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"Una psicologia medica cattolica deve essere una vera sintesi delle verità contenute nei sistemi già esistenti e inaccettabili visto il loro spirito di materialismo puro e le verità della filosofia e la teologia cattolica. Questo lavoro di sintesi non può essere compiuto che da persone istruite e nella medicina o psicologia e nella filosofia, e che possiedono una esperienza pratica e personale assai grande: cioè questo lavoro deve essere fatto da medici, specialisti di psichiatria, dunque da scienziati cattolici laici. (Rudolf Allers, 1936, lettera a P. Agostino Gemelli).

lunedì 31 ottobre 2011

I LIMITI DELLA PSICOLOGIA MEDICA - RUDOLF ALLERS

The Limitations of Medical Psychology è un testo del 1942 che il professor Allers ha pubblicato su Thought in piena seconda guerra mondiale. Eppure, avrebbe potuto esser scritto oggi, nel XXI secolo, senza neppure un cambiamento. "Psicologia medica" è una espressione poco comune. Con essa l'Autore indica quella parte della psicologia che confina con la medicina, e che viene sviluppata soprattutto da fisiologi, psichiatri, neurologi. Oggi, la psicologia medica si inscriverebbe nella psicoterapia o in quelle correnti della psichiatria che non elidono l'aspetto psicologico dalla malattia mentale (si pensi ai testi di Eugenio Borgna o al celeberrimo Psichiaria psicodinamica di Gabbard). «Questo articolo denuncia “l’imperialismo” della psicologia medica, così lungo da “tentare di imporre le sue categorie ed idee ad altre discipline dove queste ultime non hanno applicabilità”. E questa imposizione è attuata, da una parte, su alcune discipline particolari (come l’arte o la poesia, le scienze sociali o l’educazione) i cui parametri e nozioni stanno diventando distorti, nell’analisi degli oggetti a loro propri, a causa di alcune pseudo-spiegazioni psicologiche; ma anche, d’altra parte, è attuata sostituendo l’etica o l’antropologia filosofica nel determinare cosa sia bene o male, giusto o sbagliato, o definendo gli obiettivi di altre discipline umane tramite la “spiegazione” della natura umana» (Batthyany & Olaechea, in Allers, R. (2009), Work and Play, Marquette University Press, Milwaukee). L'analisi di Allers è ancora valida. Si pensi a quanto la terminologia freudiana influenzi direttamente ogni scienza umana (dalla pedagogia alla sociologia, fino alla filosofia ed alla teologia, per non parlare di una parte della pastorale cattolica). Si pensi a quanto la psicologia si arroghi il diritto di sconfinare in ambiti prettamente filosofici, giuridici, teologici pur senza una adeguata metodologia (ad es. nel caso dell'omosessualità, dell'aborto, dell'eutanasia). Si pensi a quanto le teorie che sono nate dalla pratica clinica abbiano spesso avuto l'intento di costruire una nuova idea di uomo, un'antropologia, volendo così scardinare quella precedentemente (ad es. Wilhelm Reich, Carl Rogers, ecc.).
Rudolf Allers
L'analisi di Allers, dunque, riporta l'attenzione sul fatto che la psicologia, come scienza medica, empirica e sperimentale, non può che affondare le proprie radici in un contenitore più ampio, quello della filosofia, da cui è direttamente influenzata e guidata, e da cui trae spunto per la formulazione delle teorie. Come ebbe modo di dire in un suo celebre testo: «Sovente è stato trascurato il fatto che una teoria è, in verità, la conclusione di un sillogismo. Ogni sillogismo richiede due premesse, una delle quali più generale della conclusione. Nessuna teoria è soltanto la conseguenza di un'osservazione; essa è sempre un'interpretazione dei fatti, ma alla luce di altre idee, più generali e preconcette» (Allers, R. (1961), Psicologia e pedagogia del carattere, Sei, Torino, pag. X). Dunque sono quelle premesse più generali che lo psicologo cosciente di sé deve tenere in considerazione. Premesse che possono riassumersi nel concetto di "antropologia filosofica".



