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"Una psicologia medica cattolica deve essere una vera sintesi delle verità contenute nei sistemi già esistenti e inaccettabili visto il loro spirito di materialismo puro e le verità della filosofia e la teologia cattolica. Questo lavoro di sintesi non può essere compiuto che da persone istruite e nella medicina o psicologia e nella filosofia, e che possiedono una esperienza pratica e personale assai grande: cioè questo lavoro deve essere fatto da medici, specialisti di psichiatria, dunque da scienziati cattolici laici. (Rudolf Allers, 1936, lettera a P. Agostino Gemelli).

giovedì 4 luglio 2013

RUDOLF ALLERS PSICHIATRA DELL'UMANO - di JORGE OLAECHEA CATTER

Lasciamo da parte, solo per qualche giorno, il percorso sulla vis cogitativa iniziato il mese scorso, per recensire un libro edito da poche settimane ed eccezionalmente importante: Rudolf Allers psichiatra dell'umano di Jorge Olaechea Catter (195 pag., edizioni D'Ettoris, Crotone, 2013). È il primo volume in italiano dedicato alla vita ed al pensiero di Rudolf Allers. Come i lettori fedeli sapranno bene, le opere di Allers risultano difficili da rintracciare nella nostra lingua: oltre a qualche vecchia copia di Psicologia e pedagogia del carattere, recuperabile - con fatica - da poche biblioteche, l'unico testo attualmente in commercio è Psicologia e Cattolicesimo (Edizioni D'Ettoris, Crotone, 2009) che contiene lo scritto Le nuove psicologie di Allers ed è curato da Roberto Marchesini. In passato, due autori avevano dato alle stampe due piccole monografie sulla vita e sul pensiero del medico viennese: Rudolf Allers ou l'anti-Freud di Louis Jugnet, e Rudolf Allers psicologo del carattere di Renzo Titone, amico dello stesso Allers. Entrambi, però, risentivano di un’eccessiva brevità e si focalizzavano solo su alcune parti della produzione allersiana. Il testo di Padre Olaechea Catter - sacerdote, professore di filosofia con specializzazione in psicologia - è invece una ricostruzione a tutto tondo. Il libro è organizzato secondo una scansione temporale: dai primi anni fino alla Grande Guerra (capitolo 1); a Vienna dal 1918 al 1938 (capitolo 2); dalla Catholic University of America alla Georgetown University (capitolo 3); gli ultimi anni di Rudolf Allers (capitolo 4). Grazie alla sequenza cronologica, l'autore ha contestualizzato i contenuti del pensiero allersiano inquadrandoli all’interno della biografia. Ne emerge un ritratto chiaro ed affascinante del medico viennese, in cui la silenziosa ed inosservata conversione al cristianesimo risulta essere l'evento centrale, in grado di ri-orientare radicalmente l'intera vita professionale e sociale (anche se di conversione vera e propria non si dovrebbe parlare, essendo Allers battezzato sin da bambino). Risalta, anche, il lavoro di rifinitura che Allers condurrà sulle sue idee, le quali, per la maggior parte, trovano spazio già nei primi lavori, ma vengono riprese più volte, ampliate, reincorniciate sino agli ultimi scritti degli anni sessanta.



La riproduzione de I coltivatori di patate di J-F. Millet incornicia la copertina del libro, dopo un sottotitolo già particolarmente significativo: Per una psicologia filosofico-antropologica della persona umana.

Il testo inizia con l'invito alla lettura di Roberto Marchesini, in cui è evidente la familiarità tra i due studiosi di Allers ed il sodalizio stabilitosi grazie al comune interesse per la psicologia cattolica e, soprattutto, per Cristo stesso.

