (ascolto che, elogiato da molte scuole cliniche, è realmente praticato molto raramente). Questo, ovviamente, sulla base dei presupposti antropologici di cui abbiamo già parlato.

Dunque dici che non c'è difformità di prassi tra la clinica contemporanea, frutto della psicologia moderna, e lo sguardo dell'antropologia. Non credi che il tipo di terapia - e quindi il tipo di strumenti da essa proposti al paziente - dipenda strettamente da quello sguardo di cui tu parli (agere sequitur esse)?

In fondo gli strumenti sono limitati e comuni a tutte le scuole cliniche. Non è forse vero che l'intenzione paradossa, una delle due tecniche proposte da Frankl, ricorda molto e la prescrizione del sintomo usata dai sistemici?
Credo che la differenza stia nella visione che il terapeuta ha del paziente, nel significato che attribuisce ai suoi sintomi, negli obiettivi terapeutici, più che negli strumenti utilizzati.
 
Grazie!

sabato 30 giugno 2012

CORSO DI PSICOLOGIA CATTOLICA

Cari Amici, 
Sono molto orgoglioso nel comunicarvi che è attivo il primo corso italiano dedicato alla Psicologia Cattolica!
Grazie all'organizzazione degli amici del Timone, il prossimo 10 Novembre alle ore 15 a Milano avrà inizio il primo dei quattro incontri dedicati al rapporto tra la Psicologia ed il Cristianesimo. Sarà l'occasione per approfondire la conoscenza di alcuni grandi Santi i quali, appassionati dell'uomo, hanno intuito e descritto molte delle dinamiche psichiche di cui oggigiorno si occupa la psicologia.
Nel clima culturale anti-cristiano e secolarizzato dell'Occidente è stato volutamente cancellato il legame tra l'attualità ed il passato cristiano, in particolare con il medioevo. Questo ha comportato una perdita dei riferimenti storici che motivino la nascita del moderno e dei grandi patrimoni culturali dei secoli occultati. Proprio perché cristiani essi vengono emarginati. Nell'ambito della psicologia, in particolare, sembra che dopo decenni di dominio iper-sperimentale ci sia un recupero esplicito di alcune idee legate al mondo delle filosofie e delle religioni (i lavori di Antonio Damasio e la veloce proliferazione di pratiche meditative come la Mindfullness ne sono alcuni esempi) ma non di origine cattolica. Non emerge alcuna riflessione tesa alla conferma o confutazione dei grandi pensatori medievali. Eppure, a mio avviso, moltissime delle concezioni oggi in voga sono state affrontate dalla grande riflessione antropologica del pensiero cristiano. 
Il corso insisterà sul pensiero di Sant'Agostino, San Tommaso d'Aquino e Sant'Igazio di Loyola. Ognuno di questi grandi personaggi ha preso in esame numerosi aspetti della realtà: dalla cosmologia alla teologia, dalla logica all'epistemologia. Obiettivo degli incontri sarà dunque quello di fornire una rapida chiave di lettura dei diversi sistemi di pensiero - e della biografia - per focalizzarsi sul contributo apportato all'antropologia ed in particolare alla psicologia. Moltissime delle conoscenze oggi in nostro possesso sono state osservate e descritte proprio da tali grandi pensatori. Inoltre, essi superano le conoscenze attuali e propongono una serie di verità che ancora devono essere riscoperte da un mondo psicologico eccessivamente spaventato dalla speculazione filosofica. 
Il corso dunque si pone come obiettivo quello di "ricoprire un buco" per troppi anni lasciato scoperto. E rappresenta una sfida: il pensiero cattolico ha qualche contributo da offrire alla scienza psicologica? E di quale importanza? Riprendendo una frase di don Giussani, il dott. Marchesini si chiedeva: "Se Cristo è tutto, che cosa c'entra con la psicologia?" (in Rudolf Allers, Psicologia e Cattolicesimo, D'Ettoris, 2009, pag. 9). La sfida è aperta all'interesse di ognuno.

IL PROGRAMMA

Scuola di apologetica
Psicologia e Cristianesimo

Corso di otto ore

La storia del rapporto tra psicologia e cattolicesimo è una storia di tentativi e di diffidenza reciproca. Eppure il contributo della Chiesa alla psicologia è ricchissimo ed innegabile. Questo corso intende riscoprire tale contributo, perché «la Fede e la Ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità» (Giovanni Paolo II).