I limiti della psicologia medica

     La psicologia medica ha beneficiato di una grande influenza in molti campi. Termini presi dalle varie scuole sono utilizzati da tutti i tipi di scrittori. Psicologi e sociologi, scrittori di fiction e di trattati educativi, ed autori che trattano di politica o di storia parlano di repressioni o di complessi d’inferiorità, di compensazione, di sublimazione, dell’inconscio collettivo o delle disastrose conseguenze della frustrazione. Molte di queste espressioni sono divenute parte del linguaggio quotidiano. L’infiltrazione di termini che hanno origine nella psicologia medica è avvenuta ad una velocità sorprendente. Ci volle molto più tempo ai termini della scienza per penetrare nel nostro linguaggio.
     E’ interessante indagare nelle cause di questo successo.
     Ma è forse ancora più importante sollevare la questio iuris, e chiedersi se tale accoglienza della psicologia medica sia o meno giustificata.
     Ogni branca della conoscenza ha confini definiti, al cui esterno sia le nozioni che le categorie speciali perdono il loro senso letterale o producono distorsioni e falsificazioni nel campo in cui sono illegittimamente adoprate. I confini possono non essere perfettamente visibili e, specialmente in una disciplina ancora giovane, spesso possono essere malamente definiti. In tali casi c’è bisogno di un chiarimento. Sfortunatamente, da parte di alcuni studiosi c’è la tendenza ad opporsi ad ogni tentativo di chiarificazione. Animati da uno spirito d’imperialismo, si sforzano di estendere il più possibile il dominio della loro particolare disciplina. Sostengono che i principi rivelatisi efficaci nel loro campo non solo possono ma soprattutto devono essere applicati in altri campi – eventualmente in tutti gli altri campi. Gli scienziati sono stati spesso obbligati a condannare i filosofi per la loro presunzione nel lasciarsi sfuggire giudizi su ogni altro tipo di conoscenza. Le critiche non erano immeritate. I filosofi sono stati spesso colpevoli di tale imperialismo. Non solo le scuole di Hegel e di Schelling, ma anche alcuni tra i Neo-Scolastici azzardarono a definire “impossibile” osservazioni e teorie che i fisici avevano descritto o proposto. I filosofi così hanno perso credito e non hanno ancora riguadagnato la stima dei loro avversari. Gli scienziati, di sicuro, hanno commesso esattamente lo stesso errore. Dipendendo da analogie che erano spesso molto superficiali, essi hanno vantato dei principi di applicazione universale della scienza.
     La pretesa degli scienziati ha avuto un successo più grande della pretesa dei filosofi. La scienza, almeno, ha potuto muoversi verso risultati grandiosi che hanno cambiato la faccia della terra e la forma della vita umana; così che “scienza” e “scientifico” diventarono gli slogan del diciannovesimo secolo. Divenne generalmente accettata anche l’idea che solo la scienza fornisca fatti attendibili, e che nessuna branca della conoscenza fosse degna di considerazione eccetto nella misura in cui potesse vantare di metodi scientifici. Quasi nessuno indagò sulla veridicità di questa pretesa; ed il successo della scienza spianò la strada ad un nuovo tipo di idolatria.
     La mente umana fu uno dei primi campi che l’imperialismo della scienza si propose di occupare. I padri della moderna psicologia, G. T. Fechner e W. Wundt, nutrivano la speranza di fondare una “psicologia scientifica”, una psicologia modellata in accordo con lo schema della fisica. Da qui il primo tentativo di stabilire una “formula psicofisica” che, così ci si aspettava, avrebbe posto la psicologia allo stesso livello della scienza, da quando la misurazione e la quantificazione erano state introdotte nella psicologia. Le psicofisiche fechneriare rivelarono di essere una illusione. Oggi c’è solo qualche psicologo che crede che gli stati mentali possano essere direttamente misurati come noi misuriamo i quanti in fisica.
     Il fallimento della psicofisica non scoraggiò l’escursioni della scienza nel territorio ancora non occupato della psicologia.