L'introduzione è firmata dal professor Alexander Batthyány - psicoterapeuta, docente di filosofia e direttore del Viktor Frankl Institute di Vienna - il quale inquadra la nascita del pensiero personalista come risposta al riduzionismo materialista: «La diversità di background fra i ricercatori di quel gruppo minoritario era veramente considerevole; ancor più considerevole, tuttavia, è il fatto che, nonostante questa diversità, la maggior parte di questi studiosi – penso ad Allers, Jaspers, Frankl, Balthasar e Binswanger – siano arrivati a conclusioni sorprendentemente simili. Una singola nozione, «essere persona», le riassume meglio di un insieme di ipotesi: si tratta di intendere la persona umana come un tutto irriducibile che sarà meglio compreso concentrandosi non tanto sull'influenza e gli effetti di cause e meccanismi psicologici, quanto sull'analisi delle ragioni e delle scelte, nonché perfezionando la propria abilità a stabilire quali cause influenzano e determinano l'esperienza, il pensiero e il comportamento».

Nel primo capitolo l'autore descrive il contesto storico-culturale in cui Allers si forma. È egli stesso a renderci noto che: «Anche se sono nato cattolico e sono stato educato, o almeno istruito, nella religione cattolica, non ho sviluppato una fede reale» (p. 18). La Vienna in cui cresce è di qualche anno posteriore a quella di S. Freud: le idee che circolano negli ambienti culturali sono quelle di A. Schopenhauer, veicolate spesso dai primi seguaci di F. Nietzsche e di E. von Hartmann. Anche i primi lavori di E. Husserl suscitarono un forte curiosità, oltre alle opere di Freud, che divennero subito popolari in ambito medico. Allers leggerà questa fioritura filosofica come una rinascita d'interesse per la metafisica ed in particolare per l’antropologia: «Tutti questi nuovi movimenti – afferma Allers – erano di fatto sintomi di un ritorno dell'interesse ai problemi metafisici e di un “superamento della mentalità del diciannovesimo secolo”. La rinascita della metafisica del nostro tempo mostra una configurazione caratteristica: il primo e più intenso interesse si concentra sul problema dell'uomo; la ricerca più intensa è quella di un'antropologia» (p. 24). Un interesse che dovrà lasciare il passo alle guerre mondiali ed al ritorno del riduzionismo, ma che rimarrà immutato nella vita del medico viennese. Dopo aver terminato gli studi, Allers intraprende sia la ricerca di laboratorio, sia l'attività di pratica medica. Sono anni importanti, in cui sedimenta la passione per la psichiatria, entra in contatto con la psicoanalisi, con alcuni grandi nomi dell’epoca (A. Pick, E. Kraepelin, A. Adler), e con la filosofia di Max Scheler da cui ricevette un “doppio influsso”: «per il modo di vedere i problemi dell’essere e della vita dell’uomo […] in secondo luogo egli stesso diede soluzioni a specifiche questioni medico-psicologiche oppure offrì ad esse idee molto significative» (p. 33). Durante la Grande Guerra servì come chirurgo e si occupò del fenomeno dello “shell-shock”; ma soprattutto si avvicinò ai grandi autori della filosofia medievale, come S. Agostino, S. Anselmo e soprattutto S. Tommaso d’Aquino; personaggi che diverranno suoi compagni di lavoro e di vita: «crebbe in me la persuasione che la filosofia tomista offrisse in realtà la base più adatta per lo sviluppo di un sistema di “antropologia filosofica” quale fondamento di una teoria della psiche sia normale che anormale» (p. 36).