Che cosa è la psicologia. La Chiesa e la psicologia
Roberto Marchesini
Sabato 10 novembre 2012
ore 15-17

Psicologia e antropologia in sant’Agostino
Laura Boccenti
Sabato 17 novembre 2012
Ore 15-17

Psicologia e antropologia in san Tommaso
Giacomo Samek Lodovici
Sabato 24 novembre 2012
Ore 15-17

La psicologia in sant'Ignazio di Loyola: l'uomo nel discernimento degli spiriti
Don Giovanni Poggiali
Sabato 1 dicembre 2012
Ore 15-17

I relatori scrivono regolarmente su il Timone.
Le lezioni si svolgeranno presso la Biblioteca Sant’Agostino, nella sede del Timone, a Milano, in via Benigno Crespi 30/2.
Costo € 80,00 (pagamento da effettuare alla prima lezione)

Prenotazioni entro il 30 ottobre presso la segreteria del Timone: tel. 02.66825206 – email:
marco.invernizzi@iltimone.org, specificando nome, cognome, codice fiscale, telefono, indirizzo, email.

lunedì 11 aprile 2011

MANIFESTO PER UNA INTEGRAZIONE TRA TEOLOGIA E PSICOLOGIA - PIO XII

E' impressionante come uno scritto di più di cinquant'anni fa, il Discorso del Sommo Pontefice Pio XII del 10 Aprile 1958 rivolto ai partecipanti del XIII Congresso Internazionale di Psicologia Applicata, sia ancor oggi di estrema attualità. In quell'occasione il Papa toccò alcuni punti centrali per la definizione di un'antropologia filosofica e teologica, fondamento di ogni sapere psicologico e teologico: il concetto di personalità ("noi definiamo la personalità come 'l'unità psico-somatica dell'uomo, in quanto determinata e governata dall'anima'"); la moralità dello psicologo; l'importanza del consenso "informato" del soggetto; la liceità dell'utilizzo di certe tecniche. Un passo importante e sorprendente per la sua attinenza alla quotidianità è quello in cui Pio XII delinea i presupposti che, per utilizzare le parole di un altro Pontefice, sua Santità Benedetto XVI, oggi potremmo definire "non negoziabili". Seguiamo le sue parole:
"D'altronde, dire che l'uomo è tenuto ad osservare certe regole di moralità equivale a ritenerlo responsabile, a crede ch'egli ha la possibilità oggettiva e soggettiva d'operare secondo queste regole. Quest'affermazione della responsabilità e della libertà è ugualmente essenziale alla personalità. Non si può, dunque, a dispetto di certe posizioni sostenute da alcuni psicologi, abbandonare i seguenti presupposti, sui quali sarebbe desiderabile che si realizzasse un accordo il più esteso possibile tra gli psicologi e i teologi:
  1. un uomo qualsiasi dev'essere ritenuto normale fino a prova contraria;
  2. l'uomo normale non possiede soltanto una libertà teorica, ma ne ha anche realmente l'uso;
  3. l'uomo normale, quando impega come deve le energie spirituali che sono a sua disposizione, è capace di vincere le difficoltà, che si frappongono all'osservanza della legge morale;
  4. le disposizioni psicologiche anormali non sono sempre costringenti e non tolgono sempre al soggetto ogni possibilità di agire liberamente;
  5. anche i dinamismi dell'incosciente e del subcosciente non sono irresistibili; è possibile, in larga misura, dominarli, soprattutto da parte del soggetto normale;
  6. l'uomo normale è dunque ordinariamente responsabile delle risoluzioni che prende.

lunedì 28 giugno 2010

L'ATTEGGIAMENTO FONDAMENTALE CHE SI IMPONE ALLO PSICOLOGO ED ALLO PSICOTERAPEUTA CRISTIANO


Con queste parole il Santo Padre Pio XII introduce uno dei testi - forse "il" testo - più importanti per la professione dello psicologo clinico e psicoterapeuta cristiano: "Noi intendiamo indicare l’atteggiamento fondamentale che si impone allo psicologo ed allo psicoterapeuta cristiano".