     Gli studi condotti nei laboratori di psicologia sperimentale, benché di valore, si dimostrarono totalmente insoddisfacenti a coloro che si aspettavano che la psicologia rispondesse alle domande sollevate in altri campi. Storici e psichiatri, studiosi delle arti e della letteratura così come sociologi distorsero lo sguardo dalla “psicologia” ufficiale e iniziarono a psicologizzare indipendentemente dagli psicologi ex officio. L’effetto fu la confusione. Le psicologie che ne risultavano non erano “scientifiche”. Erano, infatti, largamente speculative. Queste coprirono i buchi della conoscenza psicologica con teorie a volte sorprendentemente fantasiose. Comunque, l’interesse nelle questioni psicologiche crebbe nonostante la confusione. Un fervente ammiratore di Freud aveva potuto profetizzare che gli storici del futuro avrebbero parlato dei nostri tempi come dell’ “età di Freud” così come si dice dell’età di Galileo o di Newton. L’opinione è certamente esagerata. Ma c’è un pizzico di verità nell’affermazione. La nostra epoca è, si è tentati di dire, ossessionata dalla psicologia.
     La ragione di questo fenomeno straordinario è, forse, non troppo difficile da individuare. I tempi attuali hanno perduto la concezione vera ed esauriente della natura umana. La coesistenza di interpretazioni conflittuali ne è prova sufficiente. Queste interpretazioni variano da un semplice materialismo, che considera l’uomo come un mero agglomerato di particelle infratomiche, ad un naturalismo mitigato, che vede l’uomo come un animale in mezzo agli altri, fino a concezioni altamente immaginative ispirate dalla filosofia Indiana, o altre idee esotiche. Secondo un’altra prospettiva, esse vanno dall’individualismo assoluto ad una teoria che rende l’individuo un semplice elemento di un grande tutto, lo Stato, la nazione, o la razza; dall’immagine di uomo come un “fascio di istinti” ad una visione che fa di lui l’assoluto padrone del proprio destino. E così via.
     La filosofia aveva perso credito con le masse. Solo in forma diluita e lentamente le idee filosofiche penetravano nella mentalità generale. La religione si era ridotta ad un pallido deismo, o era stata rimpiazzata da un ateismo dichiarato o nascosto. La scienza sola dominava suprema. Dove avrebbe potuto trovare il genere umano un’immagine di se stesso? La scienza non soddisfava immediatamente questo desiderio; ma prometteva di farlo. Nel frattempo, le questioni scottanti che preoccupano e turbano la mente dell’uomo non potevano aspettare indefinitamente per una risposta. L’incertezza che si percepiva, benché vaga, esisteva ovunque, le tensioni economiche e sociali, le minacce politiche, la difficile situazione che precedeva la prima guerra mondiale, avevano creato un bisogno sempre più crescente di una migliore comprensione della realtà, e questo significava prima di tutto una migliore comprensione dell’uomo stesso.
     Esattamente in quegli anni, la psicologia medica faceva la sua comparsa. Questa, di sicuro, non era una semplice coincidenza. La nascita di una nuova disciplina con tali caratteristiche era conforme alla mentalità generale ed alla situazione culturale di fine diciannovesimo secolo. Sarà per sempre merito degli uomini che hanno inaugurato la psicologia medica, in senso moderno, il fatto di aver percepito la necessità di sviluppare una nuova concezione, che comprendesse la natura fisica dell’uomo, le sue caratteristiche personali, ed il suo destino, tutto in un unico punto di vista. I fondatori della psicoanalisi obbedirono al desiderio delle forze culturali generali. Questo non diminuisce il merito dei pionieri del nuovo movimento, come i due medici viennesi, Breuer e Freud.
     La psicoanalisi, come Freud successivamente chiamò il suo particolare sviluppo di idee che ha condiviso con Breuer (ed in parte cha ha appreso da lui), è solo una forma della psicologia medica. Fu la prima a svilupparsi. Non sarebbe rimasta l’unica e neanche la scuola più importante. Qualsiasi cosa i discepoli di Freud possano voler credere, le leggi della storia resistono alla psicoanalisi. Non c’è un esito finale nella conoscenza empirica, anche se gli psicoanalisti possono pensare di essere in possesso dei segreti ultimi della natura umana.
     Grazie a questa convinzione essi si dimostrano i veri eredi dell’ottimismo scientifico del diciannovesimo secolo. Su questo argomento il sottoscritto ha parlato altrove. [1] La dottrina psicoanalitica è qui riportata solamente come esempio di una tendenza molto diffusa volta a trasferire senza critica le nozioni e le categorie della psicologia medica a tutte le altre tipologie di campo.