Il secondo capitolo descrive il periodo tra le due guerre mondiali, un ventennio in cui Allers diviene “un uomo maturo”: «che arriva alla fine ad una posizione propria, anche se non del tutto sistematica, nelle sue ricerche sull’essere umano» (p. 37). Da una parte «egli divenne sempre più consapevole del fatto che le interpretazioni e i metodi in psichiatria ponevano domande molto generali sull’uomo, e che le posizioni a cui portavano erano caricate con implicazioni filosofiche e religiose» (p. 39). Dall’altra Allers «lascia entrare progressivamente la fede nel suo pensiero e in modo particolare nella sua riflessione antropologica» (p. 40), come se solamente alla luce dell’incontro con Cristo intravedesse una risposta a quelle “domande molto generali sull’uomo”. Colpisce, da questo punto di vista, il fatto che Allers individui nei testimoni cristiani il punto di riferimento del proprio lavoro: «una buona summa psychologiae moralis potrebbe essere composta da estratti delle opere di Sant’Agostino, San Gregorio, i Vittorini, Gerson, Sant’Ignazio, San Francesco di Sales, Rodriguez, Faber e Newman, per fare solo pochi nomi ben conosciuti» (p. 41). Contribuisce a fondare il rapporto personale di Allers con Gesù l’interesse per la filosofia medievale, che culmina con il Dottorato in Filosofia conseguito a Milano, presso l’Università Cattolica, dopo l’invito ricevuto da Padre Agostino Gemelli col quale, negli anni a venire, intratterrà numerosi scambi epistolari (che il testo di Olaechea, nella sua accuratezza, riporta). La capacità di cogliere integralmente le domande sollevate dalla realtà clinica e l’intuizione di una possibile risposta nell’ambito del cristianesimo portano Allers a verificare le dottrine del suo tempo, come la psicoanalisi freudiana e la psicologia individuale, ed a tentare la sistematizzazione di una antropologia filosofica. Nei confronti della psicoanalisi freudiana, Allers conduce un’analisi dettagliata delle premesse antropologiche e filosofiche sottese alla teoria ed alla prassi freudiana, che lo portano ad una critica senza possibilità di appello: «la psicoanalisi è assolutamente incompatibile con l'antropologia cristiana» (Psicologia e Cattolicesimo, pag. 107, 2009, D'ettoris, Crotone). Aderisce, inizialmente, alla psicologia individuale di Adler, di cui apprezza l’impostazione antropologica; anche se ben presto ne prenderà le distanze: «la critica mossa alla psicologia individuale è più di incompletezza che di errore: Adler ha visto bene ma non è andato fino in fondo nelle conseguenze del suo sistema, che resta, dunque, incompleto e per certi versi incoerente» (p. 50). Della psicologia individuale Allers utilizza i concetti di “volontà di potenza” e “volontà di comunità” che pone come «tendenze primarie dell’essere umano» (p. 59) all’interno di una concezione dell’uomo come «unitas quadruplex» (p. 54): «i quattro regni della realtà si incontrano nell’essere umano: il regno inanimato e animato della natura, il regno dei rapporti sociali, il regno delle idee e dei valori, il regno soprannaturale della Grazia» (p. 57). Da queste riflessioni ontologiche sulla persona Allers pone le basi del concetto cardine di carattere, che esprime con questa formula: «la persona agisce attraverso la propria personalità, secondo il proprio carattere» (p. 63). Già in questi anni, dunque, Allers getta le basi di un “primo abbozzo di un metodo”, come argutamente definisce Olaechea: «Dinanzi ad una persona, quindi, Allers realizzerebbe un processo analitico-sintetico nella ricerca della sua comprensione: dall’analisi delle sue azioni – passate e presenti – alla visione sintetica del “senso” delle medesime, vale a dire del carattere di questa persona. In questo processo si rivela a noi la Weltanschauung di una determinata personal: la sua concezione della realtà (esseri e valori) nella quale essa occupa un posto specifico. Ed è a partire da questa sua “visione del mondo” che si può cominciare a lavorare, con la consapevolezza che è possibile cambiare il proprio carattere» (p. 75). Il testo espone, poi, altri punti nevralgici che Allers approfondisce in questi anni. Mi sembra opportuno citare solamente alcuni passi circa il concetto di nevrosi, su cui Allers getta una nuova luce. Il suo punto di partenza è un’analisi dell’esperienza personale: «Non mi sono sino ad ora mai imbattuto in un caso di nevrosi, che non rivelasse in fondo, un problema metafisico non risolto, come conflitto e problema finale» (p. 81). L’uomo, per Allers, è chiamato a rispondere alla realtà, in particolare alle domande di senso che le situazioni concrete pongono: «Per l’uomo, il poter venire a patti con la realtà della situazione, comporta necessariamente che egli risponda, in qualche modo, anche in poche parole, agli interrogativi fondamentali che l’hanno tormentato da quando ha incominciato a riflettere su stesso» (p. 81). Nella concezione di Allers, dunque, «la nevrosi risulta da una risposta sbagliata alle domande fondamentali della propria esistenza, le quali possono essere riassunte nella domanda: “chi sono io?”» (p. 82). Da dove nasce questo modo di rispondere, che Allers stesso precisa essere non-razionale, il più delle volte inconscio? «Il conflitto alla radice della nevrosi non è tra impulsi e condizioni ambientali insoddisfacenti, né tra l’individuo e le esigenze della società, ma tra la superbia originale dell’uomo caduto […] e il riconoscimento della sua essenziale finitezza» (p. 85). «Per guarire una nevrosi non è necessario un’analisi che discenda fino alle profondità dell’inconscio per tirare fuori chi sa che reminiscenze, né di un’interpretazione che veda le modificazioni o maschere dell’istinto nei nostri pensieri, sogni e atti. Per guarire una nevrosi è necessaria una vera metanoia, una rivoluzione interiore che sostituisca l’umiltà all’orgoglio, l’abbandono all’egocentrismo. Se diventiamo semplici, possiamo vincere l’istinto con l’amore, che custodisce – se gli è veramente dato di svilupparsi – una forza meravigliosa ed invincibile. Per arrivare a questa semplicità, a quest’atteggiamento ingenuo verso il mondo e verso se stesso, è necessario far entrare in gioco la seconda grande forza messa a nostra disposizione dalla bontà divina: la verità. Queste due forze, la verità e l’amore, sono le sole ad essere invincibili» (p. 86).