Nella Sala del Concistoro, il Sommo Pontefice riceve in speciale Udienza, il 15 aprile 1953, i partecipanti al V Congresso Internazionale di Psicoterapia e di Psicologia Clinica. Si tratta di un testo difficilmente reperibile in italiano, che è importante riproporre per la sua fondamentale importanza. Oggi come (più di) allora.



Ai partecipanti al V Congresso Internazionale di Psicoterapia e di Psicologia clinica

  Vi diamo il benvenuto, diletti figli e dilette figlie, che venuti da ogni parte vi siete adunati a Roma per ascoltare relazioni e discutere su questioni di psicoterapia e di psicologia clinica. Il vostro congresso è terminato e voi, per garantire i suoi risultati ed il successo delle vostre ricerche ed attività future, venite a ricevere la benedizione del Vicario di Cristo. Molto volentieri Noi accogliamo il vostro desiderio, e approfittiamo dell’occasione per indirizzarvi una parola di incoraggiamento e darvi alcune direttive.
  La scienza afferma che nuove osservazioni hanno messo in luce i sostrati profondi dello psichismo umano, ed essa si sforza di capire queste scoperte, di interpretarle e di renderle utilizzabili. Si parla di dinamismi, di determinismi e di meccanismi nascosti nelle profondità dell’anima, dotati di leggi immanenti, da cui provengono certi modi di azione. Senza dubbio questi sono messi in azione nel subcosciente o nell’incosciente, ma penetrano egualmente nel campo della coscienza e lo determinano. Si pretende di avere a disposizione dei procedimenti sperimentali e riconosciuti adeguati a scrutare il mistero di queste profondità dell’anima, a rischiararle ed a rimetterle sulla retta strada, quando esse esercitano una influenza nefasta.
  Queste questioni che si prestano per l’esame di una psicologia scientifica, dipendono dalla vostra competenza. Lo stesso deve dirsi dell’utilizzo dei nuovi metodi psicologici. Ma, tanto la psicologia teorica, quanto quella pratica, tengano ben presente che non possono perdere di vista né le verità stabilite dalla ragione e dalla fede, né i precetti imposti dalla morale.
  L’anno scorso, nel mese di settembre, per rispondere al desiderio dei membri del “Primo Congresso Internazionale di Istopatologia del Sistema Nervoso”, Noi abbiamo indicato i limiti morali dei metodi di investigazione e di cura, nell’ambito della medicina. Fondandoci su questo esposto, Noi vorremmo oggi fare qualche aggiunta complementare. In breve, Noi intendiamo indicare l’atteggiamento fondamentale che si impone allo psicologo ed allo psicoterapeuta cristiano.
  Questo atteggiamento fondamentale può formularsi nei seguenti termini: la psicoterapia e la psicologia clinica devono sempre considerare l’uomo: 1) come unità e totalità psichica; 2) come unità strutturata in se stessa; 3) come unità sociale; 4) come unità trascendente, vale a dire che tende verso Dio.