     Questa tendenza è, di sicuro, una caratteristica non della sola psicologia medica. Anche la psicologia ha raggiunto una posizione dominante in campi in cui di solito è considerata una semplice disciplina subordinata. Oggi, la psicologia, normale o medica, non solo fornisce all’educazione mezzi e modalità, ma anche stabilisce obiettivi. L’esigenza di evitare la “frustrazione” e di coltivare “l’auto espressione” implica una peculiare definizione di salute mentale ed una peculiare concezione della natura umana in generale. Eppure dovrebbe essere evidente che gli obiettivi o le finalità non possono mai essere proposti da una semplice disciplina scientifica. La ricerca empirica non può determinare cosa dovrebbe essere.
     La medicina, curativa e preventiva, ha come suo obiettivo di preservare la salute della comunità. Ma questo obiettivo sarà legittimato solamente se l’etica generalmente accettata lo approva. Vediamo, ad esempio, che in Germania la vita e la salute solo di coloro che “meritano” di vivere è presa a cuore dai medici e dagli igienisti. Gli individui che non sono di valore per il popolo tedesco sono autorizzati a morire prematuramente; o possono essere anche uccisi se provano di essere dei pesi inutili per la comunità. L’idea non è nuova in Germania. E’ stata proposta molto prima che il regime di Hitler giungesse al potere. Due eminenti studiosi, uno psichiatra ed un giurista, discussero e suggerirono l’ “annientamento delle vite inutili” [2] – inutili, ovviamente, per la comunità – e chiarirono che essi consideravano tale misura come moralmente accettabile o anche buona. Così, l’ “obiettivo” della medicina diventa differente se la “moralità” generale prende una piega differente.
     Similarmente è immaginabile che un’altra epoca possa dar forma ad una diversa opinione sul “pericolo della frustrazione” e considerare l’ “auto espressione” meno desiderabile rispetto alla conformità a principi morali generalmente riconosciuti.
     Le categorie della scienza, sia della fisica che della psicologia, mantengono il loro significato e valore solo all’interno del campo per il quale sono destinate e dove sono, per così dire, a casa. Gli psicologi medici, tuttavia, pretendono che i loro metodi e le loro nozioni permettano una comprensione migliore dell’arte e della poesia di quanto facciano le nozioni utilizzate dagli studiosi di queste materie. Sorge qui un grave malinteso. Il massimo a cui gli psicologi possono eventualmente contribuire è una comprensione del perché un artista dipinga in un certo modo, un determinato quadro, in questo o quel periodo della sua vita, il perché un qualche evento acquisisca un particolare significato per un singolo poeta, e così via. Il punto di vista è meramente “fisiognomico”, cioè, considera un’opera esclusivamente come “espressione”, e non nel suo proprio essere. Un’opera d’arte è qualcosa, ha significato e valore, anche se non sappiamo nulla della personalità dell’artista, lasciando da parte i suoi “istinti”. L’ignoranza di tali contenuti non diminuisce, ad esempio, la nostra ammirazione per le statue egiziane.
     Lo psicologo può studiare il processo mentale del giudizio proprio come studia il processo della percezione. Ma è incapace di dirci qualcosa riguardo la cosa percepita, cioè la sua natura oggettiva, ed ugualmente incapace di dare qualsiasi giudizio di valore, che sia un’opera d’arte o un’azione morale.
     Nozioni come la bellezza (in estetica) o la virtù e il peccato (nella morale) sono irraggiungibili con i metodi e con le categorie della psicologia. La psicologia generale è meno colpevole di questa ingiustificata invasione di campo. La psicologia medica ha invece commesso questo errore molto frequentemente.
     L’errore fondamentale compiuto da molte scuole di psicologia medica consiste nel confondere la “spiegazione” dell’avvenimento di un fatto mentale con un giudizio sulla natura del fatto. Anche se una teoria psicologica dovrebbe spiegare perché una persona concepisce una particolare idea ad un determinato momento della sua vita, essa lascia ancora completamente inspiegata la natura di quest’idea. Si può chiarire perché un artista dipinga, o un poeta scriva, o uno scienziato indaghi, e come lo fanno, riferendosi alle loro esperienze passate, attitudini, complessi o altro; ma questo non contribuisce minimamente alla nostra comprensione della pittura, della poesia, della teoria.