Arrivando al terzo capitolo, necessariamente in modo riassuntivo, scopriamo che nel 1938 Allers si trasferisce in America, su invito dell'amico Francis Braceland e con l'incarico di docente presso la Catholic University of America. Nel 1957 seguirà una seconda cattedra, in qualità di “professore emerito”, presso la prestigiosa Georgetown University in cui insegnerà “psicologia metafisica”. Le sollecitazioni intellettuali a cui viene sottoposto gli permettono di addentrarsi in numerosi contesti e di scrivere su differenti attività: «lezioni universitarie, collaborazione con riviste di filosofia e psicologia, cooperazione nell'ambito giuridico come psichiatra esperto, partecipazione a convegni e varie associazioni, pratica medica, interesse per la formazione dei sacerdoti, ecc.» (p. 93). Nonostante la diversità e l'eterogeneità dei suoi ambiti di intervento, Olaechea sottolinea l’elemento invariante che accomuna l’approccio di Allers: la centralità dell'antropologia filosofica. Alcuni degli scritti di questi anni si focalizzano sul rapporto tra psicologia e filosofia: «Così, la psicologia dipende nella sua fondazione teoretica dalla metafisica e dall’ontologia; d’altra parte, essa può provvedere alla metafisica dati preziosi che quest’ultima può usare per stabilire ancora meglio le sue affermazioni. La psicologia, dunque, serve la metafisica ed è servita da essa. La psicologia non è, forse, essa stessa filosofia, ma i suoi rapporti con la filosofia sono almeno più stretti da quelli di tante altre scienze. Per compiere i suoi compiti più propri e per raggiungere la sua perfezione la psicologia deve diventare, ciò che essa è essenzialmente: ancilla philosophiae» (p. 97). Altri propongono un ponte tra la psicologia tomista e la psicologia contemporanea affrontando temi specifici: la questione delle facoltà, la conoscenza sensitiva e quella cognitiva, la vis cogitativa, l’etica delle relazioni, l’amore. Sulla psicologia delle facoltà scrive: «Per uno psicologo moderno, parlare di funzioni è una questione evidente, discutere dei fattori una necessità, usare il termine facoltà è vietato. Il tipico atteggiamento di fronte a queste nozioni è perfettamente definito. Ciò che è meno definito sono le nozioni in se stesse» (p. 102). Sulla vis cogitativa, Allers conduce un’analisi magistrale di una nozione ben nota nell’antropologia tomista, ma totalmente oscurata dalla psicologia contemporanea. Usando le intuizioni della filosofia medievale, Allers propone un nuovo modo di concepire il ruolo delle emozioni ed il loro rapporto con la conoscenza: «Le emozioni (o le passiones animae) sorgono – secondo l’interpretazione tradizionale – come correlate ai movimenti degli appetiti sensitivi. Questi appetiti sorgono per la coscienza di beni o mali, visti nell’oggetto particolare o nella situazione che attualmente confronta l’individuo. Questa coscienza è il frutto della potenza cogitativa (vis cogitativa). Questo senso interno, quindi, è la facoltà che media la conoscenza implicata nell’emozione» (p. 118).