1 – L’uomo come unità e totalità psichica


La medicina insegna a considerare il corpo umano come un meccanismo ad alta precisione, i cui elementi si innestano uno nell’altro e si concatenano l’uno con l’altro; il loro posto e le loro caratteristiche dipendono dal tutto, servendo essi alla sua esistenza ed alle sue funzioni. Ma questa concezione si applica pure ancor meglio all’anima, i cui delicati congegni sono riuniti con molta maggior cura. Le diverse facoltà e funzioni psichiche si inseriscono nell’insieme dell’essere spirituale e si subordinano alla sua finalità.
  E’ inutile sviluppare più a lungo questo punto. Ma voi dovete, proprio voi psicologi e terapeuti, tenere conto di questo fatto: l’esistenza di ciascuna facoltà o funzione psichica trova la sua giustificazione nel fine del tutto. Il costitutivo principale dell’uomo è l’anima, forma sostanziale della sua natura. Da essa, in definitiva, trae origine tutta la vita umana; in essa hanno radice tutti i dinamismi psichici, con la loro struttura propria e con la loro legge organica; essa ha dalla natura l’incarico di governare tutte le energie, fintanto che esse non abbiano acquistata la loro ultima determinazione. Da questo dato ontologico e psichico segue che vorrebbe dire distaccarsi dalla realtà il volere affidare a un fattore particolare, in teoria o in pratica, il compito determinante del tutto, per esempio ad uno dei dinamismi psichici elementari e così cedere il governo ad una potenza secondaria. Questi dinamismi possono essere nell’anima, nell’uomo, ma, tuttavia, non sono né l’anima né l’uomo.
  Sono energie di una intensità forse considerevole, però la natura ne ha affidato la direzione al centro: all’anima spirituale, dotata di intelligenza e di volontà, normalmente capace di governare queste energie. Che tali dinamismi facciano sentire la loro pressione su di una attività, non significa necessariamente che la costringano. Si negherebbe una realtà ontologica e psicologica, contestando all’anima il suo posto centrale.
  Non è dunque possibile, allorché si studia la relazione dell’Io coi dinamismi che lo compongono, di concedere senza riserva, in teoria, l’autonomia dell’uomo, cioè della sua anima e poi aggiungere subito che, nella realtà della vita, questo principio teorico sembra subire il più delle volte uno scacco o per lo meno essere ridotto all’estremo. Nella realtà della vita, si dice, resta sempre nell’uomo la libertà di accordare il suo consenso interiore a quello che egli compie, ma non mai quella di effettuarlo; all’autonomia della libera volontà si sostituisce l’eteronomia del dinamismo istintivo. Ma non così il Creatore ha modellato l’uomo. Il peccato originale non gli toglie la possibilità e l’obbligo di governarsi da sé per mezzo dell’anima. Non si può pretendere che i turbamenti psichici e le malattie che ostacolano il funzionamento normale dello psichismo siano il dato abituale. Il combattimento morale per restare sulla retta via non prova l’impossibilità di seguirla, né autorizza ad indietreggiare.

2 – L’uomo come unità strutturata


L’uomo è un tutto ordinato; un microcosmo, una specie di Stato la cui legge, stabilita dallo scopo finale del tutto, subordina a questo scopo l’attività delle parti secondo l’ordine vero del loro valore e della loro funzione. Questa legge è, in definitiva, di origine ontologica e metafisica e non psicologica e personale. Qualcuno ha pensato di dover accentuare l’opposizione tra metafisica e psicologia. Ben a torto! Lo stesso psichismo appartiene al dominio dell’ontologico e del metafisico.
  Noi vi abbiamo ricordato questa verità per collegare ad essa una osservazione sull’uomo concreto di cui qui esaminiamo l’ordinamento interno. Si è preteso infatti di stabilire l’antinomia della psicologia e dell’etica tradizionali rispetto alla psicoterapia ed alla psicologia clinica moderne. Si sostiene che la psicologia e l’etica tradizionali hanno per oggetto l’essere astratto dell’uomo, l’homo ut sic, il quale certamente non esiste in alcun luogo. La chiarezza e la concatenazione logica di queste discipline sono mirabili, ma sono viziate alla base: esse sono inapplicabili all’uomo così come esso esiste nella realtà. La psicologia clinica, al contrario parte dall’uomo reale, dall’homo ut hic. E si conclude che tra le due concezioni si apre un abisso che non è possibile travalicare fino a che la psicologia e l’etica tradizionali non cambino la loro posizione.
  Chi studia la costituzione dell’uomo reale deve infatti prendere come oggetto l’uomo “esistenziale” qual esso è, quale l’hanno fatto le sue disposizioni naturali, le influenze dell’ambiente, l’educazione, la sua evoluzione personale, le sue intime esperienze, gli avvenimenti esterni. Esiste soltanto questo uomo concreto. E tuttavia la struttura di questo “io” personale ubbidisce nei minimi particolari alle leggi ontologiche e metafisiche della natura umana di cui prima noi parlavamo. Queste l’hanno formata, e queste perciò devono governarla e giudicarla. La ragione è che l’uomo “esistenziale” si identifica nella sua intima struttura con l’uomo “essenziale”. La struttura essenziale nell’uomo non sparisce quando si aggiungono le caratteristiche individuali, né si trasforma in un’altra natura umana. Ma la legge precisamente, di cui si parlava poc’anzi, sta riposta nei suoi enunciati principali sulla struttura essenziale dell’uomo concreto e reale.
  Pertanto sarebbe errato stabilire per la vita reale norme che si allontanassero dalla morale naturale e cristiana e che ben si direbbero “etica personalistica” la quale certamente riceverebbe dalla prima un certo orientamento, ma non comporterebbe in eguale misura un obbligo stretto. La legge di struttura dell’uomo concreto non bisogna inventarla, bensì applicarla.