     Il punto di vista generale della psicologia medica attuale può essere descritto come un soggettivismo estremo. Dati oggettivi, idee, valori non sono di alcun interesse a questa psicologia. La psicoanalisi va molto lontano in questo. Mentre la psicologia individuale almeno riconosce l’esistenza di leggi oggettive della vita sociale, radicate nella natura dell’uomo come essere sociale, il freudismo vede tutta l’oggettività come un semplice prodotto di forze soggettive che, ultimamente, portano ad una fine soltanto, la soddisfazione dei bisogni istintivi. La sconsiderata adozione di tali nozioni e teorie sarebbe un pericolo reale per la filosofia morale, per l’educazione, per tutte le ricerche che devono tener conto di fatti e leggi oggettivi. Il soggettivismo della psicologia medica rende i loro seguaci ciechi ai valori oggettivi. Al meglio diventano utilitaristi, al peggio diventano edonisti individualisti.
     Se l’intrusione della psicologia medica in altri campi non ha causato uno scompiglio ancor più grande di quanto ha fatto, ciò è a causa dell’incoerenza che permette a tante persone di avere idee contraddittorie. Continuano a difendere gli standard tradizionali dell’etica e, allo stesso tempo, sono soddisfatti di “tenersi al corrente degli sviluppi della scienza” parlando e pensando in termini che sono abbastanza incompatibili con il resto delle loro convinzioni.
     La psicologia medica ha rafforzato la tendenza a restringere quanto più possibile il range della responsabilità. Infrazioni di tutti i tipi, attitudini antisociali, criminalità ed immoralità della peggior sorta sono comprese sotto il titolo di nevrosi, stati psicopatici e nomi simili, tutti che rimandano a fattori patologici. Un uomo non si comporta male o commette un crimine poiché è la sua volontà ad agire così. Lui non può esser reso responsabile. Lui è la riluttante vittima dei suoi complessi d’inferiorità, dei suoi istinti che sono stati sfortunatamente “frustrati” e che ora, vista la situazione, si prendono la rivincita sulle forze che, anni prima, avevano inflitto la frustrazione.
     E’ chiaro che assieme alla nozione di peccato, la nozione di virtù perde ogni significato. Virtù e peccato, buone azioni e cattive, possono dirsi solo se c’è libera volontà e responsabilità. La filosofia morale non ha mai ignorato, di sicuro, il fatto che la libera volontà è ristretta da molti fattori, come la storia passata di una persona e le influenze che hanno formato il suo carattere. Senza dubbio, molti casi di criminalità sono dovuti a cattiva educazione, a modelli negativi, ad un segreto desiderio di vendetta. Non c’è dubbio anche che l’idea d’inferiorità possa condizionare molte forme di comportamento antisociale. E’ giusto indagare, in ogni caso individuale, se tali fattori siano o non siano all’opera. Ma c’è un’enorme differenza tra questa conoscenza e la generalizzazione secondo cui ogni caso di comportamento antisociale o immorale debba essere ricondotto a tali forze impersonali e che, di conseguenza, nessuno possa essere reso responsabile per le sue azioni, che siano buone o cattive.
     Educazione, scienze sociali, legge, e le altre discipline che troppo spesso hanno reso proprie le idee della psicologia medica hanno trascurato di indagare sulla loro affidabilità. Sono cadute preda del fascino di sistemi che vantano di essere “scientifici”. La psicologia generale ha fatto lo stesso. L’idea di basare sistemi interi, di psicologia, teorica ed applicata, sulla nozione di riflesso può servire come esempio. Il riflesso è ancora riportato dagli psicologi come un fondamento saldo per le loro teorie, mentre questa nozione è divenuta più che discutibile per neurologi e neurofisiologi. Così Sir Charles Sherrington ha messo in guarda psicologi e fisiologi sul fatto che non un singolo fatto, accertato dallo studio del sistema nervoso, giustifica un’interpretazione fisiologica o “spiegazione” della mente. [3] L’eminente fisiologo giunge alla conclusione che la mente è un fattore primario nella realtà, ed uno che non può essere ridotto alla materia. Richiederà un certo tempo agli psicologi divenire consci che nelle loro teorie riflessologiche, o nelle loro concezioni stimolo-risposta, essi hanno edificato sulla sabbia.