Allers dedica gli ultimi anni di vita ad approfondire i suoi studi nell’ambito della psichiatria. Si ritira dall’attività clinica, pochi anni dopo dall’insegnamento – pur tenendo i contatti, fino all’ultimo, con gli studenti, per i quali terrà delle lezioni anche nella casa di cura in cui alloggerà prima di morire – e riceve numerosi e prestigiosi premi. Scrive due opere importanti che legano assieme le tematiche della malattia mentale con l’approccio esistenziale; l’ultima è stata pubblicata postuma solo pochi anni fa (Abnorme Welten, Beltz Gmbh, 2008, DB) e condensa il punto di vista di Allers sulla patologia. Essendo inedita in Italia, e da pochissimo disponibile in tedesco (curiosamente Allers scrive la sua ultima opera nella lingua natale), il testo di Olaechea utilizza brani di precedenti opere per descrivere il contenuto di quest’ultimo libro. «Ma com’è il “mondo” della persona nevrotica? […] Allers s’avvicina a questo mondo “dal di dentro”, sviluppando ciò che lo psichiatra viennese designa come approccio esistenziale» (p. 156). «La fenomenologia allersiana dei mondi anormali presenta, allora, distinti “tipi” di mondi, compresi in tre grandi gruppi: i mondi difettosi, i mondi trasformati, e i mondi pervertiti» (p. 160). All’interno dei mondi difettosi troviamo il “mondo chiuso” del ritardo mentale, il “mondo perforato” dell’agnosia, il “mondo contratto” della demenza. Tra i mondi trasformati c’è il “mondo stracciato” degli stati di confusione, il “mondo instabile” dei maniaci, il “mondo estraniato” della depersonalizzazione, il “mondo tramutato” della schizofrenia” e il “mondo frammentato” delle fobie, dei disturbi ossessivi e compulsivi. Infine tra i mondi pervertiti trovano spazio il “mondo egocentrico” del nevrotico, il “mondo vuoto” della malinconia, e il “mondo pothocentrico” della dipendenza. Finalità del terapeuta è la libertà: «Il suo scopo, infatti, non sarà più quello di restaurare la salute perché il suo cliente diventi un organismo ben funzionante e un membro utile della società. Il cliente emergerà dal trattamento non come “normale”, nel senso di un qualche modello medio, ma come “umano” nel senso di un’autenticità individualmente realizzata. Lo psichiatra […] deve guidare il cliente verso la sua libertà» (p. 164). Allers pubblica anche un lungo articolo sul concetto di inconscio, nel quale sostiene che «una corretta teoria dell’inconscio resta ancora da essere elaborata» (p. 150), e propone di partire dal concetto agostiniano di “seconda volontà”: «crediamo che la nostra volontà sia debole nel perseguire certi fini conosciuti, quando in realtà stiamo lottando per altri di cui siamo ignoranti» (p. 151). «Secondo Allers, nella ricerca di quei fini nascosti troveremo con molta più frequenza di quanto non si pensi il desiderio di soddisfare il proprio egoismo e la propria superbia» (p. 152). Le riflessioni di Allers sono come una spirale, che ritorna sempre verso se stessa. Così, egli continua ad approfondire le concezioni di nevrosi già elaborate a partire dagli anni venti. «Per Allers, tra i problemi di carattere di una persona normale – competenza dell’educatore, a cominciare dalla persona stessa, che si deve autoeducare -, e le vere malattie mentali – competenza dello psichiatra -, si trova un “settore” intermedio di problemi – di cui si occupano lo psicologo e lo psicoterapeuta -, vale a dire quello delle nevrosi» (p. 145). Il problema della nevrosi «sorge dalla consapevolezza – che si potrebbe, volendo, chiamare anche inconscia – della finitezza essenziale dell’uomo e dalla rinuncia da parte dell’invidiuo di accettare la condizione umana» (p. 157).

Conclude il volume, la bibliografia più completa che si possa trovare sui testi di Rudolf Allers e su Rudolf Allers.

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