3 – L’uomo come unità sociale


Quel che abbiamo detto sin qui concerne l’uomo nella sua vita personale. Lo psichico comprende anche le sue relazioni col mondo esteriore ed è un compito degno d’elogio e un campo aperto alle vostre ricerche studiare lo psichismo sociale in se stesso e nelle sue radici, per renderlo utile ai fini della psicologia clinica e della psicoterapia. Si stia però ben attenti a distinguere accuratamente i fatti in se stessi dalla loro interpretazione.
  Lo psichismo sociale tocca anche la moralità, e le conclusioni della morale comprendono in sé quelle di una psicologia e di una psicoterapia serie. Ma ci sono alcuni punti in cui l’applicazione dello psichismo sociale pecca per eccesso o per difetto: e su ciò vorremmo fermarci brevemente.
  Errore per difetto: esiste un malessere psicologico e morale, l’inibizione dell’io, di cui la vostra scienza si occupa di scoprire le cause. Quando questa inibizione invade il campo morale, per esempio quando si tratta di dinamismi, come l’istinto di dominio, di superiorità e l’istinto sessuale, la psicoterapia non potrebbe trattare senz’altro questa inibizione dell’io come una specie di fatalità, come una tirannia della pulsione affettiva che sgorga dal subcosciente e che semplicemente sfugge al controllo della coscienza e dell’anima. Si badi a non ridurre troppo frettolosamente l’uomo concreto col suo carattere personale al livello del bruto. Malgrado le buone intenzioni del terapeuta, alcuni spiriti delicati risentono amaramente questo abbassamento al piano della vita istintiva e sensitiva. Né si trascurino nemmeno le nostre precedenti osservazioni sull’ordine di valore delle funzioni e sull’officio della loro direzione centrale.
  Una parola anche sul metodo praticato talvolta dallo psicologo per liberare l’io della sua inibizione nei casi di aberrazione del campo sessuale: ci riferiamo all’iniziazione sessuale completa che nulla vuole tacere, niente lasciare nell’oscurità. Non c’è in questo una dannosa sopravvalutazione del sapere? C’è anche una educazione sessuale efficace, che insegna con ogni sicurezza nella calma e nella oggettività ciò che il giovane deve sapere per dirigere se stesso e trattare con quelli che lo circondano. Per il resto, nell’educazione sessuale, come d’altronde in ogni genere di educazione, si darà particolare importanza alla padronanza di sé ed alla formazione religiosa. La Santa Sede ha pubblicato delle norme a tale riguardo, poco dopo l’enciclica di Pio XI sul matrimonio cristiano. Queste norme non sono state ritirate, né espressamente né via facti.
  Ciò che abbiamo detto ora sull’iniziazione sconsiderata per fini terapeutici, vale anche per certe forme della psicoanalisi. Non si dovrebbe considerarle come il solo mezzo per attenuare o guarire turbamenti psichici. Il principio riaffermato che i turbamenti sessuali dell’incosciente, come tutte le altre inibizioni di identica origine non possono essere soppressi che rievocandoli alla coscienza, non vale se si generalizza senza discernimento. La cura indiretta ha pure la sua efficacia, e spesso è più che sufficiente. Per ciò che riguarda l’impiego del metodo psicoanalitico nel campo sessuale, la Nostra allocuzione del 13 Settembre, citata sopra, ne ha già indicato i limiti morali. Infatti non si può considerare, senz’altro, come lecita l’evocazione alla coscienza di tutte le rappresentazioni, emozioni, esperienze sessuali che erano assopite nella memoria e nell’incosciente e che si attualizzano così nello psichismo. Se si dà ascolto alle proteste della dignità umana e cristiana, chi si arrischierebbe di pretendere che questo procedimento non comporti alcun pericolo morale, sia immediato sia futuro, quand’anche, se si affermi la necessità terapeutica di una esplorazione senza limiti, questa necessità, peraltro, non è provata?
  L’errore per eccesso: consiste nel rilevare l’esigenza di un totale abbandono dell’io e della sua affermazione personale. A questo proposito Noi vogliamo ricordare due punti: un principio generale ed una norma di pratica psicoterapeutica.
  Da certe spiegazioni psicologiche emana la tesi che l’estraversione incondizionata dell’io costituisce la legge fondamentale dell’altruismo congenito e dei suoi dinamismi. Questo è un errore di logica, di psicologia e di etica, perché c’è una difesa, una stima, un amore ed un servizio di sé, non solo giustificati ma voluti dalla psicologia e dalla morale. Ciò è di naturale evidenza ed è un insegnamento della fede cristiana! Il Signore ha insegnato: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Marco 12,31). Cristo propone dunque, come regola dell’amore del prossimo, la carità verso se stesso, non il contrario. La psicologia applicata disprezzerebbe questa realtà, se qualificasse qualsiasi considerazione dell’io come una iniziazione psichica, come errore, ritorno ad uno stadio di sviluppo anteriore, sotto pretesto che essa si oppone all’altruismo naturale dello psichismo.
  La norma di pratica psicoterapeutica che enunciamo, riguarda un interesse essenziale della società: la tutela dei segreti che l’uso della psicoanalisi mette in pericolo. Non è del tutto escluso che un fatto o una notizia segreti e ricacciati nel sub cosciente provochino dei conflitti psichici seri. Se la psicoanalisi svela la causa di questo turbamento essa vorrà, secondo il suo principio, evocare interamente siffatto incosciente per renderlo cosciente e togliere l’ostacolo. Ma ci sono dei segreti che bisogna sicuramente tacere. Anche al medico, pur a scapito di inconvenienti personali gravi. Il segreto della confessione non può assolutamente essere svelato: ed è ugualmente escluso che il segreto professionale sia comunicato ad altri, compreso il medico. Lo stesso dicasi di altri segreti. Che se ci si richiama al principio “ex causa proporzionate gravi licet uni viro prudenti et segreti tenaci secretum manifestare”, il principio è esatto, entro limiti ristretti, per alcune specie di segreti. Non è conveniente usarlo indiscriminatamente nella pratica psicoanalitica.
  Circa la moralità ed il bene comune innanzitutto, il principio della discrezione nell’uso della psicoanalisi non sarà abbastanza rilevato. Si tratta evidentemente non già in primo luogo della discrezione dello psicoanalista, ma di quella del paziente che sovente non ha affatto il diritto di disporre dei suoi segreti.