     Nessuna psicologia, che sia medica o no, può dare un resoconto soddisfacente dei contenuti e delle caratteristiche degli stati mentali. La psicoanalisi, malgrado tutti i suoi sforzi, non può negare che ci siano differenze qualitative nei fenomeni mentali che rimangono inspiegate. Anche se la psicoanalisi fosse nel giusto nell’affermare che tutti gli interessi umani, le valutazioni, gli sforzi, e via dicendo, siano trasformazioni di desideri istintivi, la domanda rimane ultimamente ancora non rispondibile: Da dove ha origine la molteplice varietà di interessi, sforzi, preferenze?
     La psicoanalisi e, in grado minore, molte delle altre scuole di psicologia medica sono colpevoli dell’errore dello “psicologismo”. Si potrebbe pensare che la sconvolgente critica di queste idee, da parte di E. Husserl nel suo Ricerche logiche, abbia allontanato l’errore dello psicologismo da molte menti. Il lavoro di Husserl fu pubblicato per la prima volta nel 1900. [4] Egli mostrò che la psicologia è totalmente incapace di fornire le basi della logica. E lo stesso è vero, rispettivamente, per le scienze basate sui fatti e per la conoscenza ideale. La matematica non tratta dei processi mentali attraverso cui la mente umana riesce a capire una somma o una differenza. La matematica ha a che vedere con le leggi della grandezza, o altri oggetti “ideali”. La logica non tratta dei modi in cui la mente che ragiona arriva a valide conclusioni, ma delle relazioni che si ottengono tra tutti gli oggetti in generale, che esistono o che non esistono, reali o ideali.
     La psicologia medica è essenzialmente psicologistica. Molti studenti di questa disciplina, infatti, affermano di “spiegare” la natura degli oggetti e le relazioni che si ottengono tra loro. Ignorano il fatto ovvio che questi oggetti, se la mente sta per divenirne consapevole, devono piacergli, desiderarli, ragionare su di essi.
     La psicologia medica diviene colpevole di “imperialismo” una volta che tenta di imporre le sue categorie ed idee ad altre discipline in cui esse non hanno applicabilità. L’assurda dichiarazione di “spiegare”, ad esempio, il fatto logico della negazione attraverso l’attività di alcuni istinti è un esempio di una tale ingiustificata escursione predatoria. La negazione è o un fatto, cioè la consapevolezza di qualcosa che non c’è o che non è qui ed ora, o una categoria della logica. E’ qualcosa che la mente può pensare, ma non una cosa che la mente può creare.
     Bisogna rendersi conto che la psicologia medica, così come la conosciamo, è un bambino con una mentalità definita che è già sul ciglio della tomba. E’ divertente, in un certo senso, notare che gli psicoanalisti che descrivono la psicologia del passato come il prodotto di certe condizioni sociali e culturali non si fermino a considerare le condizioni che hanno incoraggiato lo sviluppo della loro teoria. La psicoanalisi appartiene ad un’epoca di materialismo e di relativismo che, possiamo sperare, sta giungendo alla fine.
      La psicologia medica ha contribuito da parte sua, e non per una piccola parte, alla svalutazione della ragione. La ragione è considerata come un semplice epifenomeno. La ragione non determina l’azione umana, ma piuttosto nasconde le forze istintive o il complesso di inferiorità, che da un certo “luogo segreto del cuore” riesce ad avvelenare la mente. In questo, la psicologia medica, nonostante i suoi risultati positivi, si è unita alle forze che stanno minando le fondamenta della cultura Occidentale.
     Nessuno studioso di menti anormali negherà (ed il sottoscritto è lontano dal farlo) che la psicologia medica ci ha insegnato molte cose riguardanti la patologia della mente e le anormalità del comportamento. E neanche si negherà che i metodi curativi si rivelano utili e di aiuto in molti casi. Ma deve essere negato con enfasi il fatto che la psicologia medica abbia fornito a noi una qualche nuova o sostenibile concezione della natura umana.
     I fatti accertati dagli psicologi medici – nella misura in cui sono fatti – trovano il loro posto in una “antropologia filosofica”. Ma essi non sono tutto. Inoltre, si deve essere prudenti circa questi così definiti fatti. Molti sono conclusioni sostenute nel linguaggio di idee preconcepite.