4 – L’uomo come unità trascendente che tende verso Dio


Questo ultimo aspetto dell’uomo dà motivo a tre questioni che non vorremmo lasciare in disparte. Anzitutto la ricerca scientifica attira l’attenzione su di un dinamismo che, radicato nelle profondità della sfera psichica, spingerebbe l’uomo verso l’infinito che lo sorpassa, non già col farglielo conoscere, ma in virtù di una gravitazione ascendente che deriva direttamente dal sostrato ontologico. Appare in questo dinamismo una forza indipendente, la più fondamentale e la più elementare dell’anima, uno slancio affettivo che porta direttamente al Divino, come il fiore che spontaneamente s’apre alla luce e al sole o il bambino che respira incoscientemente appena nato.
  Questa asserzione richiama subito una osservazione: se si dichiara che questo dinamismo sta all’origine di tutte le religioni e manifesta l’elemento comune a tutte, noi sappiamo d’altra parte che le religioni, la conoscenza naturale e soprannaturale di Dio e il suo culto, non procedono dall’incosciente o dal sub cosciente né da un impulso affettivo ma dalla conoscenza chiara e certa di Dio mediante la sua rivelazione naturale e positiva. Questa è la dottrina e la fede della Chiesa, dalla parola di Dio scritta nel libro della Sapienza, e nell’epistola ai romani fino all’enciclica “Pascendi dominici greggis” del nostro Predecessore, il beato Pio X.
  Ciò posto, resta ancora la questione di questo misterioso dinamismo. Si potrebbe dire, a questo proposito, quanto segue: non si deve certo incriminare la psicologia delle profondità se essa si impadronisce del contenuto dello psichismo religioso e si sforza di analizzarlo e di ridurlo in sistema scientifico, anche se siffatta indagine è nuova e se la sua terminologia ha riscontro nel passato. Noi ricordiamo quest’ultimo punto perché si danno facilmente dei malintesi allorché la psicologia attribuisce un senso nuovo ad espressioni già in uso. Da ambo le parti saranno necessarie prudenza e riserbo per evitare false interpretazioni e rendere possibile una comprensione reciproca.
  E’ proprio dei metodi della vostra scienza di chiarire le questioni dell’esistenza, della struttura e del modo di agire di questo dinamismo. Se il risultato fosse positivo, non si dovrebbe dichiararlo inconciliabile con la ragione o la fede. Ciò mostrerebbe soltanto che l’esse ab alio è anche, fin nelle sue radici più profonde un esse ad alium e cheil detto di Sant’Agostino: “feristi nos ad te et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te” trova la sua conferma fin anche nelle più recondite profondità dell’essere psichico. Che seppur si trattasse di un dinamismo che riguardasse tutti gli uomini, tutti i popoli, tutti i popoli, tutte le epoche e tutte le culture: quale e quanto apprezzabile sussidio per la ricerca di Dio e della sua affermazione!
  Fa parte anche delle relazioni trascendenti dello psichismo il sentimento della colpa, la coscienza cioè di aver violato una legge superiore di cui tuttavia si riconosceva l’obbligo: coscienza che può mutarsi in sofferenza ed anche in turbamento psichico.
  La psicoterapia tocca qui un fenomeno che non è di sua esclusiva competenza, poiché è altresì, se non in primo luogo, di carattere religioso.
  Nessuno può contestare che può esserci, e non raramente, un sentimento di colpa irragionevole, persino morboso. Ma si può avere egualmente coscienza di una colpa reale che non è stata cancellata. Né la psicologia né l’etica posseggono un criterio infallibile per casi di tale specie, perché il processo della coscienza che genera la colpevolezza ha una struttura troppo personale e troppo sottile. Ma in ogni caso è certo che nessuna cura puramente psicologica guarirà la colpevolezza reale. Anche se la psicoterapia la contesta forse in buonissima fede, essa perdura. Ancorché il sentimento di colpa sia rimosso con un intervento medico o per auto suggestione o per influenza altrui, la colpa rimane e la psicoterapia si ingannerebbe ed ingannerebbe gli altri se, per cancellare il sentimento di colpa, pretendesse che la colpa stessa non esistesse più.
  Il mezzo di eliminare la colpa non è problema puramente psicologico; come è noto ad ogni cristiano, esso consiste nella contrizione e nell’assoluzione sacramentale del sacerdote. Qui la fonte del male, la colpa stessa viene estirpata, anche se il rimorso continuerà forse a tormentare. Non è raro ai nostri giorni che in certi casi patologici il sacerdote rimandi il suo penitente dal medico; in questo caso dovrebbe essere piuttosto il medico ad indirizzare il suo cliente a Dio e a quelli che hanno il potere di rimettere la colpa stessa in nome di Dio.
  Un'ultima osservazione circa l’orientamento trascendente dello psichismo verso Dio: il rispetto di Dio e della Sua Santità deve sempre riflettersi negli atti coscienti dell’uomo. Quando questi atti si distaccano dal modello divino, anche senza colpa soggettiva dell’interessato, tuttavia essi sono in contraddizione col suo ultimo fine. Ecco perché ciò che si dice “peccato materiale” è una cosa che non deve esistere e costituisce perciò nell’ordine morale una realtà che non è indifferente.
  Segue una conclusione per la psicoterapia; ed è che essa non può rimanere neutrale rispetto al peccato materiale. Può sì, tollerare ciò che per il momento vede inevitabile; ma sappia che Dio non può giustificare questa azione. Ancor meno la psicoterapia può dare all’ammalato il consiglio di commettere tranquillamente un peccato materiale, perché egli lo commetterà senza colpa soggettiva, questo consiglio sarebbe erroneo anche se una simile azione dovesse sembrare necessaria per la distensione psichica dell’ammalato e, perciò, per la finalità della cura. Non è lecito mai consigliare un’azione cosciente che sarebbe una deformazione e non una immagine della perfezione divina.
  Ecco quel che credevamo di dovervi esporre. Del resto, siate sicuri che la Chiesa accompagna con la sua calda simpatia e con i suoi migliori auguri le vostre ricerche e la vostra pratica medica. Voi lavorate su di un terreno molto difficile. Ma la vostra attività può raggiungere preziosi risultati per la medicina, per la conoscenza dell’anima in generale, per le disposizioni religiose dell’uomo e il loro sviluppo. Che la Provvidenza e la divina grazia illuminino il vostro cammino. Noi ve ne diamo come in pegno con paterna benevolenza, la Nostra Apostolica Benedizione.