     Così, “resistenza”, così spesso menzionata da altri aridi psicoanalisti che hanno adottato il gergo psicoanalitico, non è un fatto. Il fatto è che una persona, durante l’analisi, rifiuta di andare avanti con le libere associazioni o dichiara che c’è un vuoto nella sua mente. Chiamare questo col nome di “resistenza” è permesso solo se le concezioni fondamentali del freudismo vengono accettate in precedenza.
     E la psicologia medica può rimpiazzare neanche l’etica. Piuttosto, la psicologia medica, così come esiste oggi, è figlia di un teoria etica predefinita, per quanto il padre della psicoanalisi possa esser stato inconsapevole di questa dipendenza. Similmente, la psicologia individuale di Adler e la modifica di Jung alla psicoanalisi presuppongo una predefinita idea di etica.
     Il soggettivismo della psicologia medica rende impossibile riconoscere né la verità oggettiva né il valore oggettivo a coloro che aderiscono strettamente al sistema attuale. Le verità della scienza esistono indipendentemente dalle attività della mente, sia che queste siano state concepite come razionali sia come irrazionali (come Freud le immagina). Cos’è bene e cos’è male non dipende da principi psicologici. Bontà e cattiveria sono “scoperte”, tanto come sono scoperte i fatti delle cose materiali.
     L’infiltrazione continua della psicologia medica in così tanti campi merita accurata attenzione. Poco danno sarà fatto se si è consci dei limiti della psicologia medica. Grande danno potrebbe risultare se questi limiti sono ignorati. La scienza, anche se è generalmente più affidabile della psicologia medica, non deve soppiantare completamente il senso comune. E neppure deve sostituire i principi di filosofia generale e morale. Se lo scienziato aderisce ad una filosofia erronea, questo non è molto importante, dal momento che le sue dichiarazioni scientifiche sono indipendenti dalla sua filosofia. Ma uno psicologo che possiede una filosofia sbagliata è una minaccia. Ha a che fare direttamente con la vita umana. Dichiara che l’educazione e la formazione delle future generazioni deve essere modellata in accordo con i suoi dettami. La psicologia medica, per lo più basata su di una filosofia inaccettabile, è un pericolo reale.
     Questo pericolo è imminente. La psicologia dell’educazione è piena di nozioni che sono derivate dalla psicologia medica. Gli assistenti sociali sono formati secondo i principi della psicoanalisi e dicono di applicarli nel loro lavoro. Gli studenti di medicina vengono inculcati con idee psicoanalitiche. La psicologia medica è senza dubbio necessaria. Ma dovrebbe essere fondata su basi filosofiche sane. Le interpretazioni erronee della natura umana, del posto dell’uomo nel mondo, dell’origine della verità e del valore, tutte queste “eresie dialettiche” (come Sant’Anselmo le avrebbe chiamate) devono essere combattute come meglio si può. Attaccare non è mai un successo a meno che la forza del nemico non sia pienamente conosciuta, e a meno che il nemico non sia attaccato con armamenti equivalenti ai suoi. Non riferendosi alla tradizione, non enfatizzando l’incompatibilità di certe affermazioni con i principi di morale, filosofia, o religione, la posizione delle scuole materialistiche, edonistiche, soggettivistiche può essere rovesciata. Questo può essere fatto solo muovendo contro le loro indifendibili, sebbene suggestive, affermazioni lo studio impassibile dei fatti. E’ il momento che la psicologia medica sia studiata – e praticata da uomini non incatenati dai pregiudizi del diciannovesimo secolo e non accecati dall’idolatria di fronte alla teoria pseudo scientifica.

Note
[1] The Successful Error, New York, 1940.


[2] A. Binding und A. Hoche, Die Vernichtung lebensunwertes Lebens, Leipzig, 1929, A. Thieme.
[3] Sir Charles Sherrington, Man on His Nature, New York, 1940.
[4] E. Husserl, Logische Untersuchungen, 3d. ed. Halle 1913, Niemer (trad. it. Ricerche logiche, vol. 1, Net, 2005). Per un eccellente sommario vedere: E. P. Welch, The Philosophy of Edmund Husserl, New York, 1941, Columbia Univ. Press.

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